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Il nome della Rosa

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Nessuno con cui valga la pena parlare / Indifferenza

Non sembra che ci sia alcuno scopo, nessuno con cui valga la pena parlare, neppure un progetto cui opporsi, né tantomeno da proporre. Niente per cui meriti di alzare un dito. Basterebbe una presenza per fare la differenza, nella folla anonima di volti che scorrono invisibili. Un cenno capace di distinguersi nella ripetizione atona che scorre silenziosa. Bisognerebbe però poterla immaginare, attendere, concepirla in un’attesa, prefigurarsela, presentirla in un’illusione, quella presenza. Così non è. Non un segno, neppure un cenno, né l’ombra di una differenza. Non una parola: solo un chiasso assordante che non diventa voce. Spostandosi, muovendosi da un luogo all’altro, fissando ora un volto ora l’altro, non si produce un incontro, non genera differenza neppure la condizione nomade, ma solo una perdita che segue a una perdita precedente. Si vedono in giro tanti volti rassegnati. La rassegnazione è difficile descriverla. È come una nebbia dove la gente sembra smarrire il bisogno della verità, la necessità dell’altro e il piacere e l’impegno di riflettere e comprendere. E i volti sembrano attraversati dagli sguardi, trasparenti alle emozioni, come lucidi da proiezione senza alcuna...

Piacere e godimento del testo / Cosa leggeva Umberto Eco?

Che cosa leggeva Umberto Eco? Quali erano, più in generale, i suoi consumi culturali? La biblioteca della sua casa di Milano si snoda su diversi ambienti in modo labirintico e quella immateriale che si desume dalla bibliografia delle sue opere è praticamente sconfinata. Tutto quello che ha scritto, romanzi compresi, dichiara un’erudizione fuori dal comune e solo molti eruditi di diverse discipline, collaborando fra loro, potrebbero tentare di ricostruire una mappa esaustiva delle sue letture. Scelgo quindi solo uno dei fili rossi che si possono intravedere, e cioè quello che sembra ad alcuni in dissonanza con la sua fama di studioso: la passione, assolutamente confessata, che Eco aveva per la letteratura popolare, compresi film, telefilm e fumetti. Chiunque l’abbia conosciuto abbastanza bene sa che poteva passare con nonchalance dallo Pseudo-Dionigi Areopagita all’Intrepido, dalle nebbiose atmosfere di Gérard di Nerval a Don Matteo, non equiparandoli, ovviamente, ma godendone in diverso modo, come diremo.   Nelle sue riflessioni sulla letteratura popolare (si vedano i saggi contenuti in Apocalittici e integrati, 1964; e ne Il Superuomo di massa, 1970), Eco riprende l’idea del...

La donna della domenica quarantaquattro anni dopo

La donna della domenica di Fruttero e Lucentini si posiziona nella magica, e sempre più agognata, intersezione tra giallo e bestseller. La sovrapposizione, oggi quasi scontata dopo Camilleri e molti altri autori con buoni numeri di vendita, non lo era affatto nel marzo 1972 in Italia, dove tra l'altro mancava una solida ed emancipata tradizione dei generi. In tal senso La donna della domenica rappresenta un capostipite, come Il gattopardo per il romanzo storico, doppiato negli anni ottanta da Il nome della rosa. Accostabile Eco a Lucentini per l'origine neoavanguardista del Gruppo 63 e a F&L per l'attenzione alla narrativa popolare ottocentesca e a quella di massa nata nei sessanta del Novecento; l'uno con una vocazione teorica, i due con il pragmatismo dell'esperienza editoriale. L'attività di traduzione ha permesso loro l'accostamento al mondo anglosassone che ha inventato e sempre accolto in modo aperto e, per così dire, laico i generi. Segue la selezione antologica de L'ora di Fantascienza da aggiungere alla gloriosa direzione di «Urania» e, tra le altre, le Storie di fantasmi. Mani in pasta, sanamente...

Eco dopo Eco

“Se avesse voluto sostenere una tesi, l’autore avrebbe scritto un saggio (come tanti altri che ha scritto). Se ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”. È il settembre del 1980, e quest’aforisma rovesciato chiude il risvolto di copertina della prima edizione del Nome della rosa, dove un Umberto Eco alla prima prova letteraria sembra quasi volersene giustificare agli occhi di un pubblico che lo conosce grazie a pietre miliari come Opera Aperta, Apocalittici e integrati o il Trattato di semiotica generale. Molti falsi amici la interpreteranno, con astuta superficialità, come una rinuncia alla dottrina semiotica, come la resa di una scienza nuova, fortemente vocata alla critica culturale, che nel giro di pochi decenni – riunendo Saussure e Peirce, Hjelmslev e Husserl, Morris e Jakobson – si stava imponendo con forza nel dibattito intellettuale del mondo intero, grazie anche a quelle opere lì. Ma oggi che, attoniti, proviamo maldestramente a rimuovere una cupa mancanza tirando giù a casaccio i suoi libri dallo scaffale, troviamo conferma di tutt’altro. Si tratta di un’affermazione forte, che va intesa...