Gli spaesamenti metropolitani di Ayşegül Savaş

24 Febbraio 2026

“Stavano fumando un sigaro e bevendo un caffè corretto. Ridevano. Raccontavano barzellette. Avevano mangiato bene. Tre uomini felici, figli dello stesso paese, di età simili, figli della stessa esperienza di vita, tutti provenienti dalle stesse strade, frutti dello stesso albero, perciò emanavano una fraternità che era radicamento […] Erano radicamento in un paese dell’Alto Aragón e in un modo di essere vivi. Perciò ridevano ed erano felici, gonfi di radicamento”: è una scena di In tutto c’è stata bellezza, il racconto familiare, struggente fino all’insostenibilità, di Manuel Vilas. Una scena semplice, che si ripete da sempre, di certo così naturale da passare inosservata per chi ha scelto di restare, e che invece colpisce al cuore come una dimensione inattingibile chi si è mosso.

Questo quadro quieto e coeso mi si riaccende in testa, per un contrasto dolorosamente incomponibile, chiudendo Gli antropologi, della scrittrice turca Ayşegül Savaş tradotto da Gioia Guerzoni per Feltrinelli Gramma, che con il tocco leggero dell’osservazione indaga la condizione opposta. Lo scarno risvolto di copertina elenca l'infilata di posti dove l’autrice ha vissuto – Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Parigi – e poco più. Non c'è data di nascita, e anche i titoli dei suoi libri precedenti, Walking on the Ceiling e White on White evocano un'atmosfera di sospensione nello spazio, di un fermo immagine colore su colore in cui nulla si deposita davvero sulla retina.

Mentre lo leggo, il “New Yorker” inserisce nei suoi dodici titoli di narrativa dell'anno Le perfezioni di Vincenzo Latronico, tradotto in inglese nel 2025. Mi colpisce: sono due libri che si parlano, quasi si specchiano, come esercizi di stile sulla vita di due coppie espatriate/dispatriate, all'inizio per scelta, e poi perché anche se a volte si pensa di tornare a casa, ché la famiglia è tutta lì, “è così, quando ti trasferisci poi è più facile restare dove sei”. Sempre per il “New Yorker”, Gli antropologi era stato il libro del 2024. Sono, insieme, il romanzo di una generazione? Di sicuro, mi sembra quello di uno sciame di un paio di generazioni di transfughi che, raggiunta l'età in cui si comincia a percepirsi finiti, comincia a sentire senza senso la promessa di infinite vite ed esperienze di certe grandi città. Nel racconto di Savaş, ma forse non solo, il momento si sovrappone a quello della percezione della finitezza biologica: la voce narrante è Asya, vicina all'età in cui un figlio diventerà naturalmente impossibile. Ora, scrivendo, mi viene in mente il proverbio “albero troppo trapiantato non porta frutti”; cerco conferma della sua esistenza in rete, e la risposta di default dell’AI mi offre subito, non richieste, delle spiegazioni: “Shock da trapianto: Il trapianto frequente danneggia le radici giovani e poco sviluppate. La pianta perde turgore e impiega molto tempo a ristabilirsi, bloccando la produzione di frutti; Squilibrio tra vegetazione e frutti: Dopo un trapianto stressante, la pianta può reagire producendo un'eccessiva quantità di vegetazione (rami e foglie) a scapito dei fiori e dei frutti; Carenza nutrizionale: La pianta sposta le sue risorse per cercare di riadattarsi al nuovo terreno, trascurando la maturazione dei frutti.” Mi sembrano analogie vegetali molto efficaci per i possibili effetti, non solo demografici, di certi spostamenti e sradicamenti – si usa in effetti in senso figurato questo termine per gli umani, come per le piante si dice “mettere a dimora”.

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Sia Le perfezioni che Gli Antropologi sono romanzi metropolitani: per Latronico una Berlino che a me ricorda molto una certa Milano; una grande città innominata quella di Ayşegül Savaş. Città-calamita, garanzie sulla carta di una girandola di stimoli e di mondi, la cui attrattività ha però determinato negli ultimi decenni una crescita dei prezzi, patita anche dagli italo-berlinesi di Latronico, tale da tipizzare sempre più le zone, rendendo di fatto impossibile una vera commistione di strati e categorie, ancora quotidiana in tanta provincia. Sono piuttosto “cluster” quelli che vediamo muoversi nei due romanzi. Gruppi divisi, comunque, anche dalla provenienza – della sua unica amica davvero autoctona Asya dice “penso sempre che Lena abbia una vita reale [corsivo mio] al di fuori della nostra amicizia, una vita che non posso capire perché non sono nata qui”. E poi cluster professionali, o meglio aspirazionali, definiti da frequentazioni che appaiono esornative quanto gli oggetti di cui si circondano – l'estetica condivisa la fa da protagonista in Latronico, ma è molto presente anche in Savaş. Il “bollitore di acciaio spazzolato e la teiera giapponese, il frullatore rosso” della coppia italo-berlinese si parlano con la “giacca di velluto verde, con le fodere che spuntano fuori dalle maniche risvoltate color zafferano”, comprata in un negozio vintage in stile industrial da Asya e Lena. “Il genere di indumento che ti fa subito pensare a un certo personaggio”. In una continua tensione alla costruzione minuziosa di un’iconografia di sé, non si vive, ma si recita contro set perfetti, con comprimari con cui gli incontri non si ripetono mai, non diventano frequentazioni, legami, comunità. In contesti dove la comunità data da un sottofondo di vissuto condiviso non c'è, la si cerca in codici di riferimenti comuni severissimi. Le frequentazioni scelte per intonarsi alla scena non lasciano spazio alla conoscenza delle loro radici, delle loro costellazioni familiari, e anche i pochissimi amici sono figure come bidimensionali, che fluttuano slegate da un passato. L'unica volta che Asya viene portata da Lena in visita a sua madre, se l'aspetta del tutto diversa, non in periferia, non imperfetta; e da quella incursione in una dimensione casalinga normale e affettiva, ormai dimenticata, esce travolta dall’emozione.

Contro quegli sfondi di cartone, in Le perfezioni anche il sesso diventa una coreografia ripetuta. A rendere più efficacemente questa sorta di “esternalizzazione” di ogni dimensione, Latronico scrive in terza persona, con uno sguardo più da entomologo, più freddo. Sono gli stessi personaggi, nella loro ambizione a integrarsi allo scenario prescelto, a sembrare estranei a se stessi. In Gli antropologi l'aria di vetro della città innominata è invece patita, la prima persona è smarrita, e i momenti di intimità tra Asya e Manu, il contatto fisico sono invece l'incrinatura in cui spira un sentimento. La spontaneità sono un paio di amici di vecchia data, e poi gli squarci, che si aprono soprattutto nelle video call, sulle lontane famiglie d’origine, però con la naturalezza del legame corrosa dal senso di colpa di non esserci. O di essersi troppo differenziati, pensando di assomigliare sempre più a se stessi, ma alla fine non capendo più chi si è.

Nel film biografico, sempre del 2025, Liberami dal nulla (in inglese: Free me from Nowhere, con maggior accento su un indicibile “dove”), che è un film sulla perdita, sul senso di colpa di un’appartenenza impossibile e un’impossibile liberazione, Jon Landau cita a Bruce Springsteen Flannery O’Connor: “Where you come from is gone, where you thought you were going to was never there, and where you are is no good unless you can get away from it. Where is there a place for you to be? No place... Nothing outside you can give you any place... In yourself right now is all the place you've got” (Il luogo da dove provieni non esiste più, quello dove pensavi di essere diretto non c’è mai stato, e quello dove sei non funziona salvo che tu possa fuggirne. Dov’è il posto per te? Non c’è un posto… Niente al di fuori di te ti può offrire un posto… Dentro di te, e adesso, è l’unico posto che hai).

Più anticamente, era omnia mea mecum fero. Così dovrebbe essere, ma non ci basta.

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