Parla, Licena!
Sono rimasto ammaliato dalla minuta grazia dei Licenidi fin dall’infanzia. Come un amante geloso della sua ninfa ancor oggi posso dire che vivono in me, che sono solo miei. Sono loro che battono le ali tra il cuore e lo stomaco ogni volta che mi emoziono, che aprono e chiudono le mie palpebre. Stento a credere che qualcuno, all’infuori di me, possa aver provato la stessa emozione, lo stesso amore vivo e palpitante verso la Licena rossa, la stupefacente Lycaena phlaeas Linneo, 1761. Si tratta di un sentimento esclusivo. Ammettere che altri possano aver visto queste forme con la stessa intensità con cui l’ho fatto io risulta intollerabile.
Viene naturale amare i Licenidi. Non c’è niente di più istintivo, immediato, dell’appassionarsi alla loro grazia fin troppo manifesta. Eppure, a differenza di altri entomologi, specie quelli che hanno elevato tale attaccamento al rango di professione, non ho dedicato la vita a collezionare specie, analizzarne i segreti. Questo è per me ancor oggi un cruccio, un amaro rammarico. Ma quale è il fascino delle farfalle, se non la loro evanescenza imponderabile? Se le avessi trattate con calcolo pratico, perseguendone nel tempo le identità come se si trattasse di oggetti di studio, mera materia vile, non avrei compiuto un gesto ancora più assurdo del disinteressarmene per lunghi periodi? C’è qualcosa di più, che resta in ombra e non viene illuminato neppure nelle splendide sequenze di foto scattate con macro obiettivi professionali. Qualcosa della forma del Licenide resta impossibile da rappresentare anche nell’epoca della riproducibilità tecnica.
L’aura di meraviglia è intatta mentre osservo i riflessi scuri come stoviglie etrusche sui bordi alari che s’accendono d’un rosso vibrante più della lacca al centro dell’ala, con dei bottoni bruni, macule di piccoli occhi bordati di giallo Napoli chiaro su superfici seppiate nella parte inferiore, bordata da una peluria sottile e pettinata come di un tappeto persiano. Tutto ciò che conosco è ignoto a me che, simile a un Dioniso errante, incontro queste presenze primaverili in mezzo ai prati.

Nessun valore può essere barattato per quello, apparentemente gratuito, che mostra sulla superficie ventrale la Callophyris rubi (Linneo, 1758), il licenide dalle “belle sopracciglia”, quando ogni anno in primavera lo intravedo sugli steli d’erba a margine degli intricati roveti. Strofina circolarmente le ali posteriori in un invito trepidante mentre mostra all’universo mondo il verde acceso, con lievi corrosioni d’un bianco satinato, condensate in due minuscoli puntini. Il suo bruco è verde e paffuto, la pupa ovoidale, pelosetta, d’un bel terra di Siena bruciata. Altri Licenidi sono azzurrati del colore del cielo, coi bordi bianchi candidi più delle nuvole e leggeri come l’odore del vento.
In nome di cosa affannarsi quotidianamente se, per assistere a tale spettacolo, è sufficiente osservarli posarsi in prossimità degli scopeti nei giorni di sole, stagliarsi sullo sfondo delle colline toscane? Forse, se anche a qualcun altro è capitato tutto ciò, non è accaduto come a me, non con la stessa intensità. Di certo non in questo modo: vige un tacito accordo tra me e i Licenidi, per cui io non sono più io ma sono loro, in un’immedesimazione simile a una metempsicosi.
È un soffio di vento che si muove nella materia della scrittura, sfiorando queste farfalline radiose, che nel caso della Lycaena phlaeas declinano le scaglie delle ali da un nero cupo verso lo scarlatto, il granata, il vermiglio, fino al cremisi. Osservare un grazioso Licenide può essere perturbante come i segreti di una ninfa, l’incontro con la fragile Annabel Lee protagonista della ballata di Edgar Allan Poe. Anche se nella mente fruscia un affollamento di variegate forme attraenti, non coltivo alcuna ostinata omertà sul segreto di queste farfalle. Come ogni entomologo allergico ai simbolismi e alle allegorie desidero un’analisi delle forme di questi lepidotteri condotta in modo scientifico, senza far ricorso a criptici anagrammi. Seppur a caccia di fantasmi cerco l’esperienza della realtà, i dettagli che caratterizzano un profilo.
Volessi raccontare il primo incontro con un Licenide dovrei risalire a un giorno imprecisato dei miei sette anni, forse nei pressi di una valletta orlata da un torrente a sud di Firenze, vicino al luogo in cui Piero Calamandrei trascorreva le vacanze estive in una rustica casa di campagna. Era primavera e accompagnato dal babbo arrivai fin dove la stretta dei muri s’apre in una rotonda erbosa, un piazzaletto in fondo al quale appariva un cancello di ferro battuto, oltre il viale di maestosi pini domestici. Sul manto di fiori primaverili spirava la brezza immaginaria che viene dal paese delle meraviglie.
La strada si svolgeva per lungo tratto incassata tra cinte di poderi e muri di ville, resa stretta dalle pietre allineate lungo le prode degli uliveti. Ai piedi delle siepi riarse s’affacciavano dei magri garofanini scintillanti che lo stesso Calamandrei notò come, ad ogni alitare di vento s’affannassero a scuoter la polvere dei loro petali fini tagliuzzati come carta velina. Mi rivedo con in mano un retino verde di tulle, cucito dalla mamma, quando le ali dei Licenidi apparvero fibrillanti come doni multicolori, un caleidoscopio di verdi, blu, marrone contornato di puntini aranciati. Volavano rasoterra da un fiore all’altro, posando sulle margherite e la lupinella in una sequenza d’azioni portatrici, come la danza, di un’originaria forza espressiva. Le bacche viola di viburno della siepe antistante il parcheggio sembravano grappoli di crisomelidi metallizzati.
L’ombra che una farfalla proietta al suolo preannunciando la sua presenza lascia intuire, dalla forma e dal movimento, il genere e la specie d’appartenenza. In quel balenare diafano c’è già, presagito, il colore delle ali del lepidottero. Ma quando la piccola Licena danza non è l’ombra ad apparire, piuttosto una scintilla, un riverbero di luce, una specie d’effetto Čerenkov. Nabokov sostenne di non poter separare il piacere estetico che provava nel vedere una farfalla dal piacere scientifico di sapere che cosa è. Un godimento tattile è infatti insito nella descrizione di tali forme viventi, la voluttà sottile delle loro venature alari, delle articolate antenne e delle code che le imitano per disorientare il predatore.
Avevamo entrambi sette anni quando iniziammo a raccogliere Lepidotteri. A dieci entrambi possedevamo già diversi libri con tavole a colori per la determinazione delle specie. Se a Nabokov li donò la madre – oggetti polverosi custoditi in cantina, appartenuti alla nonna che si era interessata alle scienze naturali – i miei vennero regalati, nuovi di zecca, da mio padre, trasformando le curiosità naturalistiche di un bambino in un interesse sistematico, una precoce competenza. A differenza di Nabokov però non ho nobili origini e non fui costretto ad emigrare. All’età di ventuno anni, la stessa in cui la rivista «The Entomologist» pubblicò il primo documentato studio intitolato A few notes on Crimean Lepidoptera, io avevo smesso da tempo di occuparmi di farfalle specializzandomi in Coleotteri Cicindelidi, come Ernst Jünger.
In quella valletta attraversata da un torrente alle porte d’una Firenze paragonabile a un “iris color fumo”, un luogo idillico, la scenografia in cui Africo e Mensola iniziarono a rincorrersi, avvenne il primo incontro. Che magnete è Mnemosine! La ninfa migra, si sposta irrequieta agli occhi del cacciatore che la insegue tra i ricordi. I colori emotivi guidano la ricerca di quel verde, quel celeste, quel riverbero di luce sul muro d’una casa. Come la ninfa studiata da Warburg intorno al tema del Ghirlandaio, la mia si chiama, senza alcuna necessità di personificazione, Licena.
Ne volano adesso a frotte in una voliera di plexiglass e tulle posata sulla scrivania del mio studio. È una brumosa mattina di fine novembre. Non saprei come altro fare per sentirli più prossimi, questi Licenidi altrimenti da giorni scomparsi dai prati. L’autunno declina verso l’inverno ma già da ottobre ne ho posti cinque in un’ampia voliera adorna di fiori freschi. Trascorro ore a guardarle. Completano me, per il fatto che si sono accoppiate e hanno deposto uova dalle quali i bruchi si sono già schiusi, iniziando a rosicchiare il Rumex, loro pianta nutrice. I Licenidi sono la Grazia incarnata: un'autentica ninfolessia mi pervade e mi possiede in ogni fibra. Per loro ho letteralmente perso la testa.
Leggi anche:
Tommaso Lisa | Cacce sottili. Fasmidi
Tommaso Lisa | Microlepidotteri
In copertina, fotografia di Vivek Doshi.