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ironia

(15 risultati)

Il senso del ridicolo 2018 / Riso alla milanese

  Quest'anno l'attenzione de Il Senso del ridicolo è rivolta alla comicità milanese, attraverso proiezioni e incontri. Sabato 29 settembre, alle 17.15, il festival ospiterà una conversazione fra il direttore artistico Stefano Bartezzaghi, Sandro Paté (studioso di Enzo Jannacci e biografo di Guido Nicheli, il «Dogui» delle commedie milanesi), Marco Ardemagni e altri ospiti, per ripercorrere storia e caratteri di un umorismo che, soprattutto a cavallo fra gli anni '60 e i '70, ha fatto scuola nel cabaret, nella televisione e al cinema. È difficile (o facilissimo) ricostruire un albero genealogico della comicità milanese, quella che, per semplicità, porta l’etichetta del Derby Club (una palazzina liberty in via Monte Rosa 84, tra corso Sempione e San Siro, per chi non è pratico).    Delio Tessa. Il lievito dell’umorismo impasta la letteratura milanese. Per tacere dell’ironia manzoniana, bisogna almeno ricordare i due grandi poeti che scrivono in dialetto: la commedia umana di Carlo Porta e quella, più in minore, di Delio Tessa. È però una ricerca che ha il rischio di sortire gli stessi risultati di chi si rivolge a un esperto di araldica: un antenato che ha...

Il senso del ridicolo 2018 / Luigi Malerba: frammenti di un discorso sul comico

  Dal 28 al 30 settembre si terrà a Livorno la terza edizione del festival Il senso del ridicolo, dedicato all'umorismo, alla comicità e alla satira. Questa settimana proponiamo alcune riflessioni sul tema di Gabriele Gimmelli, a partire da un libro di Luigi Malerba, Strategie del comico, da poco in libreria.    Raccolta di exempla? Carnet de notes? Abbozzo di una teoria (asistematica) del comico? Oppure, come sembra indicare il titolo, un incompiuto trattato, à la von Clausewitz, sulla comicità? Forse il modo migliore per definire questo singolare oggetto, emerso dalle carte postume di Luigi Malerba (1927-2008) e pubblicato con il titolo Strategie del comico (Quodlibet Compagna Extra, pp. 156), è partire dal racconto "Il palinsesto", apparso originariamente nel 1964 e posto a conclusione del volume. Ultimo ma primo, in un certo senso, dal momento che traccia retrospettivamente quella che, un po' troppo pomposamente, potremmo chiamare la "cornice metodologica" del libro.    In un futuro imprecisato, un misterioso cataclisma ha cancellato la vita sul pianeta Terra. La popolazione umana si è adattata a vivere nel sottosuolo, perdendo via via ogni cognizione...

Goethe Institut Turin / Il Grande Vecchio ovvero La guerra delle immagini

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Oliviero Ponte di Pino per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Si spara e si muore, tra le colline, nei deserti, nelle foreste. Si muore nelle città e nei villaggi. Si muore sulle mine e sotto il mirino dei droni. Si muore davanti alle telecamere, sgozzati da un ragazzino. Si muore falciati da un kalashnikov su una spiaggia. Sono sofferenze indicibili. Una violenza insensata, disgustosa, inaccettabile. Sta togliendo vita e dignità a decine di migliaia di esseri umani. È impossibile trovare le parole per questo dolore, per queste sofferenze.   Ma le guerre, oggi più che mai, non si combattono solo con le armi. Una delle guerre più lunghe e profonde, in atto da millenni, vede fronteggiarsi parole e immagini. Parole...

Le barzellette di Eco

Io Eco non lo conoscevo bene. Lo vedevo con regolarità, a tutti i congressi dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, puntuale ogni anno. Per la cronaca, non faceva la solita apparizione da star, veniva, rimaneva, ascoltava, partecipava. Il che forse potrebbe bastare a togliere i dubbi sul fatto che il suo rapporto con la disciplina cui ha contribuito grandemente a dar forma non fosse una parentesi, una digressione filosofica come un’altra, ma qualcosa in cui l’uomo (quello che prende treni, che sale scale, che apre porte, che aspetta del tempo, che alza la mano) credeva. A ogni modo, non posso certo dire di averlo conosciuto, in compenso però gli ho sentito raccontare diverse barzellette.   Chi, al contrario di me, lo conosceva bene me lo diceva: più passa il tempo più Eco racconta barzellette. Detta così fa pensare. Un intellettuale del calibro di Eco che racconta barzellette…La prima idea che mi è venuta in mente è che avesse a che fare con la questione dell’umorismo che affronta ne Il nome della rosa. Il potere della risata, l’esercizio intellettuale dell’ironia, insomma...

Kafka comico

Uno dei motivi per cui ho accettato di parlare in pubblico di un argomento rispetto al quale sono grandemente sottoqualificato è che mi dà la possibilità di declamare per voi una storia di Kafka che ho smesso di utilizzare nel mio corso di Letteratura e che mi manca di leggere ad alta voce. Il titolo tradotto è Una piccola favola.   “– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato. – Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”. (F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, Frassinelli, Torino 1949, p. 87).   Una mia grande frustrazione quando cerco di leggere Kafka con gli studenti è che...

La vignetta di Giannelli

“Non mi ha fatto ridere”   La vignetta di Emilio Giannelli pubblicata il 18 luglio sul “Corriere della Sera” mostra una strana scena di convivenza forzata, un istante tutto da decifrare e interpretare. Una famigliola rientra a casa dopo le ferie (lo capiamo dalle valigie e lo esplicita la didascalia), e si trova, con stupore (lo capiamo dagli sguardi, dalla bocca spalancata del papà e dalla domanda che lui o la mamma – questo non si capisce bene – pronunciano), il salotto occupato da un gruppo di “profughi” (lo capiamo dall’aspetto dei personaggi e lo esplicita il baloon-risposta di uno di questi). La vignetta ha scatenato un putiferio, è stata accusata di razzismo e di non fare ridere. Sul primo giudizio mi sento di dissentire. Sul secondo non posso che concordare.   In che modo la vignetta potrebbe essere razzista? Qualora la si legga come l’esagerazione, la caricatura, appunto, di una situazione giudicata e proposta come realtà di fatto: i profughi stanno invadendo l’Italia, “la nostra terra”, “casa nostra”, e allora ce li troviamo, letteralmente, dentro...

Omnia vincit social

L’unica famiglia naturale è quella composta da due Marò arcobaleno   Mentre scrivo queste righe, il pomeriggio di sabato 27 giugno 2015, la mia homepage di Facebook è tappezzata di bande colorate: rosso, arancio, giallo, verde, blu e viola. Oggi, in molte città italiane, inclusa quella in cui vivo, Torino, si svolge la parata del Gay Pride, di cui la bandiera arcobaleno è il simbolo dalla fine degli anni Settanta. Ma il motivo di questa euforia cromatica socializzata, pure legata strettamente al movimento LGBT, è diverso ed esula dalla annuale ritualità legata alla manifestazione.   Ieri, 26 giugno, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha sancito l’inalienabilità del diritto al matrimonio per tutti i cittadini che vivono sul territorio americano, conferendo pari dignità, come titola l’apertura del New York Times (“Equal Dignity”), al matrimonio eterosessuale e a quello omosessuale. Si tratta di una sentenza storica, che il social network più popolare non ha perso l’occasione di festeggiare: sulla pagina Let’s Celebrate Pride è possibile...

Erlend Loe. Saluti e baci da Mixing Part

Telemann ha un solo unico pensiero, il teatro. Pensarlo, pensarlo e pensarlo ancora. E forse un giorno scrivere un lavoro teatrale. Nel frattempo si isola ogni volta che può tentando di ridurre ogni sua nevrosi a questo unico pensiero che gli permetterà prima o poi di diventare un vero e proprio uomo di teatro. La moglie di Telemann, Nina, tende invece a voler badare ai figli e ad esplorare le montagne attorno a Garmisch, dove la famiglia ha scelto di passare le vacanze. Ogni tanto cerca attenzioni da Telemann, ma tutto questo può avvenire nel ristretto spazio disponibile tra un pensiero e l’altro sul teatro. Erlend Loe scrive una storia di fallimento e consolazione che ha come centro la famiglia medio-borghese di Telemann e le sue continue fughe dalla realtà.   Con uno stile cinicamente ironico e ugualmente scanzonato, che contraddistingue i suoi romanzi a partire da Naif.Super fino al meno noto Volvo (forse il più interessante del prolifico autore norvegese), Loe costruisce delle vere e proprie scene, dialoghi serrati sempre caratterizzati da una virata improvvisa che segue un crescendo di situazioni reali quanto immaginarie...

Suse Vetterlein. Amorizzazioni

Nel romanzo Amorizzazioni (Verbavolant Edizioni, pp. 229, euro 13) di Suse Vetterlein accadono fatti strani. All’inizio, nel paese di Alpo, tutto va a gonfie vele: i prati sono in fiore, il sole splende luminoso, gli uccelli cantano nel cielo, la Ciocchindustria è fiorente e  gli alpigiani - sgrammaticati esperti di grammatica - si nutrono di cioccolato e allucinogeni. Il migliore dei mondi possibili direbbe ironicamente Voltaire. Forse.   Poi il pentagramma si attorciglia e la musica cambia:  le mucche smettono di ruminare e diventano “postmoderne”, gli asini iniziano a scioperare, l’economia si blocca e per giunta Maidy, la protagonista dalle lunghe trecce bionde, non suona le campane una volta all’ora, bensì al ritmo del suo cuore, affetto dalla tachicardia degli  innamorati.   A salvare le sorti di Alpo dalla crisi economica arriva John, missionario per lo sviluppo ed esperto di problemi economici, che vorrebbe imporre come antidoto la filosofia del “Back to the nature”, un ritorno alla natura tanto “autentico” quanto strampalato: nessuno vuole lavare i panni nel fiume o...

L’euro del buon soldato Svejk

Il profilo del soldato Svejk, protagonista di quell’inesauribile parodia della modernità messa in scena nel romanzo di Jaroslav Hasek, campeggia sull’euro della Repubblica Ceka. E subito scatta un pensiero: e noi quando avremo il nostro Pinocchio sulle tintinnanti monete d’Europa? Oppure vorremmo vedervi Renzo e Lucia? Il Gattopardo? O forse il Cavaliere dimezzato, visti i mutati scenari politici?   Che ne avrebbe fatto Jaroslav Hasek del suo bravo soldato Svejk traslocato su sonante moneta? Se lo sarebbe bevuto, non c’è dubbio. Euro dopo euro. Boccale di birra dopo boccale. Peccato che questi euro sono falsi. La Repubblica Ceka non aderisce all’euro. La Slovacchia sì ma la Cekia no. Quello che vedete è un euro che circola solo in rete. Qualcuno – forte in ironia e sarcastico contro i poteri forti della nuova Europa – ha rimesso in circolazione quell’ “idiota” del soldato Svejk affinché, con surreale ironia, ridicolizzi un pochino le asettiche gerarchie della nuova Cacania. Mica male come metafora! Comunque, per quel che conta il mio parere, sull’euro vorrei Pinocchio. E...

Matteo Speroni. Brigate Nonni. I ribelli del tramonto

“Zolfo curry orina zafferano sudore”. È con questa sensazione olfattiva che inizia il romanzo Brigate Nonni. I ribelli del tramonto (Cooper, p. 255, euro 14) di Matteo Speroni. E poi con una raffica di kalashnikov esplosa all’impazzata in uno squallido supermarket di periferia. Eppure nulla è come sembra. Niente banditi, niente ladri, nessun criminale. Solo un gruppo di ribelli, una banda che ricorda le sgangherate accozzaglie di reduci, che popolano i romanzi di James Crumley.   Loro sono la formazione denominata Stella del mattino, capeggiata dall’ultrasessantenne Vincent Guerra, la frangia esecutiva più pericolosa delle Brigate Nonni, sorte in seguito al collasso del sistema previdenziale, che non ha più fondi per pagare le pensioni. Il campo di battaglia è il cuore nevralgico del paese: la città di Milano, teatro principale della misteriosa operazione di primavera, organizzata a colpi di “saltarola”: un gioco, ma anche un modo di comunicare attraverso messaggi criptati. E poi c’è l’altra faccia della medaglia, le forze dell’ordine, ancora più...

Attention! Twitter ment! @palazzochigi e l’analfabetismo digitale

La notizia, seppur piccola, è questa: è stato chiuso il profilo Twitter di Palazzo Chigi. Non quello vero, che non esiste nemmeno, ma quello “fake”, falso, finto, fittizio, finzionale. È un profilo che esisteva dal 2009, di cui non si conosce l’autore, e che prima del cambio di governo aveva come immagine quella di Silvio Berlusconi. I tweet di questo profilo si erano fatti più intensi in questi ultimi giorni e l’immagine di Silvio era sostituita con la faccia bonaria di Monti. L’impressione era stata subito quella di una fiction ironica in 140 caratteri, ben riuscita e divertente. All’indomani del cambio di governo il tenore dei tweet era questo: “Italia è ora di dormire. Domani iniziano i sacrifici. Dormire presto significa risparmiare energia e avere una vita rigorosa e austera”.   In molti ci eravamo appassionati ai tweet di @palazzochigi, ai suoi messaggi d’incoraggiamento all’austerità, alla frugalità, all’operosità del nuovo corso di governo, un nuovo stile di vita, più sobrio e più adatto a questi tempi di crisi. Il profilo era...

Il brand pensiero

  La proposta di un “nuovo realismo” in filosofia, avanzata da Maurizio Ferraris in molti dei suoi ultimi libri e, poi, in una serie di articoli giornalistici apparsi su “La Repubblica”, che annunciano un prossimo convegno sul tema, ha avuto, fra gli altri, un curioso effetto: quello di far tornare a parlare di “pensiero forte” e, per contrapposizione, di “pensiero debole”. Espressione, quest’ultima, che dopo trent’anni dalla sua apparizione sulla scena filosofica italiana, pochi ricordavano ancora e quasi nessuno utilizzava più.   Di che cosa si tratta? Avendo redatto per il dossier “Anni Ottanta” di doppiozero la voce omonima, ho riletto il volume Il pensiero debole curato nel 1983 per Feltrinelli da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, dove sono presenti anche interventi di Eco, dello stesso Ferraris, di Marconi, Carchia, Dal Lago e diversi altri. Così come ho ripescato su diverse riviste filosofiche, soprattutto “aut-aut”, tutto un dibattito immediatamente successivo all’uscita del volume, dove sono intervenuti praticamente tutti i principali esperti di...

Raccontare ai tempi del 2.0. Curation services e nuove forme del giornalismo in Rete

Nell’era dei social network il giornalismo ha subito alcune rilevanti variazioni, destinate ad avere sempre più largo corso nel nostro futuro. Sarà questo il tema del mio intervento, in cui cercherò in particolare di tracciare il percorso che ha portato all’emergere dei curation services: piattaforme che permettono di selezionare, aggregare e presentare in forme narrative articolate le notizie che provengono dalla Rete e dai social network. Su Wikipedia c’è una pagina, dedicata a Andy Carvin, in cui si ricorda come questo senior product manager for online communities della NPR (prima nota come National Public Radio, una sorta di “servizio pubblico” radiofonico americano) sia diventato un’agenzia stampa 2.0 su Twitter (ed ora che “2.0” l’ho scritto possiamo passare alle cose serie). Carvin ha seguito sin dalla fine del 2010 su Twitterle rivolte nordafricane, sviluppando un largo seguito e usando al meglio i suoi precedenti contatti per fornire un importante servizio in tempo reale di informazione e verifica delle numerosissime notizie, prima di tutto in forma di tweet, che provenivano da quei...

Le mani di Boetti

Premessa sulla sintassi dell’indeterminazione.   Una delle frasi che Alighiero Boetti ha scritto nei suoi famosi quadrati dice: “Mettere i verbi all’infinito”. Come possiamo interpretarla?   Mi rendo conto che si tratta di un paradosso, ma qui l’interpretazione che viene in mente per prima è la meno immediata e la meno letterale: è l’interpretazione di tipo simbolico. “Verbi” sono tutte le parole, tutte le cose che diciamo. L’“infinito” è il limite di quello che si può pensare e immaginare, segna il punto oltre il quale la mente non può andare. Mettere i verbi all’infinito significherebbe, così, portare il linguaggio alla sua massima potenzialità e oltre ogni limite, fargli dire tutto e il contrario di tutto. A parlarci, qui, è quello stesso Boetti che gioca con il tempo, con la morte, con i sensi che gli uomini scopriranno in futuro, oltre ai cinque classici e oltre al senso del “pensare”. Ma questa non è che l’interpretazione simbolica, del tutto opinabile, della frase.   Un’altra...