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temporalità

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Il potere destituente

In una conferenza tenuta ad Atene il 16 novembre 2013 (ma non si tratta di un hapax) Giorgio Agamben, il filosofo dell’inoperosità, introduce, nella sua costellazione teorica, in maniera forse sorprendente, ma probabilmente necessaria, per uscire dall’angolo in cui si era chiuso con le stesse mani (in particolare, con i suoi ultimi lavori più ambiziosi, Altissima povertà e Opus dei, sembrava aver imboccato un vicolo cieco in cui appariva difficile intravedere un margine per l’azione), la nozione di potere destituente.   Per noi, è bene essere chiari, Agamben, per la sua capacità di tenere insieme Benjamin, Aristotele, Foucault, Heidegger, è un punto di riferimento ontologico. In effetti, la nozione di potere destituente, ben prima che Agamben la impiegasse esplicitamente, rintraccia nella grammatica della sacertà un terreno ontologico fertile nel quale radicarsi. Per questa ragione l’ultima posizione di Agamben ci stimola a tentare di presentare alcuni dei nostri materiali di lavoro che, da qualche anno, e con una certa, caparbia, disordinata sistematicità, accumuliamo intorno al tema del potere...

Storie di immagini / Controtempi

Un uomo corre sulla terrazza dell’aeroporto di Orly; è colpito da uno sparo, si torce in uno spasmo violento, muore sotto gli occhi di un bambino. È il celebre inizio de La Jetée, il ciné-roman del 1962 di Chris Marker, composto di fotogrammi fissi su cui una voce traccia l’arco della narrazione. Ciò a cui assistiamo è un cortocircuito temporale: il bambino e l’uomo ucciso, tornato da un distante futuro per compiere il suo destino, sono lo stesso individuo. Nell’istante in cui il presente folgora l’immagine esso è già passato, è già ricordo, simultaneamente prologo ed epilogo della storia. L’uomo e il bambino sono sospesi in un paradosso tragico che stringe e proietta la sua ombra luttuosa su un’intera esistenza, futura e già trascorsa. Il passato non torna per redimere il presente, né per fornirgli un senso – sembra dire Marker – ma per obbligarlo a iniziare da capo, per impedire un’alternativa: quella immagine, quel trauma, all’infinito.   Chris Marker, La Jetée, 1962   Nella stessa modalità traumatica – l’impensabile ripetizione di un’assenza –, lo psicologo-cosmonauta Kris Kelvin reincontra in Solaris, il film del 1972 che Andrei Tarkovskij trasse dal romanzo...

Zakhor. La memoria ebraica

Il libro di Yosef Hayim Yerushalmi, Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica, è uscito in prima edizione in America nel 1982, e prontamente tradotto dalle edizioni Pratiche l’anno seguente. Ora viene finalmente ristampato da Giuntina (pp. 175, € 14), e sarà in libreria tra qualche giorno; la nuova edizione comprende una notevole prefazione di Harold Bloom, e un saggio di Yerushalmi dedicato all’oblio. Si tratta di un libro straordinario che risponde a una domanda: che cosa gli ebrei hanno scelto di ricordare del proprio passato e in che modo hanno preservato, trasmesso e rivissuto questo passato.   Il popolo ebreo è il popolo della memoria per eccellenza. Nell’Antico Testamento, in particolare nel Deuteronomio, si richiama il popolo al dovere del ricordo e della memoria. Essa significa prima di tutto essere riconoscenti a Yahweh, non dimenticando ciò che egli ha fatto per il suo popolo. L’ebraismo è dunque una “religione del ricordo” in quanto gli atti divini di salvezza, come ha scritto Jacques Le Goff, sono situati nel passato e formano il contenuto della fede e l’oggetto di culto, ma...