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Libano

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Bayt, in viaggio verso casa / 113 persone dal Libano a Fiumicino

Dal 3 al 7 febbraio alle 19,50 su Radio Rai Tre andrà in onda “Bayt – in viaggio verso casa”, un documentario radiofonico a puntate che racconta la storia del trasloco di 113 persone. Dal Libano a Fiumicino, “Bayt – in viaggio verso casa” è un diario sonoro di parole, testimonianze e musica che documenta l’unico sistema sicuro per arrivare in Italia per chi oggi scappa dalla guerra.   Immaginate di essere nati in un comune ospedale di provincia, di avere trascorso un’infanzia piuttosto serena in un quartiere di periferia, un’adolescenza vivace tra scuola, amici e gite in campagna. Immaginate poi di esservi iscritti all’università e avere sostenuto i primi esami con discreti risultati. Al netto dei dettagli, la descrizione non si allontanerà di molto dai trascorsi di ognuno di voi. Allora proseguiamo. Immaginate che per una banale coincidenza la vostra città di origine sia Aleppo. Ecco, siete al secondo anno di università, la famiglia ha investito molto nei vostri studi con un dispendio notevole di energie e risorse e voi non la state deludendo, studiate a sufficienza e vivete con la giusta spensieratezza i vostri venti anni, ma un brutto giorno un boato vi butta giù dal letto...

Tra le donne del Kurdistan

  “Nella società per cui mi batto e che spero di vedere non ci saranno più donne costrette in questi ruoli. Una donna che si trova a dipendere dai vecchi rapporti di potere fra i sessi non può che risultare perdente. Per me oggi una donna esiste solo nella misura in cui è libera. Se dipende dal suo uomo non può essere se stessa. Secondo me una donna ha perso nel momento stesso in cui a proprio rischio si piega alla dipendenza e rinuncia a fare i conti con la questione della propria libertà personale. La donna è sempre stata idealizzata, ma l’ideale può realizzarsi solo nella libertà”. L’impegno di Abdullah Öcalan per la liberazione delle donne curde ha un grande valore per le donne di tutto il mondo. Nel partito da lui fondato, il Pkk, militano donne e uomini insieme, accomunati da un solo grande obiettivo: la libertà dei popoli del Kurdistan. Le combattenti del Pkk hanno sempre avuto un certo ascendente su Dilsha, una guerrigliera curda che quando era solo una quindicenne scriveva poesie sui martiri e sognava un solo grande Paese per la sua gente. Qualche anno più tardi, nel 1990, si è arruolata nel Pkk facendosi fotografare con Öcalan, più confidenzialmente Apo, nel campo...

Il libraio di Tripoli

  Nel cuore dell’antico suq di Tripoli, 70 kilometri a nord di Beirut e pochi kilometri dal confine siriano, la luce filtra illuminando dettagli minimi di merce esposta: cibo, carne, vestiti, gioielli. È una giornata molto calda sul finire di agosto. Le voci della città risuonano nei vicoli stretti, una melodia scomposta di richiami di madri e giochi di bambini, di acquisti e venditori. Cerchiamo di ripararci sotto le arcate di pietra scura ma veniamo inondati, passo dopo passo, da una luce abbagliante che porta i confini delle immagini a vacillare, quasi a scomparire. È una libreria, il luogo nel quale siamo diretti.     ph. Lorenzo Tugnoli   La libreria Al Sa’eh, o del pellegrino, la seconda più grande del Libano. Siamo attesi qui da padre Ibrahim Sarrouj, il prete greco-ortodosso che l’ha fondata nel 1972. Il 3 gennaio 2014 – mentre Tripoli era scossa da un inverno di scontri violentissimi collegati al degenerare del conflitto siriano – la libreria, che conservava più di 70mila volumi tra i quali diversi manoscritti antichi, venne data alle fiamme. Decine di migliaia di libri andarono distrutti per sempre.   ph. Lorenzo Tugnoli   L’episodio...

The Missing of Lebanon

Un numero stimato di 17mila persone scomparve durante il conflitto civile libanese, durato ufficialmente dal 1975 al 1990, e costato la vita a 150mila vittime. 17mila persone, sequestrate o uccise da differenti milizie attive in Libano durante la guerra civile, la cui sorte è a tutt’oggi sconosciuta. Uomini, donne, ragazzi, studenti, civili di cui i familiari non hanno più avuto alcuna notizia. Dalia Khamissy, fotografa libanese, dal 2005 porta avanti The Missing of Lebanon, un progetto fotografico di documentazione giornalistica sulle famiglie degli scomparsi e sulla loro storia. The Missing of Lebanon Dalia Khamissy Ne abbiamo parlato insieme in questa intervista.       Come hai concepito inizialmente questo lavoro?   Quando ho finito i miei studi in fotografia sapevo già che avrei voluto dedicarmi alla fotografia documentaria, raccontare le storie delle persone con le quali venivo in contatto. Avendo vissuto la guerra civile libanese volevo tenermi lontana da argomenti che riguardassero il Libano. Non volevo avere a che fare con il passato che avevo vissuto. Così ho iniziato a lavorare sui postumi dei conflitti in altri paesi, l’embargo in Iraq nel 2002,...

Walid Raad – Preface / Prefazione

Il MADRE di Napoli dedica quest’autunno un’ampia retrospettiva, curata da Alessandro Rabottini e Andrea Viliani, a Walid Raad, artista libanese tra i più noti della scena internazionale. Nato nel 1967 a Chbanieh, un piccolo villaggio a circa 30 km a est di Beirut, Raad è noto al pubblico italiano per aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 2003 e aver esposto nella Fondazione Antonio Ratti nel 2009. Ha esposto a Documenta 11 (2012), oltre che alla Whitechapel Art Gallery di Londra, al Centro Reina Sofía di Madrid e alla Hamburger Banhof di Berlino. Attraverso un ampio utilizzo di fotografie di archivio che si accompagnano a installazioni e opere testuali, Raad analizza la veridicità del documento storico, la costruzione della memoria individuale e collettiva e la gamma interpretativa degli eventi accertati, e propone con le sue opere nuove possibilità di lettura degli avvenimenti. Generalmente i suoi lavori osservano i disastri e le calamità generati dalle continue guerre, soprattutto nel mondo arabo, e presentano, di conseguenza, degli “squarci di realismo” sulla situazione libanese. Non solo. La sua ricerca...

Football Club al-Wihdat

Non è che mi interessi particolarmente di calcio, anzi, se devo proprio dirla tutta, mi annoia terribilmente. Ciononostante, il tempo che ho passato nel campo di rifugiati di al-Wihdat è stato scandito da serate interminabili di fronte ad uno schermo TV a guardare partite di calcio. Strano. Strano perché quando ho iniziato la mia ricerca nel 2009 avevo letto che i campi di rifugiati palestinesi erano luoghi particolarmente politicizzati, abitati da individui intrinsecamente politici: i “rifugiati palestinesi”. E Al-Wihdat è un campo di rifugiati palestinesi, fondato nel 1955 nella periferia di Amman e oggi completamente incorporato dall'espansione urbana della capitale giordana. Eppure qui la politica sembrava e sembra tuttora avere un ruolo piuttosto marginale nella vita di questa gente. Strano anche perché l’assenza pressoché totale di impegno politico tra i miei amici del campo coincide con l’infuriare delle rivolte arabe in Nord Africa e in Medio Oriente.   Football Club al-Wihdat, ph: Jihad Nijem   Ma se il vento della Primavera Araba non sembra soffiare su al-Wihdat, la passione...