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Amatrice

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Roma e il “respiro” dell’Appennino / Ricette immateriali. Amatriciana

Amatrice è nome e suono che inevitabilmente riporta al terribile terremoto del 2016. Nei giorni successivi a quella prima scossa del 24 Agosto, dopo le vittime e dopo le macerie e poi ancora dopo la polvere delle rovine e quella delle inefficienze, tra le innumerevoli parole ascoltate, molti inaspettatamente, impararono a conoscere che uno degli alimenti tipici dell’identità romana aveva avuto origine tra quei monti, lì ad Amatrice.   L’Amatriciana per chi la conosce può infatti essere quasi come un’eco di Roma, un suo sinonimo non troppo lontano.  Inevitabile: dire Amatriciana è creare anche un’associazione di senso, è recuperare un’esperienza che dal gusto e dalle papille sale alla memoria dei luoghi, alla consapevolezza della conoscenza lungo i percorsi emotivi e i “riconoscimenti” che gli alimenti di una comunità sempre rivelano. Perché il cibo della tradizione è sempre “un gusto e un sapere” di tutti... non ci sono chef nella tradizione alimentare, la quale poggia su basi spesso secolari: sono solo il tempo e i luoghi... questi gli ingredienti nascosti e irrinunciabili di ogni tradizione che sia tale.   E poi qui siamo di fronte a uno dei pilastri della cucina...

Terremoto / Appennino in movimento, oltre le macerie

Il terremoto è un frullatore. Ha rotto case, scuole, strade, ospedali, montagne. E ha rotto anche il tempo. C’è un prima, ma non c’è ancora un dopo. Il prima è nei ricordi, il dopo è troppo difficile da immaginare quasi che le nuvole di polvere alzate dal sisma non si siano ancora posate e non lascino intravedere oltre. Il presente, l’oggi, è confuso. Il terremoto ha frullato l’Appennino e le teste dei suoi abitanti, creando rassegnazione, disperazione e rabbia. Però sta anche producendo energie tra chi scopre di appartenere a un luogo, a un territorio più di quanto avesse mai sospettato, tra chi – nonostante tutto – vuol restare attaccato a questa catena di montagne, di sicuro l’unica catena che può dare libertà e felicità.  Qui, dunque, tutto è stato rimescolato. Non tornerà mai come prima, ma non è detto che sia un male assoluto.   Perché? Com’era prima? Quando nell’agosto del 2016 la terra ha iniziato a tremare tra Lazio, Marche e Umbria, nelle regioni appenniniche tirava già una brutta aria. Abbandono e spopolamento delle terre alte sono roba vecchia: la gente sta andando...

Sul tremore

Tremano mani e gambe, la voce può tremare – crepata dall’emozione – e trema la terra, trema il suolo, che ci dovrebbe sostenere.  “La terra trema tutta – dice il profeta Isaia –. La terra vacilla come un ubriaco. La terra dondola come una tenda”. Noi, gli instabili, i malsicuri, “esseri soppiantati”, come scrive Peter Sloterdijk, oggi, tremiamo, aggrediti da scosse di natura assai diversa, che tuttavia si sommano in un universale smottamento psichico. Il cuore batte sregolato, le sue improvvise accelerazioni, i suoi sobbalzi, sfiancano sicurezza e stabilità, il poco che ci resta. La tachicardia è una condizione sociale; il tremore, il soffocato ansimare dei corpi schiacciati nella morsa della paura, è una diffusa epidemia.   Nelle ultime settimane, mi è capitato di ritrovare, del tutto casualmente, le pagine, messe da parte, ma credo mai lette, oppure semplicemente dimenticate, di un breve saggio di Jacques Derrida: “Come non tremare?”. Inevitabile associarle a quanto è accaduto, di recente, nel Centro Italia, tra Lazio e Marche. E inevitabile cercare in queste pagine qualcosa che possa almeno orientare, una piccola luce a rischiarare lo spaesamento che sempre fa seguito...

I giorni del terremoto: perché restare

L’immagine ricorrente dell’orologio del campanile di Amatrice che sovrasta un cumulo di macerie, fermo sulle 3.40, mi riporta alla mente le stesse immagini dell’Aquila del 2009 (incredibilmente l’ora 3.32 è pressoché la stessa) ma anche la torre di Novi di Modena, icona del terremoto più recente del 2012… Quasi che questi altari del tempo suggerissero una sorta di monito di natura etica (ethos, ci insegna Massimo Venturi Ferriolo, è non a caso “il luogo con la sua tensione dell’esistenza”) tale da minare la nostra supposta “incrollabile” hybris, da segnare uno spartiacque temporale al di là del quale niente è più come prima. Né i luoghi, né il tempo.    A Conza, epicentro del sisma in Irpinia, il terremoto del 1980 ha riportato in superficie, paradossalmente, l’antico Foro romano. Interi abitati che rovinano al suolo – avevo pensato visitandola – mentre millenarie rovine ritrovano una nuova, pur inerte, esistenza. Un capriccio crudele quello del terremoto che gioca con la vita degli uomini così come con le successioni della durata e del tempo. Gioca con le stesse rovine: case sventrate al cui interno si disegnano forme imprevedibili. La linea curva di un muro perimetrale...

Come parlare di terremoto senza mostrare distruzione? / Sulle tracce della faglia

Come giustificare queste fotografie? Come parlare di terremoto senza mostrare rovine di paesi e distruzione? Come leggere questi luoghi di montagna – a loro modo unici, magici e incantevoli – responsabili dell'ultimo terremoto che ha colpito Arquata, Amatrice e le decine e decine di borghi di un confine geografico ristretto che raccoglie, in pochi chilometri in linea d'aria, ben quattro regioni del centro Italia (Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo)?   Cima del redentore, Pizzo del diavolo, lago di Pilato dalla vetta del Monte Vettore, ph Salvatore Piermarini. ph Salvatore Piermarini. Forca canapine 1978, ph Salvatore Piermarini.    Monte Vettore, Cresta del Redentore, Pizzo del Diavolo, Lago di Pilato, Pian Grande, Pian Piccolo, Pian Perduto, Inghiottitoio, Fosso del Mergani, Forca di Presta, Sasso Tagliato, Forca Canapine, Monte Sibilla, Grotta della Sibilla, Grotta delle Fate, Macchia Cavaliere… La toponomastica di questi luoghi segnala queste montagne come Sibilline, enigmatiche, evocatrici, misteriose, ambigue e fascinose, mitologiche, ancestrali, oracolari, profetiche e predittorie, appunto, di catastrofi e meraviglie.   Inghiottitoio, fosso del Mergani,...

Il terremoto, la ricostruzione e l’anima dei luoghi

I paesi del Centro Italia distrutti, danneggiati, resi insicuri dal terremoto del 22 agosto dovranno essere ricostruiti. La lunga storia delle catastrofi e dei disastri che hanno colpito le popolazioni di tante regioni ci mostra, infatti, i rischi di dispersione e di abbandono a cui vanno incontro le comunità coinvolte dal sisma. Si tratta di fare presto. Ma anche di fare bene, di considerare le soluzioni possibili al netto delle retoriche e degli appetiti dei gruppi d’affari e di potere. La ricostruzione non è solo una scelta urbanistica e architettonica. Riguarda la memoria dei paesi, la possibilità di mantenere la rete di relazioni e legami che li costituisce, la capacità di rigenerarne e re-inventarne l’identità. Per questo è necessario riflettere da subito, ora che la macchina della ricostruzione sembra mettersi in moto, su «dove e come ricostruire» e sul suo senso per il futuro dei paesi colpiti.   1.   «Ai luoghi ormai non si rivolge più l’ascolto silenzioso e devoto in cerca della verità, ma la curiosità mobile e ciarliera, assetata di sempre nuovi spettacoli. Il luogo non è più una voce enigmatica ma veritiera, ma un oggetto su cui lasciare correre uno sguardo...