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Antonio Moresco

(6 risultati)

I libri risorti

“Ma io pensavo che avreste portato via tutto!”. Con la voce ridotta a un filo, eppure così pieno di rabbia e livore da farla suonare come un urlo di furia, mi guarda e poi non mi guarda, respira più veloce e non smette di toccare – di accarezzare – uno degli undici scatoloni in cui ha sistemato i libri di cui avrebbe voluto sbarazzarsi. Io sono sulle ginocchia, a contare i cinquantadue volumi che ho estratto dalle macerie dei quattrocentotrenta che il signore qui di fronte mi aveva offerto, e non parlo mentre lui continua a farlo, ma sempre più sommessamente, sempre più intestardito ma rassegnato. Insomma, dice, anche le altre volte mi aveva preso tutto, non faceva mica il prezioso come oggi, santodio!   Ho lasciato Bruno Vespa, Enzo Biagi, Indro Montanelli, ho lasciato i libri d’inchiesta sui casi di malasanità, sulle vicende di malgoverno, sulle tangenti, sugli abusi edilizi; i libri di Marco Travaglio, degli anonimi anti-Vaticano; ho lasciato, e quasi non li ho nemmeno guardati, i libri sul terremoto dell’Aquila, sulla strage di Ustica, sulla strategia della tensione, sui finanziamenti ai partiti, sul...

Antonio Moresco. La lucina

L’incanto, nell’ultimo libro di Antonio Moresco avvolge anche il dolore e l’ostilità della natura. Un incanto doloroso, che dà corpo a un tempo sospeso.   Un uomo vive solo, unico abitante di un borgo di montagna. Avanza in una realtà in cui le sole tracce di umanità sono così lontane da non fare rumore, avanza nell’«enorme solitudine vegetale». Lo sguardo registra, le parole interrogano gli animali. È la natura, l’unico vero Altro: una natura meravigliosa e insopportabile, che invade, avvinghia e copre di nero le strade. La natura nel suo accadere incessante e inevitabile, il creato che non è creato: materia, cellule.       Lo smarrimento di senso non si fa invettiva: «Dove posso andare per non vedere più questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione che hanno chiamato vita?». Non vi è posto per ragioni ultime, e le domande osservano quel che non si riesce a spiegare, senza lasciare spazio alcuno al desiderio incalzante che anima lo stupore che aspetta risposte.   Ma vi è una lucina, che si accende nella...

Tavoli | Antonio Moresco

Il tavolo è spoglio, nudo. E’ un tavolo su cui tutto può essere accaduto, o accadere. Un tavolo su cui qualcuno ha scritto o scriverà. O non farà nulla. Stenderà le braccia ad angolo acuto, e vi appoggerà il capo, come in certi disegni di Kafka. L’idea che vuol dare è nessuna idea. Niente. Un tavolo è un tavolo. Il piano di un tavolo fotografato dall’alto è un piano. Un rettangolo. Di legno. Un po’ usurato, ma lustro, ben tenuto. Un piano vuoto è un piano mai usato, o liberato apposta di ogni cosa. La sua dimensione è il ricordo, ciò che è stato senza quasi lasciare traccia, e l’attesa. Un’attesa senza determinazione. Assoluta. Che si può benissimo confondere col suo semplice essere. Con il puro stare.   La sedia che vi fuoriesce è meno spartana. Il suo schienale è imbottito, a suggerire che è di qualcuno che vi si accomoda spesso. Che vi lavora, probabilmente, piegato in avanti, e per questo ogni tanto ha bisogno di appoggiarsi all’indietro, o di stirarsi, e per questo è opportuno che l’appoggio...

Ho creato un incubo. Un caso studio di teoria letteraria applicata

“Ho creato un incubo”, lamentava il dottor Frankenstein sui ghiacciai di Chamonix, osservando la rivolta della sua creatura, “e morirò della sua mano.” “Ho creato un incubo”, piangeva fra i fumi di crack il Bret Easton Ellis di Lunar Park, perseguitato dal protagonista di un suo romanzo precedente, “e morirò della sua mano.” Anche io ho creato un incubo, mi sono reso conto l’altro ieri, leggendo Il Buon Inverno, il primo romanzo tradotto in Italia dello scrittore portoghese João Tordo – e della sua mano muoio. Questo testo – che è a metà strada fra l’autobiografia e la teoria letteraria, e si chiude con un sondaggio – è la storia del mio mostro di Frankenstein, che, curiosamente, è una classe narratologica nota come autofiction.   Una premessa teorica   L’autofiction è una categoria letteraria sviluppata negli anni settanta da Serge Doubrovsky, in polemica con la “morte dell’autore” sbandierata, negli anni precedenti, da una famosa e agguerrita coorte di pensatori capitanati – nella fama e nell...

Confidare ancora nei galantuomini?

L’articolo di Repubblica dello scorso 21 agosto era un perfetto tappabuchi di stagione, un petit rien da ombrellone. Il titolo suonava Rivoluzione a Miss Italia: nel nuovo decalogo per aspiranti reginette è raccomandata, si leggeva, la lettura di “almeno tre libri l’anno”. Fra i titoli consigliati Madame Bovary, Orgoglio e pregiudizio e Acciaio di Silvia Avallone. Facendo assurgere a classico con stupefacente rapidità – a un anno e mezzo dalla pubblicazione – l’ennesimo monnezzone scala-classifiche fabbricato da quell’industria del cinismo in cui da tempo s’è trasformata l’editoria italiana. Canonizzazione a tappe forzate che aveva previsto altresì, nel furor promozionale della volata (persa per un soffio) allo Strega 2010, l’oltranza di un editoriale avallonesco imposto alla prima pagina del quotidiano di scuderia, il Corriere della Sera (un temino di poche righe d’impostazione debitamente reazionaria, pour épater col pasolinismo degli stenterelli che tanto si porta in questi casi). Questa primavera è seguita la proposta d’un raccontino della medesima scala-...

Victor Klemperer. Cronache di una vita e di una lingua

Pubblichiamo qui due riflessioni di Roberto Gilodi e Michele Ranchetti sugli scritti di Victor Klemperer.     “Sistemando il pacco del manoscritto, mi tormentavo ancora una volta chiedendomi se mai riuscirò a utilizzare tutto ciò che ho accumulato. Ma non posso pensare a queste cose se non voglio sprofondare nell’assoluto non essere”. È il 20 gennaio 1945 quando il filologo e francesista Victor Klemperer (1881-1960) chiude le annotazioni della giornata con queste parole. Ormai le sorti della guerra sembrano segnate, gli eserciti alleati hanno avviato l’offensiva finale e stanno per invadere la Germania. Ma quanto tempo dovrà ancora passare prima della resa? E quando nel febbraio del 1945 i nazisti decidono di deportare anche le coppie miste, Victor e sua moglie Eva (lui ebreo assimilato e convertito al protestantesimo, lei ‘ariana’), si chiedono se da ultimo la macchina dello sterminio inghiottirà anche loro.   La vicenda di Klemperer, allievo di Vossler e collega di Auerbach e di Curtius, è emblematica di un’intellettualità ebraica per la quale l’...