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Anwar al-Sadat

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L’Egitto come laboratorio della Jihad

Il recente attentato al consolato italiano in Egitto offre lo spunto per una possibile genealogia del jihadismo radicale che parte proprio dal paese delle piramidi. La piccola biblioteca che ci può aiutare, in un panorama ricco di testi sul fenomeno jihadista, si compone di due volumi che affrontano il fenomeno, il primo è il fondamentale Il Profeta e il Faraone di Jilles Kepel (Laterza 2006; il testo faceva seguito alla dissertazione di dottorato dell’autore sui movimenti islamisti nell’Egitto degli anni Settanta), il secondo è Il partito di Dio di Renzo Guolo (Guerini e Associati 2004) che in poche pagine ha il pregio di riuscire a collegare figure e movimenti che contribuiranno a formare il nucleo dei movimenti islamisti radicali degli ultimi vent’anni.   Rileggendo la presentazione di Kepel si comprende la soddisfazione di chi ha saputo comprendere l’importanza dei fenomeni politico-religiosi del mondo islamico quando gli accademici degli anni Ottanta li consideravano un residuo di arcaismo reazionario. Stesso discorso può farsi per lo studioso italiano che in tempi non sospetti ha compiuto un cammino simile al collega...

Il Cairo alle urne

Quando arriviamo sotto le Piramidi a Giza, la mia guida, un copto, scuote la testa. “Lo vede? Questo oggi è davvero un deserto”. Indica i due pullman parcheggiati là dove prima c’era la casa di Sadat, poi abbattuta: il punto più bello per osservare la Piramide di Cheope. Qui sino all’anno scorso c’erano decine di torpedoni, e bisognava farsi largo tra videocamere, cellulari, migliaia di persone che ogni giorno s’accalcavano vicino al basso muro del terrapieno. Oggi siamo in qualche decina a fare le foto rituali con il dito che poggia otticamente sulla cuspide del monumento egizio, o a salire sui cammelli per la piccola escursione nel deserto di sabbia (15 euro a persona per venti minuti, più un euro d’obbligo di mancia ai giovanissimi cammellieri). Mario (ma non si chiama così) parla un ottimo italiano, si è laureato nella facoltà di lingue e fa questo mestiere da quasi venti anni. Pensa di lasciare il suo paese adesso che i Fratelli musulmani, e Morsi, il loro candidato, hanno vinto le elezioni. “Siamo otto milioni di copti, abitiamo questo paese prima ancora degli arabi, e...