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cartoleria Bonvini

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Una matita per l'estate / Matita

  Sfiato di ripensamenti – mente testa (punta?)  o solo punto, lì dove si incrocicchiano le rette tra passaggi slargati mobili sopra la superficie:  come una banderuola che si issa, puntata torre  fissa per non cadere  nello scivolìo sdrucioloso del punto,  per non cedere all’orizzonte rotolante della retta.     Infine il vento ne ha spazzato la testa contro un muro gonfio di bianco e poi grigio e tortora:    spezzata    dice di aver lasciato e di non ricordare…  che voleva ferire con la punta… umile difesa … d’asparago… sbuffante trafrittura…   e inganno lesto dirsi in mano d’altri, fingersi vento – “Presto!”, “Presto!” – distesa  per esser sollevata senza frangersi – non corrotta o ridotta,  immobile rincantucciata  in sé sigillo,  di una crescita che è solo alla rovescia e tende al niente.     Ma ogni punto-punta in fondo uguale, se accarezzasse l’idea di un infinito che sta nella sua coda  e di un presente che incide superfici di cui non sa e rincalza  col correre sperdendosi,  così che anche “Qui, già”  (e dov’è?!)  si è fatto inganno.   ...

Una matita per l'estate / Laptop

    L’ombra che lo schermo del notebook proietta sulla sua tastiera è stata dipinta. Quella proiettata dalla matita invece è vera. L’incongruenza tra la direzione della luce simulata dall’ombra dipinta e quella della luce ambiente è spaesante, in modo sottile e insidioso. Il vero e il falso convivono in uno spazio apparentemente omogeneo  

Una matita per l'estate / Lapis

  Eccoli, emozionati e fieri come cadetti nelle proprie uniformi. Rispondono alla tromba dell’adunata slanciandosi fuori dalla scatoletta di cartone. Eccoli, lapis che a dodici a dodici si dispongono rapidamente sulla scrivania, dapprima in ordine sparso, poi in riga l’uno accanto all’altro. Ce ne sono di tutti i reggimenti, quelli striati di giallo e nero, quelli laccati in un unico colore, quelli dalla divisa color senape e il capo marrone, quelli dall’elmetto di gomma. Eccoli ora tutti in ordine l’uno a fianco all’altro a formare minute ma solide palizzate. Ognuno con la propria arma appuntita, baionetta di grafite pronta a lasciare il segno su mille fogli. Ma è quella la fine dell’apprendistato, da quel preciso momento, un lapis scelto a caso nella dozzina entra nella vita adulta: viene infilato nell’astuccio a sacchetto e non è più protetto dai propri compagni, non fa più goliardicamente a spallate nella confezione. Il lapis ora è accanto alle penne dall’indelebile magistero; al matitone rosso e blu dal segno largo; al mai elastico righello. Dall’angolo più remoto dell’astuccio, le minacciose sagome della gomma da cancellare e del temperino lo guardano con fare...

Una matita per l’estate / Il bambino che disegnava la luna

Se volessi ricordare la prima volta in cui presi in mano una matita, per quanti sforzi possa fare, non credo che ci riuscirei. Con una certa plausibilità potrei solo ipotizzare che sia accaduto sui banchi di scuola. Durante il primo anno delle elementari, magari. Dubito che prima di allora potessi aver utilizzato una matita poiché una cosa che ricordo bene è che non mi piaceva il colore generico del suo tratto. Una tinta che poteva deviare dal grigio spento all’argento vivo per poi mutarsi in un buio assoluto. E io del buio avevo una paura disperata.  Preferivo le tinte colorate dei pastelli. Anzi, adesso che mi ci fai pensare, erano i pennarelli ad avere la preferenza su tutto quando si trattava di colorare i miei disegni. Tuttavia, ora che ci rifletto, non avrei potuto colorare senza prima aver disegnato e di certo i primi disegni che avrò realizzato saranno stati degli schizzi a matita.    Sì, senza dubbio devo aver utilizzato una matita anche prima di andare a scuola. Forse all’asilo o più facilmente a casa, sul tavolo della cucina o steso sul pavimento della mia cameretta, tracciando scarabocchi su qualche agenda logora, sulle pagine di un vecchio quaderno...

Una matita per l'estate / Matita. Strumento divinatorio

  L'ultima è arrivata da Barcellona, un bastoncino liscio, senza lati, lucido e ricoperto dai colori di Parc Guell. Un cilindro perfetto con un'anima di grafite da liberare il prima possibile, perché una matita senza punta è un paradosso insopportabile. Accuratamente affilata, la matita decorata da Gaudì è rimasta a riposare tra le penne scariche, infilandosi tra i capelli nei giorni più caldi, a spargere sulla testa profumo di legno e lapis.     Non uso spesso la matita, le riservo compiti circoscritti e cerimoniose pratiche di osservazione e meditazione. Innanzitutto la matita vuole la carta, ubbidendo all'elettiva affinità di due tenaci memorie del legno. E il resto sono esercizi per dar forma a ciò che è incerto e diviso, per parlare la  lingua del possibile e del nebuloso.   La matita è sempre stata per me uno strumento divinatorio, utile a chiamare a sé le cose sommerse, a portarle a galla accarezzandone la superficie.     Quello che veniva fuori dalle matite era sempre il frutto di un gioco e di un compromesso, il barattare un po' di gentilezza per qualcosa di fragile e vero.     Un addestramento alla precisione per fare pace...

Una matita per l'estate / La matita del fato

  I misteri delle matite rosseblu sono indecifrabili come il Destino. Un mistero fra tutti, tanto per chiarire: perché il blu marchiava gli errori capitali e il rosso quelli veniali, e non viceversa? In attesa di delucidazioni dagli esperti, passo al seguito.  Il blu era livido e pigiato con furia da una matita non appuntita, anzi scalcagnata; il rosso invece sottile, timido e svolazzante.  Il blu era inesorabile: ne bastava un altro soltanto per sprofondare nel buio precipizio dell’insufficienza. “Superstisione” causava invece la correzione in rosso della esse in zeta (forse perché in torinese si dice superstisiun?). I compiti in classe di noi liceali andavano compilati su fogli protocollo con ogni facciata divisa in verticale in due da una piega. Nella prima parte a sinistra si vergava il distillato del proprio pensiero, mentre la seconda a destra andava lasciata bianca. Riservata ai commenti blu, sarcastici e depressivi, del docente indignato. Mi riferiscono i liceali d’oggidì che quelle antiche pratiche sono in uso ancora oggi, è questo il motivo della mia lagna di cui sopra.   “Domani procuratevi i fogli protocollo” ci disse col suo celeste sorriso...

Una matita per l'estate / Matita: veloce e lenta, giovane e antica

  La matita e io   Un paio di anni fa mi trovavo a partecipare alla prima riunione della giuria di un concorso. Eravamo in Svizzera, a Lugano, e noi giurati sedevamo a un tavolo fatto di banchi disposti a ferro di cavallo. Gli altri (per lo più donne) estraggono e posizionano davanti a loro computer e tablet; io e un signore ben più giovane di me, che sapevo essere giornalista e scrittore ma che non conoscevo di persona, tiriamo fuori calepino e matita. Lo vedo subito in difficoltà, il mio compagno di scrittura, perché la sua matita è spuntata. Con un gesto di sovrana professionalità apro la borsetta, tiro fuori il temperamatite, che ho sempre con me, e glielo porgo, sentendomi come Gesù nel tempio. Carlo (si chiama così) tempera la matita e mi restituisce con un grazie il temperino, di quelli che hanno la custodia incorporata per gli scarti. Nasce da questo piccolo gesto una grande amicizia.    Un'altra volta, l'anno scorso, ero stata alloggiata per lavoro in un albergo molto lussuoso, il Boscolo a Budapest. Sul comodino c'era, come spesso succede negli alberghi (in alcuni trovo una biro e allora so che non devo tornarci) una matita, e che matita. Di un bel...

Una matita per l'estate / La prima matita e le sue compagne

  Era piccolissima, lunga circa sei centimetri e con una sezione di non più di tre millimetri: perfetta per le dita di una bambina. Faceva parte di una confezione speciale del Malto Kneipp e del Caffè Franck, ed era a corredo di un’agenda del 1957 (illustrata da Herbert Leupin) che per anni nessuno in famiglia aveva osato utilizzare. Probabilmente a causa della sua bellezza mi era stato raccomandato di non consumarla, ma com’è possibile non consumare una matita? Vero è che il signor Kneipp aveva pensato a tutto, allo smalto color ambra che la ricopriva e alla base arrotondata dipinta d’oro ma aveva scordato di fornire un temperino adatto alla sua dimensione, così per fare la punta serviva un coltellino e per disegnare mi trovavo a dipendere dagli adulti. In seguito ho approfittato delle matite usate di mia sorella, maggiore di otto anni. Le temperavo di nascosto per ereditarne gli scarti. A volte intercettavo anche i mozziconi delle sue compagne di classe, la figlia del ragioniere o la figlia del farmacista mi passavano piccoli tesori con la grafite morbida e legni di qualità che in molti casi, purtroppo, avevano il difetto di essere mordicchiati. Provavo un vero dolore...

Una matita per l'estate / Perdonare gli errori

Sono ancora restio ad ammettere con me stesso di essere un professionista del disegno. Intanto la parola non mi piace: riduce quanto la parola dilettante dilata. Poi ho davvero molte resistenze ad affidare al rispetto del canone la soluzione dei problemi di rappresentazione e sono altrettanto riluttante ad acquisire le competenze tecniche e la conoscenza degli strumenti di lavoro che mi competerebbero.   Disegno di una matita. Un po’ forse per via di residui dell’idea di primato della testa sulla mano annidati da qualche parte, un po’ forse per l’insinuarsi dell’idea che la superspecializzazione degli strumenti tecnici sia uno specchietto per quelle allodole che pensano di risolvere i loro problemi con una attrezzatura ipertrofica. Così, anche se ho nella testa una nebulosa di matite e ho usato solo matite per anni, non mi sono affezionato a nessuna di esse e non ho nemmeno un’idea ragionevolmente precisa di quanti tipi ne esistano e a cosa serva specialmente ogni modello.   Disegno di un disegno di una matita. Si dà il caso che la matita “normale”, legno e grafite, sia uno strumento praticamente perfetto: leggero, maneggevole, robusto, durevole, efficiente… Non...

Dall’immateriale del web al materiale della carta / Almanacco doppiozero

  Da Abramović a Zargani sono sessantadue irregolari. Forse non tutti irregolari veri e propri, ma forse irregolare è anche il tentativo di mappare il mondo a partire da sguardi singolari, da un pensare, o un fare, incarnato in una figura. Ecco perché dei ritratti. Molti di questi portano in primo piano l’attenzione che abbiamo posto in questi sei anni ai personaggi della società e della cultura, italiana e internazionale, non facilmente omologabili, eccentrici. Sono artisti, filosofi, scrittori, pensatrici, cantanti, poeti, fotografe, cineasti, psichiatri, psicologi, attrici, designer, politici, e altro ancora. Sono solo una piccola parte: abbiamo dovuto escludere da questo Almanacco, il numero 1 che segue il precedente numero 0, una gran parte dei ritratti che la redazione e i collaboratori di doppiozero hanno scritto in questi anni. Solo questi sessantadue testi, composti in caratteri e corpo per un eventuale libro, ammonterebbero a oltre 500 pagine. Questo per dire del patrimonio che contiene il sito, la ricchezza di contenuti e di letture dedicate a tantissimi autori, contemporanei e non. Contemporaneo vuol dire di questo tempo: con-tempo.   Non c’è un intento...