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George W. Bush

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Vice di Adam McKay / Il vero corpo del potere

Poco più di un anno fa, quando Steve Bannon era ancora Chief Strategist dell’Amministrazione Trump alla Casa Bianca, iniziarono a circolare una serie di articoli su diversi organi di stampa americani che notarono un particolare apparentemente inspiegabile della sua tenuta d’abbigliamento. Quando Bannon andava in giro per interviste giornalistiche, comizi o incontri di vario tipo – cioè per tutte quelle occasioni che non richiedevano un abbigliamento formale – era solito sempre indossare due camicie, una sopra l’altra. Basta fare una rapida ricerca di immagini su Google per notare che Bannon mostra sempre questo stranissimo particolare del suo vestiario. In molti iniziarono a chiedersi il perché di questa scelta d’abbigliamento: perché l’ideologo nazionalista dell’amministrazione Trump si veste sempre e sistematicamente in questo modo così strano? È una pura idiosincrasia personale o forse sta cercando di dirci qualcosa? Persino Joshua Green, il giornalista che ha dedicato un intero libro ai rapporti tra Steve Bannon e Donald Trump ha dichiarato di non essere mai riuscito a capirlo: “non ne ho idea. È lo stile di abbigliamento più strano che abbia mai incontrato.” In molti però...

Guantanamo e i nuovi Lager

Tra i commenti ai recenti attentati di Parigi alcune voci si sono soffermate sulle possibili conseguenze che una risposta securitaria potrebbe portare in termini legislativi nelle società europee. L'uso isterico dei pronomi personali dopo la strage nelle redazione di Charlie Hebdo è anche una spia linguistica della logica dell'identità che all'indomani dell'attentato alle Torri gemelle del 2001 ha accompagnato le retoriche dello scontro di civiltà; retoriche che hanno giustificato gli interventi di polizia internazionale e le guerre chirurgiche. Intervistato da Repubblica il 15 gennaio Giorgio Agamben ha invitato «a mantenere la lucidità» e non commettere lo stesso errore l'«equivoco tra terrorismo e guerra che ha permesso a Bush dopo l’11 settembre di scatenare quella guerra [...] che è costata la vita a decine di migliaia di persone e senza la quale forse non avremmo avuto la strage che la Francia sta oggi piangendo». Il rischio – continua Agamben – è quello del lento scivolamento «in quello che i politologi americani chiamano Security State, cioè in uno...

Tutti gli Hopper del Presidente

I consigli del presidente.   Il 30 gennaio scorso Obama era in visita ufficiale, in Wisconsin. In un passaggio del suo discorso indirizzato a un pubblico di giovani, il presidente li ha esortati a lavorare nell’industria manifatturiera. Specializzarsi in questo campo, Obama dixit, offre più prospettive di lavoro che una laurea in storia dell’arte. Resosi immediatamente conto della gaffe, ha aggiunto che, ovviamente, non c’è niente di male a studiare storia dell’arte (“I love art history”) e, tra le risate generali, ha pregato gli storici dell’arte di non sommergerlo di lettere di protesta. Gli è sfuggita una battuta, una di quelle non scritte in cui il senso comune se non l’inconscio prendono il sopravvento e s’esprimono a loro modo.   Barack Obama alla General Electric di Waukesha   Qualcuno non l’ha ascoltato fino in fondo. Il 12 febbraio, Obama ha risposto per iscritto a una professoressa di storia dell’arte specializzata in arte medievale e Rinascimento italiano che l’aveva contattato passando per il sito della White House. Obama si è scusato per le sue...

Chi è davvero Barack Obama?

Chi è davvero Barack Obama? La questione dello spionaggio ai danni degli alleati europei, dei capi di stato, ma non solo loro, da parte della agenzia di sicurezza americana, Nsa, fa emergere un problema: chi è davvero il Premio Nobel per la pace? Prima di tutto Obama è un capo di governo e come tale fa gli interessi del proprio paese, com’è ovvio che sia, che si tratti di garantirne la sicurezza contro gli attacchi terroristici o che invece voglia mantenerne inalterato il suo primato militare ed economico.   Su questo piano sono semmai gli europei a essere ingenui nei confronti del capo di un paese che ha la leadership politica attuale e utilizza il suo potenziale tecnologico per restare tale. L’America non ha nessuna intenzione di cedere questo primato. In politica, come disse una volta il leader cinese Den Xiaoping, “Non importa se il gatto è bianco o nero, basta che prenda i topi”.   La Realpolitik in tempi di globalizzazione non è dunque calata, anzi, se si guarda bene, è pure aumentata. Una cosa è evidente in questo Datagate, com’è stato chiamato: gli Stati Uniti...

Ancora Berlusconi?

Per l'ennesima volta qualche tedesco, che sia amico, conoscente o incontro casuale di viaggio, trovandosi di fronte a me, interlocutrice presumibilmente informata di cose italiane e in grado di spiegargliele nella sua lingua, mi chiede: «Ma lei/tu riesce/i a farmi capire perché gli italiani hanno votato e ancora votano Berlusconi?». Rispondo, affranta e sconsolata, con i miei soliti argomenti, leggermente modificati, come vuole la retorica vecchia e nuova, rispetto all'uditorio, rappresentato nel caso specifico da un insegnante medio, docente di latino e inglese in un rinomato Gymnasium teutonico.     Comincio col dirgli che se c'è una categoria professionale che NON vota Berlusconi, è quella formata dagli insegnanti statali della scuola pubblica (Berlusconi cordialmente detesta, ricambiato, la scuola pubblica e i suoi insegnanti, lui che ha studiato dai padri di qualche bel liceo confessionale). Quelli come te, spiego all'insegnante di latino e inglese, non lo votano perché sono istruiti, sono colti, hanno studiato e riescono a non farsi turlupinare dal senso dei messaggi che chiameremo politici, anche...

Ascesa e declino della scrivania

Dopo aver sputato fuori dal finestrino e acceso un sigaro sfregando il fiammifero sulla suola dello stivale, il pistolero Frank (Henry Fonda) si siede dietro alla scrivania di Morton (Gabriele Ferzetti), l’industriale delle ferrovie per il quale ha fatto qualche lavoro, «per togliere i piccoli ostacoli dai binari». È un momento di C'era una volta il West di Sergio Leone  (1968); i due si trovano in un vagone ferroviario lussuosissimo perché è la sede del capo e anche la scrivania è come si deve. Per qualche minuto il pistolero si siede alla scrivania, mentre l’uomo di affari sta in piedi dall’altra parte. «Che cosa si prova a stare seduto lì dietro, Frank? », chiede Morton.     «È come stringere una pistola …», risponde il bandito accarezzando il bordo del mobile. E poi distendendo le mani sul piano in legno: «Solo molto, molto più in grande». La battuta di Frank, come è naturale, si accorda molto più agli anni Sessanta che all’epoca in cui il film è ambientato; la scrivania, infatti, aveva ormai una...

Big Love

Pubblichiamo di seguito i primi paragrafi di un saggio che compare nel nuovo numero della rivista di studi nordamericani Ácoma. Il fascicolo è dedicato ai serial TV statunitensi ed è in libreria da pochi giorni     Scritta dalla coppia Will Scheffer e Mark V. Olsen, al suo debutto nel marzo del 2006, la serie Big Love, prodotto di punta di HBO nel genere drama, aveva già tutte le carte in regola per assicurarsi non solo il coinvolgimento del pubblico televisivo e l’interesse dei critici di settore, ma anche l’attenzione degli studiosi. Innanzitutto, la produzione e messa in onda della serie da parte di HBO genera aspettative in termini di qualità di scrittura, complessità delle tematiche trattate e ricercatezza estetica legate ai precedenti successi del canale via cavo, e la collocano di diritto in una sorta di aristocrazia della serialità televisiva accanto a titoli quali Sex and The City (1998-2004), I Soprano (1999-2007), Six Feet Under (2001-2005) e The Wire (2002-2008). Inoltre, inserendosi in una ideale linea di continuità iniziata con I Soprano (la cui sesta e ultima stagione va in...

Empatia

Nel 2006, parlando agli studenti della Northwestern University a Chicago, Barack Obama stigmatizza l’esistenza di un “empathy deficit”. Il riferimento all’empatia come fatto positivo è assai frequente nei discorsi del presidente americano, mentre sembra quasi assente nel frasario del suo predecessore, George W. Bush. Tre anni dopo il primatologo Frans de Waal pubblica un libro L’età dell’empatia, e nel medesimo anno esce il libro dell’economista e futurologo Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. Da quel momento in poi il tema si diffonde a macchia d’olio e diventa sempre più consueto parlare della capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino al punto di coglierne i pensieri e gli stati d’animo. Ma cosa significa esattamente “empatia”? Perché e come è possibile “mettersi nei panni degli altri”?   Uno studioso di estetica, Andrea Pinotti, spiega in un ampio studio apparso da poco (Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Laterza), che il termine viene dal greco empatheia, composto da en, in, e pathos, affetto;...

Il segno del comando

L’altro giorno, al termine del suo comizio, in Place de la Concorde, il presidente Sarkozy, in giacca e cravatta, si è concesso un bagno di folla per stringere le mani dei suoi sostenitori. A un certo punto si è arrestato e si è sfilato l’orologio dal polso; lo ha messo in tasca, nei suoi eleganti calzoni blu, e ha ripreso il suo giro rituale. Il timore era quello di vederselo sfilare nel corso dello stretto contatto con la gente. Un orologio da 55.000 euro, si è letto sui siti, prodotto dal rinomato orologiaio svizzero Patek Philippe, in oro bianco, modello 5140 G, regalato al candidato presidenziale dalla moglie Carla Bruni durante la luna di miele. Un gesto piccolo borghese simile a quello di chi si tasta le tasche posteriori per sentire se il portafoglio c’è ancora, e che dà la misura dell’eleganza posticcia dell’uomo che aspira ad ottenere il secondo mandato alla testa del paese.   Del resto, Sarkozy deve essere stato memore di quanto era accaduto a George W. Bush durante la sua visita in Albania nel 2007 come presidente degli Stati Uniti. In maniche di camicia arrotolate, quasi a imitare la...

Deyan Sudjic. Architettura e potere

Si fronteggiano a breve distanza, meno di un chilometro in linea d’aria. Il primo ha la forma di due grandi parentesi contrapposte nella parte convessa, una più alta e una più bassa; il secondo è invece una sorta di nastro di vetro che si srotola partendo da una cuspide posta più in alto. Si tratta delle nuove torri milanesi. In quella edificata su progetto di Henry Cobb ha sede la Regione Lombardia, nell’altra, opera di Cesar Pelli, si trasferirà tra poco UniCredit, la più grande banca italiana.   La torre di Henry Cobb, Milano.                                                          La torre di Cesar Pelli, Milano.   Come ha notato Silvia Micheli in un testo dell’atlante di architettura contemporanea MMX Architettura Zona Critica (a cura di M. Biraghi, G. Lo Ricco, S. Micheli, Zandonai, pp. 297, € 26), le nuove architetture evidenziano i due poteri della capitale morale: il...

MTV

A mezzanotte del 1 agosto 1981 nasce MTV. La M sta per musica, quindi la sigla si legge Music Television. Al momento della fondazione la library del canale è piuttosto sguarnita: 250 video appena, destinati ad aumentare nell’arco di poco tempo. Il primo videoclip mandato in onda è dei Buggles, ma più che di una canzone si tratta di un presagio: Video Killed the Radio Stars. Mentre in Italia la cosiddetta “musica da vedere” è relegata dentro esperimenti da seconda serata Rai (tipo Mister Fantasy di Carlo Massarini, MTV sarebbe arrivata qui solo a metà degli anni ’90), il primo canale televisivo integralmente musicale assolveva a due bisogni. Da una parte, negli Stati Uniti, l’emergente tv via cavo necessitava di contenuti specifici originali (la musica, in questo caso) per definire meglio l’offerta destinata a nuovi target di consumatori. Dall’altra si trattava di un potente veicolo commerciale per far vendere più dischi. O almeno, così la pensava Robert Warren Pittman, il giovane manager (25 anni appena all’epoca) chiamato a generare un’idea che rendesse redditizio il nascente...