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Gérard Macé

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Blackhat

Nel dicembre del 1827 Jean-François Champollion ha trentasette anni, gliene restano tre da vivere, ed è bloccato su un divano, colpito da un attacco di gotta. Lo ricorda lui stesso in una lettera scritta il 16 gennaio 1828 ad Angelica Palli, chiamata confidenzialmente Zelmira (la conosce nel suo secondo viaggio in Italia, nell’aprile del 1826, a Livorno, dove giunge per conto del Louvre: deve acquisire la collezione Salt, composta da antichità egiziane). Qualcuno, in quelle lunghe giornate trascorse nell’immobilità, i piedi e le gambe fasciate come le sue adorate mummie, gli legge dei libri, per svago. Tra questi, L’ultimo dei Mohicani, pubblicato l’anno prima (1826) da James Fenimore Cooper.   «Champollion non sapeva leggere», scrive Gérard Macé in un magnifico libro a lui dedicato: «Sapeva solo decifrare, poteva ripercorrere, interrogandosi per ore e giorni, il tracciato delle lettere, come poi percorse il contorno dei geroglifici – ma non seppe mai dimenticare il tramite dei segni, quasi volesse a ciascuno di essi strappare un segreto». (G. Macé, L’ultimo degli...