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Giovanni Raboni

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Su due poesie d'amore del Novecento italiano / Il cuore che non dorme

Chi volesse allestire un’antologia di belle poesie d’amore del nostro Novecento, magari per disporre di un bacino di citazioni a uso anche privato, non avrebbe la strada facile. Non, almeno, se pretendesse di trovarsi tra le mani un canzoniere che celebra l’eros nella sua pienezza – l’eros al tempo stesso eccezionale e quotidiano, inconfondibile e universale. Chi dispiega apertamente il suo canto amoroso, se si escludono l’ossessivo riduzionismo efebico di Sandro Penna e la meteoropatia emotiva della penniana Patrizia Cavalli? Ci sono, è vero, lirici suggestivamente terrestri e sensuali, perfino in senso linguistico, come Gatto, Betocchi e certo Caproni, non a caso cresciuti anche loro, accanto a Penna, sul rovescio del tessuto ermetico: ma finiscono quasi sempre per diventare o troppo domestici o troppo sfuggenti, ripiegando su una freschezza insieme patetica e pudica e partendo per la tangente del manierismo. Ci sono, ancora, poeti erotico-famigliari alla Sanguineti o alla Giudici, che non esitano a palpare i corpi e a immergerli nella vita di tutti i giorni: ma lo fanno esibendo preventivamente il falsetto, il passaporto di una vezzosa diplomazia crepuscolare; così come il...

Striscia la Notizia risponde a Doppiozero

Pubblichiamo di seguito la risposta di Striscia la Notizia all'articolo di Gianfranco Marrone Neotelevisione (leggi l'articolo).     Contro il Drive in si è mossa da mesi una vera e propria macchina del fango. Chi in mala fede, chi acriticamente, chi semplicemente non ricordando, confonde o accomuna il programma culto degli anni ’80 con Colpo Grosso. Drive in, trasmissione libera e libertaria, una parodia dell’Italia degli esagerati anni ’80, della Milano da bere, del riflusso, dell’edonismo reaganiano, era un programma comico e satirico. Le ragazze “fast food” erano iperboli: figure retoriche viventi, caricature al pari del paninaro, del bocconiano, del dott. Vermilione, della top model, della professoressa, della moglie dell’onorevole Coccovace. Essendo parodie è evidente che prendessero spunto da altro, infatti le “tette” erano altrove. La Rai trasmetteva quelle nude di Rosa Fumetto ne Il Cappello sulle 23, quelle di Ilona Staller in C’era due volte, quelle di Barbara d’Urso in Stryx e quelle che facevano da tormentone in Due di tutto. Canale 5 rispondeva con altre...

Patria è un paradosso

Si dice patria quando non è sufficiente parlare di nazione, e nemmeno di Italia. Essendo la patria la propria nazione, può sembrare, per chi vi si trova, una parola ridondante, e nel contempo indicante l'invisibile. Appare, evocata, nella distanza: spesso è più facile dire patria per un italiano che vive fuori, allungando lo sguardo a una terra lontana. Appare evocata insieme a un sentimento penetrante, come appunto la nostalgia. Oppure – si veda l'ardente frequenza con cui viene scritta dagli uomini del Risorgimento – il desiderio. La patria si coagula sul vetrino del dolore ed è per certo “sì bella e perduta”. Patrioti si dicono i partigiani che combattono per averne una diversa da quella pesantemente accampata e sfacciatamente proclamata dal fascismo. “Sanguinosamente, oscena / mia patria, procuri indizi, reperti / di archeologia criminale agli esperti / d'altri millenni […] / Che male t'abbiamo fatto, che pena / vuoi che scontiamo per appartenerti / come cellule a un cancro [...]” (Raboni) sono i primi versi novecenteschi che vengono alla mente in merito; Povera patria la...