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Henri Meschonnic

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Campioni # 11. Vito M. Bonito

da bambina seduta nel sangue volevo sapere cosa resta dei morti   alle manine che uccido ora chiedo   cosa resta di me che cosa non torna mai più   (da Soffiati via, p. 15)   Vito M. Bonito   I perduti, «i volati», i Soffiati via, non sono (soltanto) sottratti, sono presenze, palpabili e brucianti, della sottrazione inevitabile, immedicabile. Pagina e vita sono senza conforto. E senza conforto i resti, «cosa resta dei morti», e l’impossibile canto. Il «mai più» semplice e inespugnato come sentenza capitale. Non soccorre neanche l’interpunzione: l’interrogativo, forse pietoso, che potremmo attenderci è scomparso, cancellato, negato, e più avanti «chi rimane cosa rimane» (p. 63) suona affermazione – di sinistro sgomento –, constatazione affranta più che vera domanda, a dirne finanche l’impossibilità, la sua consustanziale mancanza di risposta, l’insufficienza che quasi la rende colpa. Nel testo d’apertura «cosa resta dei morti» e «cosa resta di me» si riverberano nel loro essere...