Herzog e l'enigma della verità

2 Febbraio 2026

Anche con questo suo ultimo libro, Il futuro della verità (Feltrinelli, 2025), Herzog sembra essersi proposto di capire una grande inutilità.

In ogni caso, lo aveva già fatto con Fitzcarraldo – secondo quanto testimoniato nelle ultime pagine di un Diario redatto durante le riprese di quel capolavoro, e pubblicato poi in italiano nel 2018 con il titolo “La conquista dell’inutile (Mondadori).

Forse, anche quella che ossessiona la filosofia da secoli è una questione caratterizzata da una profonda e irrimediabile “inutilità”. Sì, la questione della ‘verità’ – di cui Werner Herzog è tornato a occuparsi nel suo ultimo volume – è quanto di più inutile vi sia.

E forse proprio per questo è da sempre avvolta da un alone di venerabile sacralità; insomma, la verità non serve a nulla perché non è serva di nessuno, si sarebbe anche ripetuto – e quasi sempre con un certo supponente compiacimento. Eppure, anche un regista come Herzog è rimasto fedele a questa antichissima ossessione. E proprio in quanto ossessionato dalla sua evidente “irrisolvibilità” – in accordo con buona parte dei più grandi protagonisti della storia della filosofia.

Nella sua ultima e brillante prova saggistica, dunque, il regista tedesco (autore di capolavori ormai entrati nella storia del cinema) ha deciso di misurarsi con “la questione delle questioni”.

Va anche detto che in questi ultimi anni sono usciti non pochi volumi dedicati alla questione della verità, così come a quella della realtà. Penso, ad esempio, a due bellissimi volumi pubblicati negli ultimi anni da Alfredo Gatto – uno dedicato al tema della verità e l’altro a quello della realtà (il primo edito da Ombre Corte l’altro da Castelvecchi). Quelle della verità e della realtà, peraltro, sono questioni intimamente legate tra loro, anche secondo Herzog; che, non a caso, avrebbe potuto rilevare come, proprio nel porre la questione dell’essenza della verità, ci si sia sempre convinti che essa consista nel “suo essere in sintonia con i fatti o la realtà” (p. 26). Vero, insomma, è sempre stato considerato ogni discorso in qualche modo conforme al reale. Ai fatti, cioè, che il discorso avrebbe sempre voluto, soprattutto là dove se ne fosse dimostrato in grado, riflettere fedelmente quale specchio veritiero dell’esistente.

Peccato che sia stato sempre non poco problematico stabilire cosa dovesse intendersi per “fatto”. Ci si chieda, infatti: cos’è ‘reale’? Ecco, proprio a questo proposito, già in Fitzcarraldo Herzog aveva riconosciuto che “non esiste più una netta linea di demarcazione tra fantasia e realtà” (p. 11).

D’altronde, è ormai tutto il mondo contemporaneo a doversi urgentemente misurare con la pericolosissima contiguità tra realtà e fantasia, o meglio con la loro destabilizzante con-fusione. Ormai non sappiamo più dire con certezza se una determinata azione sia stata realmente compiuta da un essere in carne ed ossa o sia soltanto il risultato di una cascata deterministica di calcoli statistici – e quindi dell’attivazione di algide reti neurali artificiali.

Come negarlo? Siamo tutti travolti da una massa abnorme di immagini fittizie, da fatti inesistenti e da pericolosissime fake-news; cioè, il mondo con cui stiamo molto velocemente imparando a fare i conti è sempre più violentemente dominato da affermazioni assurde e clamorose che, peraltro, sembrano in grado di “diffondersi molto più velocemente di quelle veritiere” (p. 14).

Ed Herzog ne è perfettamente consapevole; egli, peraltro, sa bene che anche l’arte – ad esempio la musica lirica – è da sempre produttrice di menzogne che, pur non nascondendo il proprio inganno, anzi facendosene forti, “diventano credibili” (p. 35); sì che, in essa, addirittura “l’inimmaginabile, l’impossibile, possa diventare logico e naturale”. (p. 35).

Ma Herzog è anche lucidamente consapevole del fatto che, mentre la menzogna dell’arte riesce ad essere credibile senza bisogno di nascondere l’illusorietà dei propri costrutti, ossia l’inverosimiglianza delle proprie narrazioni, il mondo dominato dall’intelligenza artificiale mente ‘mentendo anzitutto intorno alla natura menzognera delle proprie rappresentazioni’. Ossia, tenendo ben nascosta la loro illusorietà, la loro inconsistenza, e quindi una natura che è costitutivamente ingannevole. Insomma, il mondo contemporaneo è dominato da narrazioni che vengono spacciate per vere, quando in verità non sono altro che il frutto assolutamente artificiale di complesse connessioni e articolazioni neurali.

Il mondo in cui ci troviamo immersi ci rende spettatori di accadimenti del tutto fittizi che sono radicalmente indistinguibili da un fatto realmente accaduto. Ma che, proprio per questo, creano consenso, fiducia e convinzioni tanto ben radicate quanto totalmente inverosimili. Palesando una potenza effettuale davvero sorprendente; a questo proposito, Herzog ci ricorda anche come “i computer, ormai, giochino a scacchi meglio dei campioni del mondo e recentemente al gioco del Go, assai popolare in Asia, che è molto più complesso degli scacchi e soprattutto richiede maggior intuizione” (p. 19).

Ma qualcosa di assolutamente sorprendente è soprattutto il fatto che l’intelligenza artificiale abbia ormai imparato ad imparare; mostrandosi addirittura “in grado di imparare ricavando da sé le informazioni di cui ha bisogno” (p. 20). La sua ‘potenza’ comincia a fare seriamente paura; infatti, non sappiamo bene dove potrà condurci. Forse saremo costretti a rimodulare non solo il nostro ruolo nella realtà, ma anche il nostro modo di comprenderla; ammesso che si possa ancora dire cosa sia effettivamente reale. Reale potrebbe essere, ad esempio, ciò che funziona, che è in grado di modificare la nostra esistenza, e che ha effetti talvolta sorprendenti – risultati che, magari, nessun corpo in carne ed ossa sarebbe in grado di ottenere. Sorprendenti e spesso spaventosi.

Herzog, comunque, non si accoda ai fin troppo numerosi apocalittici; sa bene infatti che “l’intelligenza artificiale può anche rivelarsi uno strumento importante” (p. 22).

Molto interessante è poi il modo in cui il nostro regista riesce ad emendare la potenza da sempre riconosciuta all’evidenza del ‘fatto’, riconducendo la questione della verità al suo senso originario – che non al fatto guarda come alla sua indiscutibile unità di misura, ma alla luce; ciò di cui nessun fatto è in qualche modo dotato.

Sì, perché, se si trattasse solo di stare-ai-fatti, allora il libro dei libri – suggerisce ironicamente Herzog – sarebbe l’elenco telefonico; per questo il nostro ci invita a tornare alla parola con cui i greci indicavano “la verità”. Ossia, a quell’a-letheia che indica piuttosto il portare alla luce, il far emergere; il portare alla luce un’immagine fino ad allora solo latente.

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Werner Herzog.

Da cui “una sorprendente analogia con il processo della fotografia, con la pellicola, o più precisamente con le immagini su celluloide” (p. 26). Ma allora anche con il cinema, e con le sue mirabolanti ‘menzogne’ – che riescono addirittura a fingersi frammenti di vita vissuta –, dove, quel che conta non è tanto la corrispondenza con una supposta realtà già bell’e fatta, ma piuttosto “il processo, l’approccio, il percorso verso qualcosa. La ricerca stessa… che, sola, forse, ci rende partecipi di un qualcosa di irraggiungibile, della verità” (p. 27). Che sarà tale, comunque, non tanto perché troppo difficile da raggiungere, quanto perché istituita dal processo medesimo; proprio come quando si cammina.

Non è quindi un caso il fatto che, verso la fine del libro, Herzog sottolinei come proprio quella del camminare sia per lui l’esperienza “più intensa della realtà” (p. 103). Ma non il camminare dei turisti con lo zaino in spalla “che portano con sé casa, tenda, letto, sacco a pelo, provviste e fornelli” (p. 103). Quanto piuttosto quello già caro al grandissimo Robert Walser (cfr. La passeggiata) e poi anche all’indimenticabile Gianni Celati.

Un camminare a vanvera, per dirla con lo stesso Celati; un camminare indifferente, immotivato. Cioè privo di mete o scopi da raggiugere.

Ecco, dunque, l’unica vera condizione che sembra consentirci di ‘sentire’ la verità; per Herzog, cioè, quest’ultima è raggiungibile solo dai sentimenti. Come quelli generati dalle opere d’arte e, ad esempio, dall’opera lirica; capace di tanto soprattutto in ragione “della musica, grazie alla quale anche le storie più inverosimili, quelle che non esistono nell’esperienza umana, diventano credibili” (p. 35).

Tutto questo, peraltro, diventa evidente in un altro film diretto da Werner Herzog: Family Romance, LLC – dove il padre di Mahiro è dichiaratamente falso (si tratta infatti di un padre preso in affitto); un film, insomma, dove “tutto è una menzogna, tutto è falso, tutto è una performance, eppure in tutto c’è una verità costante: le emozioni. In tutte le menzogne (infatti), i sentimenti sono sempre veri” (p. 44).

D’altronde, il nostro tempo sembra non far altro che portare definitivamente alla luce “la propensione dell’uomo a ingannare se medesimo” (p. 72); a questo proposito, poi, il regista racconta un curioso episodio accadutogli durante le riprese di Mister Lonely, e riguardante un tale che si disse contento d’essersi confessato a un attore che interpretava la parte di un prete; riteneva, infatti, che questa confessione fittizia “fosse molto più facile di quella a un prete vero” (pp. 73-74).

Herzog, comunque, lo riconosce e lo ammette senza mezzi termini, di essersi “sempre fermamente opposto all’idea – a suo avviso erronea – che i fatti debbano necessariamente corrispondere alla verità” (p. 77).

Perciò non ha mai amato il cosiddetto cinéma vérité; la cui verità ha sempre trovato paragonabile a quella del tutto trasparente dei contabili. Piuttosto, il nostro ritiene “che solo attraverso la stilizzazione, l’invenzione, la poesia e l’immaginazione si possa esplorare una verità più profonda, una verità che ci permetta di andare oltre la semplice trasmissione dell’informazione per raggiungere l’eco lontana di una scintilla che ci illumini interiormente” (p. 77). E conia a questo proposito anche un termine: “verità estatica”, ad indicare l’esperienza di una vera e propria uscita da sé stessi – che non dipenderebbe tanto da una fedele corrispondenza ai fatti nella loro comunque indiscutibile fenomenicità, quanto piuttosto da un’esperienza in grado di spingerci oltre il ‘reale’. Che poi è quanto lo stesso regista tedesco ha cercato di realizzare attraverso alcuni suoi film.

Ad esempio, in Il piccolo Dieter vuole volare. Un film in cui quello che si vede alla fine, cioè la distesa di aerei della base di Davis-Monthan, non è una semplice distesa di aerei (un po’ come la pipa di Magritte non era una semplice pipa). “Quello che vediamo alla fine del film – precisa infatti Herzog – è pura finzione. Gli aerei non sono più veri aerei, ma un segno indelebile nella sua (di Dieter Dengler) anima” (p. 81).

Si tratta insomma di capire che solo là dove ci si sappia spingere sino al territorio mobile e instabile delle vere emozioni, ci si potrà anche rendere conto del fatto che, se “a volte il cervello ci ‘inganna’… (perché forse è solo leggermente confuso)” (p. 104), non di meno – come sapeva bene anche Shakespeare (giustamente citato da Herzog, a questo proposito) – noi umani amiamo tali inganni. Solo per questo amiamo visitare i musei, andare al cinema, leggere poesie etc. Quasi “sentissimo” ciò che nessun ragionamento avrebbe mai potuto accettare: ossia, che solo attraverso una ‘commovente’ menzogna si può non tanto sapere, quanto piuttosto ‘capire’ che proprio il fatto che possa esservi una verità è la più grande menzogna che abbiamo continuato indefessi a raccontarci. E forse proprio in ragione di quella che è forse la natura originariamente menzognera di ogni possibile verità.

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