Pérez Reverte: amo e sfido il lettore

7 Aprile 2026

William Faulkner non era un lettore abituale di romanzi polizieschi. A meno che, diceva, non fossero “buoni come I fratelli Karamazov”, dato che la letteratura non deve mai abbassare la guardia. Per dimostrare che aveva ragione, lo scrittore di New Albany, Mississippi, nel 1948 s’era deciso a pubblicare Non si fruga nella polvere, ambientato nell’immaginaria contea di Yoknapatawpha. Un romanzo modernista, ma al tempo stesso dostoevskiano, intriso di misteri e razzismo, omicidi e pregiudizi. Scritto senza modificare il suo stile fatto del fluviale scorrere di frasi infinite e continui cambi di prospettiva.

In qualche modo, con Non si fruga nella polvere il Premio Nobel per la letteratura si era dimostrato pronto a impadronirsi della struttura del poliziesco. Per costruirci sopra un romanzo “alto”.

C’è da scommettere che Faulkner avrebbe sorriso sornione leggendo Il problema finale. Perché nel nuovo romanzo di Arturo Pérez Reverte, tradotto da Bruno Arpaia per le edizioni Settecolori (pagg. 347, euro 23), uno dei personaggi sostiene che L’assassinio di Roger Ackroyd, pubblicato da Agatha Christie nel 1926, il terzo in cui compare il suo investigatore Hercule Poirot, “è un capolavoro quanto Delitto e castigo”.

Del resto, Pérez Reverte non ha mai fatto mistero di considerare alcuni maestri del poliziesco e del romanzo d’avventura parenti prossimi dei grandi nomi della letteratura. Anche perché, dopo aver trascorso dieci anni a raccontare come reporter del quotidiano serale Pueblo, e del canale radiotelevisivo RTVE, le guerre sparse per il mondo, dalle Falkland all’ex Jugoslavia, lo scrittore spagnolo, nato a Cartagena nel 1951, ha deciso che i suoi romanzi non avrebbero mai scimmiottato la vita reale. Preferendo battere le strade del mistero, dell’avventura, lasciandosi stregare dal fascino del viaggio e della scoperta di nuovi orizzonti.

Non a caso, ancora oggi, il nome di Pérez Reverte viene associato all’indiscusso successo di un romanzo come Il club Dumas, pubblicato in Italia nel 1997 e portato sul grande schermo, due anni più tardi, da Roman Polanski con il titolo La nona porta, interpretato da Johnny Depp e Emmanuelle Seigner. Una storia intrisa di amore per i libri, loschi intrighi, echi dell’Inquisizione e sulfuree ipotesi esoteriche.

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“Quando legge un libro, soprattutto i miei libri, il lettore deve sentirsi felice – spiega Pérez Reverte, che è stato ospite della quinta edizione del festival dell’editoria Testo, allestito negli spazi della Stazione Leopolda a Firenze –. Deve considerarmi un complice, un amico. Spero che provi lo stesso piacere che ha accompagnato me quando ho affrontato Lord Jim di Joseph Conrad, o mi sono lasciato sfidare dai rompicapi di Agatha Christie. Cerco sempre di evitare certe derive narrative di moda oggi: quelle che vogliono trasformare il racconto in una fotocopia della vita reale. Scrivere mi riporta in sintonia con la mia adolescenza, quando a emozionarmi erano i film di pirati, di cow-boy e indiani, di avventurieri”.

Pérez Reverte ha dimostrato, in quarant’anni di attività letteraria, di sapere molto bene come coinvolgere il lettore nelle storie che racconta. Lo dimostrano il successo ottenuto con romanzi come Il maestro di scherma e La favola fiamminga, L’ombra dell’aquila e La carta sferica. Senza dimenticare la lunga serie delle Avventure del Capitano Alatriste, omaggio ai romanzi di cappa e spada con ambientazione storica molto curata, che qualcuno ha definito un felice incontro tra I promessi sposi e I tre moschettieri. Altre suggestioni, poi, lo hanno spinto a efficaci incursioni nel divenire tragico della Storia: in Linea di fuoco ha raccontato i mille volti insanguinati della guerra civile spagnola; in Rivoluzione ha ricostruito la rivolta del Messico al tempo di Pancho Villa e Emiliano Zapata.

In Il problema finale, Pérez Reverte ha voluto riaffermare il suo grande amore per quella che, per troppo tempo, è stata considerata soltanto trivialliteratur: narrativa intrisa di emozioni popolari. Proprio per questo ha chiesto ai suoi editori che sulla copertina del romanzo venisse rielaborata un‘immagine di Basil Rathbone, che ha vestito i panni di Sherlock Holmes in quattordici indimenticati film, tra il 1939 e il 1946. Non solo il simbolo, ma l’incarnazione stessa del detective di Baker Street.

Ed è proprio un attore quasi in disarmo, Hopalong Basil, a trovarsi al centro di una serie di delitti sull’isola di Utakos, posta di fronte a Corfù. Bloccato lì da una tempesta infinita, che rende impossibile l’intervento della polizia, Basil si lascia convincere dagli altri ospiti dell’Hotel Auslander a indossare ancora i panni di Sherlock Holmes, in cui si è calato per tanti anni sul grande schermo, e provare a scoprire l’assassino. Così, quando si dimostra pronto ad accettare la strana missione investigativa, e a ricreare l’atmosfera delle storie di Conan Doyle, acconsente pure che il turista spagnolo Francisco Foxá diventi il suo dottor Watson.

Sarà il metodo deduttivo, portato a sublime perfezione da Holmes, a dipanare il groviglio di misteri. Mentre Pérez Reverte non smette di ricamare suggestioni sherlockiane, in un clima di eleganza e raffinatezza inglese old style. Dove il lettore, anche quello più accorto, rischia di perdersi in un labirinto di false piste, sospetti incrociati, ingannevoli soluzioni.

“Quand’era pronto, ho mandato Il problema finale alla mia editor spagnola – racconta Pérez Reverte –, togliendo, però, l’ultimo capitolo. Era una sfida a una donna molto intelligente, dotata di una mente matematica. Mi incuriosiva verificare se sarebbe riuscita a trovare il colpevole e il movente dei delitti senza leggere il finale. Beh, ho vinto io, non ce l’ha fatta. E questo mi ha reso davvero felice, perché significa che la storia funziona”.

Pérez Reverte ama il lettore disposto a giocare con lui. Predilige chi è pronto a dargli scacco matto, individuando la soluzione del mistero prima di arrivare alle ultime pagine. “Mi interessa poco il lettore sprovveduto, innocente, che si arrende facilmente. Preferisco quello che si è fatto le ossa su tanti romanzi polizieschi. Che diventa complice di chi scrive. A quel punto, diventa una sorta di duello silenzioso tra me e chi legge. Io lo sfido apertamente a scoprire il colpevole, lui deve fare l’impossibile per smascherare i miei trucchi”.

Il problema finale non è soltanto una dichiarazione d’amore viscerale per il genere poliziesco. Nel romanzo, Pérez Reverte dimostra quanto la letteratura diventi centro di gravità per chiunque apprezzi i libri. “Sono stato molto fortunato – spiega lo scrittore –, perché fin da ragazzo ho potuto attingere a una grandissima biblioteca familiare. Da una parte c’erano i libri di mio nonno, con tanti classici anche greci e latini, dall’altra quelli di mia nonna paterna, che leggeva soprattutto autori americani come Scott Fitzgerald, Edgar Wallace, e prediligeva il genere poliziesco. Così, ho potuto spaziare dall’Odissea al Grande Gatsby, da Delitto e castigo alle avventure di Sherlock Holmes. Fin da allora, per me, non c’è stata differenza tra grandi romanzi e letteratura di genere. Ho continuato a pensarla così anche quando ho iniziato a scrivere”.

Ma come fa un bravo reporter di guerra a trasformarsi in uno scrittore? A impadronirsi di una tecnica narrativa capace di ipnotizzare migliaia di lettori? “Se parliamo di come si struttura una storia – dice Pérez Reverte – credo di avere imparato di più dai bestseller di lingua inglese che non dai grandi romanzi europei. Questi ultimi mi hanno insegnato molte altre cose: profondità, complessità nella costruzione dei personaggi, cura degli aspetti psicologici. Tutto il resto, come impostare la trama, come renderla credibile e portarla verso la conclusione, l’ho imparato da tanti libri di successo”.

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Pérez Reverte non ha dubbi: “Agatha Christie e Ellery Queen hanno già inventato tutto, se parliamo di trame poliziesche. Ormai è difficile scrivere un romanzo originale. Però, può risultare sorprendente la via che scegli per raccontare la tua storia. Ancora oggi una sfida elettrizzante è quella di inventare nuovi delitti ambientandoli in una camera chiusa. Ci hanno provato in tanti, ma le modalità di racconto sono infinite”.

Di gialli, ormai, sono pieni gli scaffali delle librerie. Così, però, non si rischia di anestetizzare uno dei generi letterari più amati? “Il thriller sta uccidendo il brivido intellettuale – ammette Pérez Reverte –. Oggi le serie tivù, ma anche molti romanzi, puntano tutto su delitti efferati, sangue, serial killer feroci. Si dispensano a profusione emozioni forti, ma si è persa la forza della detection. Le riflessioni di un investigatore come Sherlock Holmes, la sua attenzione per i particolari, sono scomparse. Per questo ho voluto scrivere un romanzo dove ci fosse poco sangue e molto ragionamento. Le storie di Conan Doyle sono come una buona medicina: aiutano a vivere”.

Allora è normale che il lettore di Pérez Reverte trovi, nei suoi libri, il sapore della nostalgia per tanti scrittori e tanti libri che ha adorato. “Devo essere sincero – confida –: è raro scoprire un nuovo autore che mi entusiasmi. I più grandi, credo di averli già letti: Dashiell Hammett, Raymond Chandler, John Dickson Carr. Il romanzo poliziesco non smette mai di stupirmi, perché si basa su un meccanismo quasi perfetto. I dialoghi di Elmore Leonard sono quanto di più sorprendente si possa immaginare. Da quando scrivo, poi, non li leggo soltanto per divertimento: mi affascina provare a smontare la macchina narrativa”.

A nutrire, contaminare, suggestionare le storie di Pérez Reverte c’è sempre stato anche il cinema. “Quand’ero ragazzo, la tivù non aveva ancora colonizzato le nostre vite – dice –. In compenso, i film classici me li sono visti quasi tutti, da John Ford a Alfred Hitchcock. Certe pellicole mi hanno regalato una familiarità con la narrazione molto importante. Ancora oggi, non mi appassiono ai film che insistono a raccontare le cose di tutti i giorni. Preferisco mettermi sulle tracce di Clark Gable nei suoi viaggi avventurosi. Oppure lasciarmi travolgere da Alberto Sordi, che trasforma l’italiano medio in un personaggio grottesco. Ecco, proprio qui sta il punto: la fantasia è nutritiva, stimolante. A me, per esempio, i film degli anni ‘50 e ‘60 hanno insegnato ad amare l’Italia, la sua arte di arrangiarsi, il nostro essere tutti mediterranei”.

Spesso, però, il cinema viene accusato di vampirizzare la letteratura. Si invaghisce di un buon romanzo, lo trasforma, lo tradisce, per confezionare poi un film non sempre all’altezza dell’originale. Oltre a Polanski, anche Agustín Díaz Yanes si è impossessato di un personaggio creato da Pérez Reverte, il capitano Diego Alatriste, per portarlo al centro del suo film del 2006 Il destino di un guerriero, affidando la parte del protagonista a Viggo Mortensen.

Pérez Reverte, però, non si unisce al coro degli autori che si sentono traditi: “Non c’è nessuna relazione possibile tra la letteratura e il cinema – spiega, andando dritto al cuore della questione –. Sbaglia lo scrittore che si illude di poter seguire la lavorazione del film, magari intervenendo sulla sceneggiatura. Perché sul set prevale la visione del regista, del direttore della fotografia, di chi scrive il trattamento, perfino di chi cura il montaggio. Il meccanismo narrativo si perde per strada, dal momento che deve adattarsi a un altro linguaggio creativo. A Roman Polanski ho spiegato subito che non sarei intervenuto sulla sceneggiatura della Nona porta: è il tuo film, non il mio, gli ho detto. Io ho scritto il romanzo, punto. Al massimo, mi riservo la libertà di criticarti. Ecco, trovo salutare mantenere una giusta distanza dai film tratti dai libri”.

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