Il design sul corpo del donne
Nel 1988 esce un libro destinato a cambiare la concezione del design e le sue applicazioni, si intitola La caffettiera del masochista, il suo autore è Donald Norman, psicologo e sociologo statunitense. Il libro racconta il rapporto che intercorre tra il design degli oggetti quotidiani e l’utente, chiamato in causa per ristabilire la funzionalità degli oggetti e così facendo responsabilizzare il progettista, spesso legato a un concetto meramente estetico dell’oggetto che finisce per trascurarne lo scopo primario. Norman sottolinea quanto sia importante denunciare quella che chiama “la congiura del silenzio”, ovvero l’inadeguatezza dell’utente di fronte alla complessità della progettazione, che finisce per spostare l’incapacità nell’utilizzo di un dato oggetto nell’utente stesso piuttosto che nel limite della progettazione e del progettista.
Parafrasando questa premessa, e con essa il titolo di questo celebre manuale di design, Chiara Alessi, esperta di cultura materiale e design, saggista, giornalista, divulgatrice e curatrice di mostre, porta in libreria per Laterza il suo ultimo libro, La sedia del sadico – il design sul corpo delle donne, che ha come obiettivo quello di raccontare, in una prospettiva dichiaratamente transfemminista intersezionale, alcuni oggetti di design quotidianamente utilizzati nella diagnosi e prevenzione medica delle patologie femminili, richiamando al tempo stesso le utenti donne (per nascita o per scelta) a divenire parti di un processo attivo nella trasformazione di strumenti che, invece di agevolare le diagnosi mettendo a loro agio i corpi a cui dovrebbero essere rivolti, finiscono per somigliare nella percezione delle fruitrici a strumenti di tortura che allontanano dalla medicina e dalla prevenzione.
È proprio una sedia, anzi due (ma una, l’androchair, per analizzare le patologie maschili non è che una riuscitissima provocazione verso l’altro sesso), a spalancarci le porte in questo che a tutti gli effetti sembrerebbe un museo degli orrori, e invece racconta gli strumenti pensati da medici, per lo più uomini, per indagare le patologie del corpo femminile: la GEC (Gynaecological Examination Chair), la sedia munita di staffe su cui siamo costrette ad arrampicarci ad ogni seduta dal ginecologo, lo speculum, la spirale, i test di gravidanza, gli assorbenti interni, fino a indagare dispositivi antistupro come la leggendaria vagina dentata raccontata da Virginie Despentes e infine gli strumenti del piacere, come i sex toys.
In questo saggio Chiara Alessi allestisce per noi un piccolo museo della tortura medica perpetrata sul corpo delle donne, e ci accompagna in ogni stanza raccontandoci la storia politica, la finalità e le implicazioni socio culturali che questi oggetti hanno avuto, e continuano ad avere, sui corpi che vorrebbero curare, senza tralasciare possibili spiragli di cambiamento, lotta e evoluzione.
Alessi ne ripercorre la storia, i brevetti e l’utilizzo, e lo fa da una prospettiva peculiare, che utilizza la storia del design come strumento critico di genere, come congegno per iniziare a pensare contro la prospettiva consueta, invitando il lettore, ma soprattutto le destinatarie finali di queste invenzioni, a ripensarsi come soggetti attivi e non più passivi nel ridefinire lo sguardo e, con esso, gli strumenti che la creatività umana ha messo al servizio della scienza.
L’assunto fondamentale, per Alessi, è smontare l’idea che gli oggetti siano neutrali, e ribadire invece la loro non neutralità, perché gli oggetti condizionano la percezione degli individui e generano automatismi, basti pensare al disagio raccontato dalle donne all’idea di doversi sottoporre a una visita ginecologica, di dover salire su quella sedia dove si perde la visuale e il controllo sul proprio corpo, di dover subire l’introduzione dello speculum, necessario per indagare il collo dell’utero ed effettuare, ad esempio, il fondamentale PAP test.
La dinamica oppressore/oppressa inizia già quando ci si siede ponendo le gambe sulle staffe della GEC perché, come scrive Veronica Raimo nel suo ultimo romanzo, Non scrivere di me (Einaudi), “se hai uno speculum ficcato dentro la vagina tendi a un approccio oracolare verso chi te l’ha infilato”. In quella perdita di controllo, in quel dover “sopportare altri due minuti”, c’è anche la perdita di una negoziazione del sapere, la stessa che porta moltissime donne a non sottoporsi affatto ai controlli medici, o a ritardarli fino a che spesso non è troppo tardi per una diagnosi e una cura adeguata.
Alla stregua del linguaggio, per cui ci siamo convinti che il maschile sovraesteso sia inclusivo per eccellenza e non definisca posizioni di genere e prospettive sul mondo – basti pensare alle resistenze verso le professioni declinate al femminile, quando individuano ruoli di prestigio e non di sottomissione –, così il design in generale viene spesso ideato sui maschi e testato sui loro corpi, escludendo così la metà della popolazione mondiale, le donne, e mettendo a rischio la loro salute, come già denunciato in Invisibili di Caroline Criado Perez (Einaudi) a proposito delle cinture di sicurezza, sperimentate su manichini per crash test dalle dimensioni maschili, o in merito ai sintomi dell’infarto e alle posologie dei medicinali, entrambi valutati sulla base di campioni maschili, portando le donne a morire di più per arresto cardiaco o a esporsi a un sovradosaggio nell’assunzione di farmaci che invece dovrebbero salvare loro la vita.
This is a man’s world, cantava James Brown, e infatti il maschio di altezza e peso medio, abile, sembra costituire la regola aurea di quasi ogni oggetto che ci circonda, dalle maniglie del tram alle cappelliere degli aerei, fino al cellulare e ai tasti del pianoforte. E tutti gli altri? Gli uomini più bassi della media, le donne, i disabili? I corpi, e soprattutto i corpi non conformi tornano dunque prepotentemente al centro della narrazione, rivendicando la creazione di un nuovo paradigma, come nell’esempio citato da Alessi della designer queer disabile Aimi Hamraie, che gestisce il Critical Design Lab in Tennessee: “Quello che arriva a formulare Aimi Hamraie non è tanto un mondo in cui si progetta guardando alla disabilità, ma in cui è la disabilità che progetta l’accesso, cambiando completamente il paradigma”.
La concezione della neutralità degli oggetti sposta infatti la responsabilità della loro utilità non sulla progettazione in sé ma su “un presunto limite dei corpi” ed è questo il nodo centrale della rinegoziazione del sapere: “Proprio il fatto di spostare la problematicità del soggetto agli oggetti con cui interagisce, suggerisce la responsabilità della progettazione di potere, anzi dovere, pensare una trasformazione”.

Il già citato speculum, oggetto di lotta intersezionale per eccellenza perché sperimentato e finalizzato dal dottor Sims tra il 1845 e il 1849 nel sud degli Stati Uniti su donne schiavizzate e razzializzate e in più trattate senza anestesia perché vittime anche dello stereotipo della minore soglia del dolore delle persone nere, è un esempio lampante di come uno strumento possa essere ideato per la mera utilità dell’esaminatore, trascurando completamente il disagio e il dolore provato dall’esaminato. Lo speculum diventa simbolo, come nell’omonimo saggio della filosofa Luce Irigaray del 1974, che le costò la sospensione dall’Università di Vincennes, del non essere viste delle donne da parte dello sguardo maschile, che trascura i loro corpi e le loro esigenze. Lo speculum, scrive Alessi, “continua a essere l’oggetto inventato dagli uomini per le donne che meglio racconta la contraddizione del design nel mancato aggiornamento di un rapporto corretto tra biologia e cultura, tra liberazione e oppressione, tra autodeterminazione e controllo dei corpi”.
“Nella stanza ginecologica nessun corpo è conforme”, continua Alessi, ogni donna è diversa e ogni vagina è diversa, com’è possibile, dunque, “che Starbucks abbia cinque diverse misure di bicchieri per il caffè, che lo stesso caffè possa essere servito in varianti infinite a seconda dei gusti dei consumatori, e invece per le donne e le loro vagine ci sia un unico strumento?”.
Lo speculum ha cambiato grandezza e materiale nel tempo, ma mai forma, almeno finora, mentre sono in progettazione e sperimentazione nuovi e diversi tipi di speculum, più gentili verso i corpi delle donne, che però non sono ancora stati diffusi sul mercato.
Verrebbe da chiedersi: e le donne? Come mai non hanno inventato loro stesse prototipi di speculum, o di IUD (Intra Uterine Device) più adatti alle loro esigenze? La risposta non è semplice, ma anche qui richiama fattori storico-culturali complessi, spesso legati a storie nate e sviluppate all’interno delle mura domestiche, o a riappropriazioni di invenzioni nate per altro, come gli assorbenti interni, dischetti di cotone pressato pensati per le ferite e utilizzati per la prima volta in guerra dalle infermiere a cui mancavano i dispositivi per l’igiene legata al ciclo mestruale.
Ma sono anche le storie della spirale, della pillola contraccettiva e del preservativo femminile, ostacolati non solo dall’impossibilità delle donne di registrare brevetti a loro nome fino al XIX secolo, ma anche dalla morale che tendeva a scollegare in tutti i modi ciò che riguardava la medicina legata al corpo delle donne dall’idea della loro vita sessuale e quindi del piacere. Alessi ne ripercorre le tappe, soffermandosi anche sulle strade per l’inferno lastricate di buone intenzioni dove spesso sono andate a perdersi anche idee innovative che si sono intraprese nel tentativo, ad esempio, di emancipare donne di minoranze fragili, e che spesso si sono purtroppo rivelate inefficaci. La partecipazione delle donne alla progettazione degli strumenti da usare sul proprio corpo non può infatti prescindere dalla possibilità di effettuare un’autodiagnosi, alla stessa stregua di come siamo in grado di diagnosticarci un raffreddore o un’emicrania e provvedere da soli alla nostra guarigione. Il test di gravidanza domestico, il Predictor, ideato nel 1968 da Margaret Crane, una graphic designer del New Jersey, ne è l’esempio più lampante: dimostra che l’autodiagnosi non deve essere necessariamente dolorosa o complessa, e può divenire un potente strumento di tutela della privacy oltre che della salute mentale delle donne. L’autodiagnosi e l’autocampionamento, inoltre, si rivelano fondamentali come fattori determinanti da un punto di vista di classe, oltre che di opportunità per la paziente, tanto che la loro diffusione è spesso promossa proprio nei paesi ad alto tasso di povertà.
L’autodiagnosi, con l’accesso a procedure semplificate per farlo, alla conoscenza di sé e del proprio corpo, è dunque il nocciolo della rinegoziazione dei saperi su cui pone l’accento Alessi, e che deve possedere la bilateralità, cioè un sapere che deve andare dalle donne ai medici e ai progettisti oltre che viceversa: “rinegoziare significa anche questo: scartare qualunque soluzione cosmetica in cui il passaggio di saperi arrivi dall’alto. Rinegoziare non significa che qualcuno consegna e qualcun altro riceve, e neppure uno scambio tra corpi messi a disposizione delle donne e strumenti concessi dagli uomini. Rinegoziare significa prendere atto che il sapere delle donne non è rimandabile, vincolabile o postponibile rispetto alla realizzazione degli oggetti che riguardano la loro salute sessuale”.
La rinegoziazione del sapere è fondamentale in un mondo, chiosa Alessi, in cui la natura ha dato a molti animali, tra cui le anatre, ad esempio, la possibilità di difendersi dai predatori sessuali o dalle conseguenze dei loro attacchi, mentre le donne sono prive di naturali difese, tanto da aver fantasticato, e in alcuni casi progettato, la realizzazione di dispositivi antistupro che ricordano la celebre vagina dentata invocata dall’attivista e scrittrice Despentes nel suo King Kong Theory. Inseribili in vagina, come il tampone killer di Haumann, che rilasciava sul pene una sostanza urticante e un prelevatore di tessuto per identificare lo stupratore, o il VenusGuard ideato dalla dottoressa sudafricana Sonnet Ehelers, che lavora da sempre con vittime di violenza sessuale, mai realizzati perché considerati una barbarie nei confronti dell’uomo, ma anche perché lasciano ancora una volta l’onere della difesa alla vittima, alimentando possibili forme di vittimizzazione secondaria.
La strada sembra quindi essere ancora lunga e tortuosa per l’autodeterminazione delle donne e la rinegoziazione dei saperi in ambito sessuale e ginecologico, ma in questa strada fatta di anse, slanci e ritorni, Chiara Alessi ci apre un’ultima porta, stavolta dedicata alla sessualità e ai sex toys, raccontandoci la storia del vibratore, nato per alleviare i medici dalla fatica di curare manualmente l’isteria delle donne e subito diventato un elemento di appropriazione e rivendicazione del piacere, ma anche l’esempio virtuoso del progetto Pornortopedia, a Barcellona, che progetta oggetti, protesi e plantari a scopo sessuale pensati anche per corpi non conformi con diverse forme di mobilità, in un concetto di sessualità davvero libero e inclusivo per tutti.
La sfida per la nostra contemporaneità, e per un futuro che possa essere davvero innovativo e inclusivo, è quella di rovesciare il rapporto forma/funzione così come lo abbiamo sempre pensato: non esiste la sola funzionalità a dettare l’utilizzo di un oggetto, molto spesso a segnarne l’utilizzo, il non utilizzo o il mancato rinnovamento concorrono elementi legati alla morale corrente, alla società, alla storia e i suoi processi, all’antropologia.
Bisogna, scrive Alessi, recuperare “la quota anarchica delle cose, che permette loro di tracciare dei percorsi a zig-zag, partire da un punto e riemergere laddove non ci si aspettava, passare da un significato a quello opposto, ricreandosi ogni volta nella relazione soggetto-oggetto”.
Per farlo è necessario recuperare l’orizzontalità della storia del design femminile che è una storia collettiva, fatta non di semplificazione ma di complessità e molteplicità, perché “non c’è liberazione se non è per tutti i corpi, cioè per ciascun corpo”, e la liberazione si può ottenere solo cambiando sguardo, scartando di lato, rivoltando ciò che sappiamo contro sé stesso.
“Come fa una donna a pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subìti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro sé stessi. Ecco come si pensa contro”.
Sono le parole di Lenù in L’amica geniale quando legge per la prima volta Carla Lonzi e prova una prepotente ammirazione per la sua dinamica di pensiero che racchiude in queste parole: Lonzi leggeva i libri rovesciandoli contro sé stessi. È sicuramente quello che il libro di Chiara Alessi, così colto e documentato, ci invita a fare: ripensare il design contro sé stesso, cercare una prospettiva nuova, modificare il punto di vista in un paradigma che sia finalmente inclusivo dello sguardo complesso, divergente e collettivo di tutte le comunità marginalizzate: le donne, le minoranze, la comunità queer, i corpi non conformi. Sputare sul design. Iniziare a pensare contro, insieme, per cambiare le cose.