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Ivano Fossati

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Parte il Giro / I novant'anni in maglia rosa

Il rosa è il colore del Giro d’Italia. Ma non da sempre. Passarono ventidue anni e diciannove edizioni prima che un fiocco, per l’appunto, rosa tenesse a battesimo la maglia rosa.  È il 10 maggio 1931 quando al termine della prima tappa, la Milano-Mantova, il primo a tagliare il traguardo indossava sul palco la maglia rosa, che da quel giorno avrebbe contraddistinto il primo in classifica generale. A vestire quell’inedito simbolo del primato fu guarda caso un campione mantovano, un campione emergente sulla scena ciclistica nazionale e, di lì a poco, anche internazionale: Learco Guerra.   Erano gli anni in cui il ciclismo italiano aveva un solo dominatore, anzi, una specie di tiranno. Da cinque anni vinceva sempre, o quasi sempre, Alfredo Binda, un ex stuccatore varesino che aveva trovato la strada del successo dopo essere emigrato in Francia e aver esordito, per passatempo, nelle corse per dilettanti in Costa Azzurra. Ci volle poco per capire che il Binda la sua fortuna l’avrebbe fatta stringendo un manubrio e spingendo sui pedali e non con pennelli e trabattelli a pitturare i soffitti di qualche villa di Antibes o Nizza. Tornato a correre in Italia, rapidamente...

Ironia, invettiva, malinconia / Il canto dei popoli in cammino

La pandemia non ce l’ha fatta a spegnerla. Infinite certezze sono andate in pezzi ma la musica no. La musica è rimasta. Anzi, nel mondo non se n’è mai ascoltata tanta. Non il silenzio, ma i cori dai balconi, i violini e le chitarre hanno accolto il primo lockdown. E quando gli spazi collettivi si sono chiusi e il bilancio delle morti è diventato inguardabile, i concerti sono fioriti online e le playlist personali si sono moltiplicate.  Non poteva andare altrimenti, come indica l’ultimo libro di Roberto Carretta Fuga – Il canto dei popoli in cammino e altre storie (Acquario, 165 pp.). A guardarla in prospettiva s’intuisce infatti una spinta che si muove nel profondo. Una trama ampia e delicata. Una costante dell’anima che ci riporta nel flusso della storia. Stiamo navigando acque sconosciute, impegnati in una traversata che non fa sconti. E questo genere di viaggio da sempre si afferra alla musica e lì ritrova le radici e il respiro di un orizzonte. La musica, scrive Roberto Carretta, è “un modo di portare con sé quel che non sembra essere più. Un bagaglio invisibile che non lascia tracce ma non dimentica nulla, non abbandona al nulla”. È “l’immutabile valigia dell’esule, del...

I fratelli Vicenti

Sugli argini in mezzo ai campi fra Vercelli e Santhià alla fine di settembre può fare già freddo. A undici anni del freddo ti importa poco, ma che la bella stagione se ne stia andando di nuovo ti fa proprio girare le palle. E ti girano ancora di piú se sono appena le otto e un quarto e sei in coda per iscriverti a scuola. Una scuola che oltretutto non avresti scelto. Io alle medie ci sarei andato, perché studiare mi piaceva, e col liceo classico avrei almeno provato.   Anzi, l’avrei fatto e basta. All’epoca non si tentava di andare a scuola, ti ci spedivano e tu dovevi arrivare in fondo, anche a denti stretti. Lo stesso col matrimonio: ti sposavi ed era finita, se ti eri sbagliato amen. Invece ero lí, di mattina presto, per un posto all’Avviamento Professionale, che avrebbe significato venti minuti di corriera tutte le sante mattine in mezzo alla nebbia, piú altri venti al ritorno, con la fame a strizzarmi lo stomaco come uno straccio bagnato, e dopo tre anni di quelle corse su e giú mi avrebbero messo in mano un bell’attestato da elettricista.   Nessuna possibilità per legge di...

Dire ti amo

Mi accorsi dell’importanza del giorno di San Valentino nei giorni di febbraio del 1991, tra il 10 e il  20 ogni porta di casa era addobbata di decorazioni floreali, ogni negozio pieno di regali, ogni strada illuminata, la gente si scambiava: “Buon San Valentino!”, sembrava Natale. Il 14 febbraio 1992 non me ne accorsi. Nel febbraio del 1991 ero ad Amherst, nel Massachusetts, mentre l’anno successivo ero in Italia. Vent’anni fa e oltre per noi il Valentino più famoso era ancora, per gli intellettuali, Cesare Borgia e per il popolo la poesia di Pascoli e le decorazioni delle tovagliette che si usavano al mattino a colazione: Valentino e Valentina, che mostravano di amarsi e servivano a farti cominciare bene la giornata.   Col tempo però il giorno di San Valentino divenne sempre più importante e in breve soppiantò la festa della mamma, che di solito è a maggio, e perfino l’8 marzo, giornata della donna. San Valentino è la festa degli innamorati. Ma l’amore che cos’è? Se lo chiede anche la traduzione italiana di un fado portoghese cantato da Milva: “Ahi, l’amore...

Bersani, mi ricordo di te

“Pensa:/ cangiare in inno l’elegia, rifarsi;/ non mancar più.”, scrive Eugenio Montale in Riviere (1920). Trasformare l’elegia in un inno: cosa significa? Che cos’è, un’elegia? E in che senso l’inno dovrebbe esserne l’auspicabile superamento?   Detto molto semplicemente, l’elegia è un genere poetico associato in origine a riti funebri, poi comunque a temi malinconici, nostalgici; il suo carattere è quello della dolente riflessione, del ripiegamento su se stessi. L’inno, all’opposto, è un’aperta celebrazione, un pubblico appello (“Fratelli d’Italia…”; “Debout, les damnés de la terre…”); anche musicalmente ha di solito un carattere corale, esortativo, ottimistico; suona come una chiamata all’azione, una marcia verso il futuro.   La canzone di Gianna Nannini (con la collaborazione di Isabella Santacroce) scelta da Pierluigi Bersani come “bandiera” musicale del Pd per la campagna elettorale del 2013 si intitola, appunto, Inno. Saputo il titolo, uno va ad ascoltare il pezzo...

Santi e streghe / A cimma

  “Cè serèn tèra scùa carne tènia nu fàte nèigra nu turnà dùa e ‘nt’ou nùme de Maria tùtti diài da sta pùgnatta anène via”     Cielo sereno terra scura carne tenera non diventare nera non ritornare dura e nel nome di Maria tutti i diavoli da questa pentola andate via     Una nenia, una preghiera, un’implorazione, persino un esorcismo... solo casualmente qui in dialetto genovese. Poteva avere anche queste forme ciò che ha accompagnato la nostra storia nel quotidiano confronto con la natura e con le relative paure, domande, attese... Di questo confronto, il rapporto con il cibo è stato a lungo la parte più profonda e la cucina ha rappresentato la mediazione quotidiana attraverso cui venire a patto con quelle paure, soddisfare quelle domande e quelle attese. Uno strumento e una mediazione che non erano “scienza” e a cui si aveva accesso secondo il proprio ruolo - la cucina popolare è sempre stata femminile - le risorse personali, la natura di una regione o di un...