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Pete Seeger

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Portammo tutti un eskimo innocente / Gli 80 anni di Francesco Guccini

Un giorno, invitato a pranzo da mia madre, notai che stava ascoltando i Metallica alla radio. Nothing else matters le sembrava una canzone adatta a farci il sugo. Poche settimane prima mi aveva detto di aver visto Guccini da Fabio Fazio, e che ne era rimasta commossa. Le feci presente che era recidiva. La passione tardiva per Guccini faceva il paio con l’amore sbocciato per De André grazie alla fiction trasmessa mesi prima da RAI Uno. Che avesse infine digerito Renato Zero e il triangolo era cosa risaputa in famiglia, ma nessuno si sarebbe aspettato di vederla sbucare in via Paolo Fabbri o su via del Campo.   Negli anni ’70 questo non sarebbe potuto succedere. Alla locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia mia madre avrebbe certamente preferito lo slow train coming di dylaniana memoria, un treno più lento, evangelico, che portava con sé il languore di un sud refrattario e devoto, rassegnato alla giustizia ultraterrena. La passione senile per Guccini, non potendo derivare dalle canzoni o dal lambrusco, doveva per forza sgorgare dallo sguardo retrospettivo del Guccini quasi ottantenne, un suo quasi coetaneo. Mia madre aveva verosimilmente colto, nelle sue parole e nella...

L’apocalisse è quello che c’è già?

Come tutti sanno, e i commentatori hanno sempre sottolineato, anche all’interno dello speciale di doppiozero dedicato ad Apocalittici e Integrati, il libro di Eco ha “fatto epoca”. Per il titolo/slogan (come, del resto, per il primo libro, Opera aperta; ed Eco, riporta nella sua famosa e sempre ricordata prefazione, che il titolo fu, sintomaticamente, invenzione dello stesso editore, Valentino Bompiani). Slogan che è, al tempo stesso, sintesi di un vero e proprio programma di ricerca, dettando la linea per gli studi massmediologici a venire: seppure in una prospettiva del “giovedì prossimo”, vista la rapida trasformazione della materia, come metteva in guardia lo stesso Eco, e come ci ricorda Marrone.   E per aver dato la sveglia, o aver segnalato, ad una, a quanto pare, catatonica, prima che catodica, Italia degli anni ’60, in vista di eroici ed erotici risvegli. E quindi via da Claudio Villa, perlomeno verso un Bobby Solo per la prima volta in playback a San Remo; e poi vai con Modugno, e la nuova musica “leggera”, sotto l’influenza di chansonniers e di crooners, cool jazz e tempi terzinati; alla critica...

Le grandi speranze di Bruce Springsteen

Non so se è un bene che i brani migliori di High Hopes, il più recente album di Bruce Springsteen, siano i già conosciuti “American Skin (41 Shots)” e “The Ghost of Tom Joad”. Non so nemmeno se sia un male. Entrambe le canzoni sono splendidamente trasformate da un vigoroso arrangiamento, da Tom Morello e dalla sua chitarra hendrixiana. Non sono la “versione definitiva”, che a una canzone è meglio non chiedere mai, ma fanno l’effetto di un pugile che grazie al sorso di un intruglio davvero potente si solleva dal tappeto e sferra un pugno che decide l’incontro. Ma è un intruglio che rimane strettamente “legale”. Niente steroidi in Bruce, è tutta energia biologica. E anche questo può essere un bene, oppure no.     Da molto tempo Springsteen non passa mai la soglia oltre la quale sta il “chi mi ama mi segua” – la soglia che marca la differenza tra l’arte “umana, troppo umana” – o semplicemente umanitaria – e l’arte che si proietta oltre l’umano conosciuto, verso l’umano ancora sconosciuto. Il rock...