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Raymond Carver

(7 risultati)

Viaggio a Echo Spring / Letteratura sotto spirito

Tutte le volte che devo dare un volto a un artista alcolista, per motivi che non so, mi torna in mente una foto che ritrae il grande Chet Baker seduto con la tromba in mano e il capo lievemente reclino sul petto di Diane Vavre che lo abbraccia. Baker ebbe a che fare con l’eroina, che gli rovinò la vita (non l’arte), ma per me l’espressività di quella foto rappresenta in assoluto e con intensità straordinaria l’acutezza della malinconia di chi è costretto a dividere la sua arte con la sua disperazione. Quando alcol o droga incrociano la vita creativa di un artista è come se anche il demone debba in qualche modo collaborare con lui, a prezzo di inesorabili e spossanti prove di forza per ottenere che l’uno sia incentivo dell’altro senza oltrepassare la soglia del fallimento, dell’opera e dell’artista.    Capire l’alcol, di questo forse si tratta. È un tema ricorrente (per un quadro antropologico generale che faccia da sfondo può essere utile Storie di ubriachezza), periodicamente qualcuno ci riprova ad affrontarlo, ma alla fine tutti devono desistere e ammettere che le “ragioni” dell’alcol al più si possono intuire. Come dice quello sconclusionato burlone triste e fanatico...

Oggi il concerto d’addio del grande cantante / Quando Paul Simon entra in materia

“Lui era un marinaio di stanza a Newport News, lei una reginetta della scuola senza nulla da perdere”. Raymond Carver? No, Paul Simon. “Con il loro cane, dopo la guerra, René e Georgette Magritte tornarono alla suite dell’albergo, e socchiusero la porta”. Somerset Maugham? No, Paul Simon. “Arriverà il giorno in cui sarai stanco, stanco come un sogno che aspetta solo di morire”. Roberto Bolaño? No, sempre Paul Simon. Nessuno sa entrare in materia come Paul Simon. Gli incipit delle sue canzoni sono degni di un racconto di Hemingway o di Francis Scott Fitzgerald. Alcuni hanno passo romanzesco (“A winters day in a deep and dark December; I am alone, gazing from my window to the streets below, on a freshly fallen silent shroud of snow” – Un giorno d’inverno nel pieno di un cupo dicembre; da solo, alla finestra, fisso le strade e la silenziosa coltre di neve fresca – I am a rock); altri fissano la nevrosi contemporanea in perfetto stile Woody Allen (“The problem is all inside your head, she said to me” – Lei mi disse: il problema sta tutto nella tua testa – Fifty ways to leave your lover); altri ancora fanno leva sull’immaginario americano, sontuoso e banale al tempo stesso (“The...

Adulterio e responsabilità / Coppie

Se devo pensare al matrimonio americano, mi vengono in mente i coniugi Jack e Fran protagonisti del racconto Penne, contenuto nella raccolta Cattedrale, di Raymond Carver. Il “matrimonio” è raccontato attraverso una cena che la coppia trascorre a casa di Bud, amico di Jack, e di sua moglie Olla. I dialoghi tra le due coppie sono banali; il pane fatto in casa da Fran, Bud che beve sempre latte durante i pasti. La cena, che scorre noiosamente, è costellata da dettagli grotteschi che sembrano quasi oscuri presagi di ciò che si verificherà in futuro; l’inquietante pavone che gira per la casa, il calco dei denti storti di Olla sfoggiato come un trofeo e il loro bambino. Brutto.   “Per essere brutto, quel bambino era proprio brutto. Ma, per quel che ne so, immagino che la cosa non importasse poi tanto a Bud e Olla. O se gli importava, magari pensavano semplicemente: e va bene, è brutto. Ma è nostro figlio”.   Mi hanno sempre colpita quei romanzi in cui un personaggio pensa o dice senza mezzi termini che un neonato è brutto. Un esempio letterario ancor più eclatante è quello di Madame Bovary, quando Emma, esasperata dal matrimonio emotivamente disastroso con Charles, guarda sua...

Tradurre dalla moglielingua

La ballerina bianca non si esibisce nei teatri. Suo palcoscenico è la natura, ed è capace di adattarsi sia alle temperature polari che a quelle torride dei deserti. Si tratta di un uccello dalle dimensioni simili a un passero, ma con una caratteristica “maschera” bianca nel maschio, quasi da carnevale veneziano. Si avvicina facilmente all’uomo, non lo teme, ha imparato a conviverci. Con la Coazinzola ha imparato a convivere anche Riccardo Duranti, traduttore che ha chiamato la sua casa editrice come il minuto volatile, impostandola proprio come un nido sicuro, «ove il passero piega | sul chiarore del canto», per usare due versi di Libero de Libero del volume bucolico d’esordio, Solstizio.    Per anni docente di Traduzione alla “Sapienza” di Roma, Riccardo Duranti ha portato in Italia l’opera omnia di Raymond Carver e autori come John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Elizabeth Bishop. Oggi vive sui monti Sabini con le sue coazinzole e la sua Coazinzola Press, dove prosegue autonomamente la sua attività di traduzione, dalla terra in olive e dalle olive all’olio, e dal cibo per il corpo a quello per la mente: «Bisogna affidarsi alle stagioni – confessa Duranti a “Il...

Birdman contro Broadway

Come sanno bene gli sceneggiatori di Hollywood, ogni storia che si rispetti racconta il viaggio di un eroe che lascia il suo mondo per andare in un mondo a lui estraneo, dove è un pesce fuor d'acqua e deve affrontare ardue prove che mettono a rischio la sua vita. L'eroe di Birdman, il film di Alejandro Iñárritu che ha ottenuto ben nove nomination agli Oscar 2015, è un attore perseguitato dal suo personaggio cinematografico – Birdman, celebre supereroe dei fumetti – che cerca disperatamente di ridare un senso alla sua carriera artistica in declino e alla sua vita personale allo sbando rischiando tutto, soldi e faccia, per mettere in scena una raffinata opera teatrale a Broadway, tratta dal capolavoro di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo di amore.   Si poteva ricavarne un dramma psicologico, con o senza lieto fine, ma comunque molto esistenzialista e antispettacolare; oppure una commedia brillante, magari un'arguta satira che contrapponga l'elitismo newyorkese di Broadway al populismo losangelino di Hollywood. Iñàrritu ne tira fuori invece un affascinante ibrido che non solo fonde assieme...

L'emozione di Alice Munro

Se ripenso, retroattivamente e collettivamente, ai libri di Alice Munro, credo che l'emozione rimasta in me più intatta – tra quelle sezionate con la caparbietà di una vita dalla scrittrice canadese – sia la tristezza. Una tristezza reticente e tenace, di quelle che si riescono a dare per scritto forse solo oltreoceano. La tristezza dei grandi spazi compressi in piccoli nuclei, dell'orizzonte imploso nella famiglia. Tristezza è un termine ambiguo, molto spesso intriso di estetica, o compiacimento. In molti racconti di Munro sembra invece una sorta di codice per decrittare il dolore, una specie di lente con cui esprimere, o nascondere, la violenza imposta (esposta) dalla vita. Dovessi per forza trovare un termine di paragone, fallace come tutti, probabilmente penserei a Carver.   Raymond Carver   Non tanto per la necessaria brevitas, per quel “short” a far da limite alla storia, a concentrarne i tempi e i fatti, a pressurizzarne la cabina di pilotaggio. Per i dettagli, invece. Scopro l'acqua calda, certo. In Munro ogni dettaglio, sia descrizione o carotaggio, è così centellinato, “...

Fermo / Paesi e città

Ricordo perfettamente il giorno in cui vidi L’inquilino del terzo piano di Polanski. Ero minorenne all’epoca, e uscendo dal cinema avevo ancora addosso un tremendo senso di paura nel corpo. Protagonista il grande Roman, regista e attore, nella fattispecie l’imbranatissimo impiegato Trelkovsky, che parlava con una erre moscia imbarazzante, ansiogeno come pochi. Il film è davvero il parossismo di quello che può essere il rapporto tra vicini di casa. Claustrofobico nell’insieme, misterioso non poco per le sue simbologie, racconta la storia di un uomo che cerca casa e cade in un delirio irreversibile, con gli affittuari e i coinquilini che in crescendo lo stremano psicologicamente e poi lo spingono al suicidio. Per fortuna non ho mai avuto vicini di questa fatta, però mio padre Mario, suo malgrado, ha conseguito un record di quelli davvero straordinari al giorno d’oggi. Ereditò dal nonno qui a Fermo un terreno di famiglia, lì edificò la casa dove abitiamo dal 1961: una volta intorno c’era una periferia e oltre la nostra dimora solo la campagna e lontanissimi, bellissimi e irraggiungibili, i Monti...