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Tayyip Erdoğan

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La resistenza nella Turchia di Erdogan / Il solco, di Valérie Manteau

Sappiamo poco della Turchia, anche se ne parliamo così spesso. Al telegiornale le immagini scorrono accompagnate da un sentimento di estraneità: innanzitutto le battaglie contro i Curdi cui si associano scene di guerriglia, uomini armati, fumo di esplosioni recenti, e gente che si affanna concitata parlando un linguaggio a noi incomprensibile. In questi ritratti confusi, resi ancor più sfocati dalla distanza, il nome del presidente Erdogan regna sovrano, sempre associato al male, quello con la m maiuscola, a indicare un personaggio sinistro dal quale è necessario prendere le distanze. Erdogan il Dittatore, Erdogan il Pazzo, Erdogan il Sadico: persino quando i giornalisti si sforzano di non formulare un giudizio, la condanna appare implicita e inappellabile.   Guardiamo alla Turchia con occhi occidentali, ci appare quindi una realtà inevitabilmente deformata dai nostri pregiudizi derivati da una precisa cultura, da uno stile di vita, da una forma mentis di cui non possiamo spogliarci neppure con il più risoluto sforzo di volontà. L’unica lente priva di artifici che può venire in nostro soccorso in questo sforzo di osservare la situazione turca è la Letteratura: che ci permette...

L'esperienza turca oltre le barricate di Gezi Park

Rivolte. Questa è stata la definizione data ai movimenti popolari che hanno agitato le piazze delle capitali. Dai tempi delle primavere arabe fino alle ultime proteste di Kiev, quello a cui abbiamo assistito è un’emersione del malcontento di massa nei confronti del potere maggioritario, il quale a seconda dei casi ne è stato travolto e ribaltato. In altri casi il potere egemonico, se sopravvissuto, ne è uscito quanto meno ridimensionato agli occhi degli elettori. In quest’ultimo caso ci troviamo ancora di fronte a una rivolta compiuta? Come potremmo definire quella esperienza se, nonostante gli scontri urbani tra civili e forze dell’ordine, gli ulteriori gravi malcontenti favoriti dalle scelte politiche del governo, la morte di civili caduti nelle piazze, e molto altro ancora, il paese si ritrova ancora a confermare deliberatamente, in sede di elezioni, quello status quo tanto combattuto a suon di slogan.   L’esperienza turca rientra in quest’ultima fluida interpretazione. La piazza si è accesa alla fine del mese di maggio dello scorso anno con l’occupazione del Parco di Gezi. Dopo il suo sgombero, a...