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Tondelli

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Rapsodia sull'abbandono

1. Leggo Lasciarsi di Franco La Cecla (elèuthera 2014), un bel saggio sull'abbandono in amore e la pervasività della retorica dell’“amore eterno” nella nostra società. Che di retorica si tratti e non di realtà è testimoniato dal numero sempre più alto di rapporti interrotti, divorzi e separazioni. Di fronte a questo più generale indebolimento dei legami, sarebbe lecito attendersi – quasi per reazione fisica – una più generale diminuzione del dolore che la loro rescissione provoca. E invece non è così. Continuiamo a soffrire come cani ogni volta che ritorniamo soli, o che dobbiamo pronunciare le orribili parole che pongono termine a una relazione. La tesi centrale di La Cecla è che non abbiamo rituali consolidati per l'abbandono. Tanto l'innamoramento e l'amore sembrano codificati secondo narrazioni precise (dal flirt al matrimonio), quanto la fine di tali sentimenti ci appare ancora del tutto soverchiante. Il risultato: ci si lascia male. Ci si lascia, anzi, sempre più male: perché non avendo a disposizione che accordi rozzi o tecniche...

Raffaele Donnarumma. Ipermodernità

Cominciate dalla fine. Per apprezzare la mossa critica compiuta da Raffaele Donnarumma in Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea (Il Mulino, 2014), tradite senza indugi la metrica del testo, partendo dall’ultimo saggio (Storia del presente e critica militante. Una conclusione), che assieme al primo (Misurare le distanze. Un’introduzione) incornicia le cinque parti di cui si compone il libro (I. Postmoderno italiano; II. Nuovi realismi e persistenze moderne; III. Ipermodernità: un congedo dal postmoderno; IV. Angosce di derealizzazione. Non fiction e fiction; V. ‘Storie vere’).   Proprio ai bordi estremi di questo bilancio sulla narrativa italiana degli ultimi decenni si trovano infatti le pagine più belle, ma soprattutto più significative, perché qui l’autore ammette, con passione e «onestà» (l’ultima parola che leggiamo prima di chiudere il volume), lo spirito e gli intenti della propria ricerca: l’uno e gli altri sfidano a ripensare, anche a ridiscutere, un rinnovato concetto di critica letteraria militante.   Nel senso che la militanza non sarà da...

Arbasino tutto stile

Ma perché mi piace Arbasino? Non riesco a rispondere a questa domanda. Neanche ora che ho terminato di leggere Ritratti italiani, un libro in cui si fondono i tanti Arbasino che conosciamo: il narratore, il saggista, il giornalista. Ma un libro in cui ogni pagina è il frutto di ibridazioni stilistiche.   Quando Arbasino affronta snodi cruciali, come ad esempio lo stile “chiarificatore e nitido” di Moravia, il saggista si ricorda di essere romanziere, e dipinge un Moravia che cede alle sue manie come un personaggio dei suoi romanzi. Ma la prima pagina del libro, in cui sarebbe facile tirare fuori un romanzo dalla figura di Gianni Agnelli, il grande Gatsby del nostro Novecento, è invece una intricata mappa di riferimenti letterari e filosofici, da Giordano Bruno a Hemingway, da Castiglione a Calvino.     E la Loren? L’intervista alla Loren disegna un personaggio che non è certo l’attrice nazional-popolare di tanti film di successo. Si parla di Gide, Voltaire, dei racconti di Cechov, della Nausea di Sartre, di Fitzgerald… Sempre spiazzante e, si sarebbe detto qualche anno fa, straniante, Arbasino si...