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Tractatus Logico-Philosophicus

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Diario 11 / Assomigliare alla pietra

Mi trovo tra le montagne della Valsugana, il giorno di Ferragosto, all’ora del tramonto. C’è un gruppo di amici in un giardino, siamo seduti ad ascoltare musica. Una luce ardente si posa sui boschi circostanti, sulla parete di rocce che delimita il confine del giardino, sulla vigna del terreno adiacente, sui cani che giocano a rincorrersi nel prato. In un istante i colori del cielo mi appaiono in tutta la loro irrealtà, il cielo è effettivamente un altro luogo rispetto alla terra, un gigantesco varco su altri mondi irraggiungibili, come le fauci spalancate di un grosso cane. La padrona di casa canta con gli occhi chiusi in una sorta di beatitudine misteriosa. Distendo le gambe e stringo appena le palpebre per mettere meglio a fuoco l’istante che sto vivendo. Il tempo è rallentato, non conosco né stanchezza né tristezza, ma solo il piccolo incanto che si prova leggendo certe descrizioni maestose della natura, o contemplando un paesaggio di Constable. Ho la netta impressione che l’immagine delimiti la realtà, ma che non sia la realtà. Ciò che vedo è come quei giganteschi teli che ricoprono gli edifici storici in via di restauro sui quali è stampata una raffigurazione del palazzo, in...

Eugene Thacker. L'orrore della filosofia, la filosofia dell’orrore / Tra le ceneri di questo pianeta

In una delle proposizioni più note del suo Tractatus Logico-Philosophicus, la 5.6, Ludwig Wittgenstein sosteneva che “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Wittgenstein, che era celebre per l’accuratezza con cui sceglieva i modi della propria espressione linguistica, non poteva aver scelto quel verbo – “significano” – a caso, e tantomeno quel “significano” può essere interpretato, semplicemente, come un sinonimo di “sono” (il verbo “essere” è quello che di solito viene maggiormente, ed erroneamente, utilizzato nel riportare la proposizione wittgensteiniana): non si tratta, infatti, qui, di posizionarsi, per il filosofo austriaco, sul campo dell’ontologia, quanto su quello della teoria del significato.    Il problema che gli sta a cuore non è, quindi, tanto quello dell’esistenza di realtà irriducibili allo spettro linguistico, quanto quello del rapporto tra linguaggio e mondo, che viene indagato a partire dalla possibilità del primo di dare significato al secondo. Il linguaggio porta ad espressione un mondo che senza di esso sarebbe comunque lì, ma che sarebbe muto, rendendolo quindi, per noi, significativo, o meglio, significante. Questa...

Dolore e bellezza del mondo / Gli ottant'anni di Claudio Magris

“Il mondo è ciò che accade”, scriveva Ludwig Wittgenstein, prigioniero di guerra a Cassino, nel Tractatus Logico-Philosophicus, il libro che segna il punto di crisi del sogno di ordinare la realtà. Mi ha sempre incuriosito e commosso la capacità di Claudio Magris di sorprendersi davanti ai fatti che accadono nel mondo: gli episodi di cronaca spicciola, truci e ridicoli, che leggiamo distrattamente sui quotidiani, le piccole epifanie che illuminano le nostre giornate, e soprattutto le goffe disavventure di cui lui stesso è stato protagonista. Episodi apparentemente insignificanti, minime odissee quotidiane a lieto fine di cui lo stesso Magris è vittima e insieme colpevole, attore e spettatore, e soprattutto straordinario affabulatore, in racconti spesso epici ed esilaranti. È un'ingenuità che affonda le radici nell'adolescenza: l'era felice in cui si scopre l'incanto del mondo, l'età della libertà spensierata e senza tempo, la stagione delle beffe innocenti e crudeli che ama raccontare, anche queste con scanzonata leggerezza.   Questa dote può sorprendere, in uno studioso dalle letture sconfinate e profonde, in uno dei rari intellettuali sopravvissuti al crollo della ragione e...

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