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Architettura

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A di Città: un progetto di Rigenerazione urbana

Accesso, partecipazione, rappresentazione non sono formule vuote con cui indicare la via maestra della democratizzazione della cultura, come fossero delle ricette magiche di sicuro effetto o un dogma assunto acriticamente che garantisca la salvezza della buona azione culturale. Eppure, è sempre più chiaro che la vita culturale di un territorio passa necessariamente da modalità che tengono conto dei pubblici e della cittadinanza, riconoscendoli come interlocutori attivi.   Nell'ultima edizione di cheFare abbiamo ricevuto un numero straordinario di progettualità forti e consapevoli legate alla rinascita di spazi urbani e rurali grazie a processi partecipativi di varia natura. La stessa effervescenza è evidenziata dal rapporto Symbola “Io sono cultura” sullo stato dell'economia della cultura in Italia, nel quale un intero capitolo è dedicato alle formule “dal basso” di rigenerazione urbana. E non è un caso se in questi mesi di grande attivismo nei circoli dell'innovazione culturale continuiamo a incontrare molti dei protagonisti di questa scena nascente: Spazio Grisù, il Teatro Verdi o...

Zingonia. Utopia e realtà

Quando nel 1964 Renzo Zingone, imprenditore romano, proprietario della Banca Generale di Credito, e in precedenza – tra l’altro – di miniere d’oro e di rame in Venezuela, decide di fondare una nuova città in provincia di Bergamo, in un territorio agricolo tra i comuni di Verdellino, Verdello, Boltiere, Ciserano e Osio Sotto, ha già alle spalle la realizzazione del Quartiere Zingone, ubicato a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano. Come nel caso precedente, la scelta del nome della nuova città – Zingonia – rivela la volontà di attenersi rigorosamente all’indicazione del padre Gennaro, che in una lettera del 1930 ai figli Corrado e Renzo aveva raccomandato loro la «sempre maggior valorizzazione del nostro nome».      Zingonia, missile   E come nel caso precedente si avvale, dal punto di vista progettuale, della collaborazione dell’architetto Franco Negri, nato nel 1923 e laureatosi al Politecnico di Milano nel 1956. Pietra angolare di entrambi gli interventi sono i capannoni industriali prefabbricati prodotti dalla Zingone Strutture che, nell’idea del suo...

Peninsula Hotel, o alla scoperta dell’Italia invisibile

Raccontare con i dati (data storytelling): una delle costanti della comunicazione di questi tempi, che si sta imponendo su ogni media. Infografiche, timeline e grafici ingombrano le pagine di quotidiani e blog, affollano siti d’informazione e programmi di divulgazione. Iniziano a far parte del nostro immaginario, diventando cifra distintiva del modo in cui ci aspettiamo che la realtà ci venga raccontata.     La rappresentazione dei dati garantisce oggettività, esaustività, chiarezza d’analisi (o almeno, è questo il portato retorico della resa per immagini della complessità di informazioni): per farlo, però, è facile che diventi fredda, distaccata, che si allontani dal racconto giornalistico. Oppure, com’è frequente, che la dataviz diventi una sorta di vestito alla moda per storie già confezionate. Se i dati, invece, si inseriscono all’interno di un progetto contribuendo alla sviluppo della storia, possono arricchirla di prospettive nuove.   Peninsula Hotel, per esempio, piattaforma editoriale e rivista online realizzata da Humboldt Books e da Accurat con il contributo di...

Fuck the Biennale

«Superata una certa massa critica, un edificio diventa un Grande Edificio. Una tale mole non riesce più ad essere controllata da un solo gesto architettonico, e nemmeno da una qualsivoglia combinazione di gesti architettonici.»   La descrizione, riportata nel celebre saggio Bigness ovvero il problema della Grande Dimensione risalente a circa vent’anni fa, sembra oggi ripresentarsi nelle mani di Koolhaas e riadattarsi a quella sovradimensionata fiera quale l’Esposizione Internazionale di Architettura. Quattro interi edifici, trenta padiglioni e diverse migliaia di metri quadri proiettano la Biennale lontano da qualsiasi raffronto con una tradizionale mostra di architettura. Una massa critica che – al pari di quanto accade per l’edificio – sfugge al controllo di un singolo gesto: la vastità degli spazi, il numero dei partecipanti e l’audacia dello statuto rendono l’Esposizione inassoggettabile a un controllo curatoriale totale.     Probabilmente conscio della consueta schizofrenia della mostra, il curatore di questa edizione ha voluto suggerire un tema con cui ogni nazione si sarebbe dovuta...

Nanda Vigo: l'intellettuale dello spazio

Mi piace pensare a Nanda Vigo come a una sofisticata intellettuale dello spazio, un’esploratrice che conosce il linguaggio dello spazio per eludere quello delle parole, della forma e del colore e addentrarsi soltanto in esso. Classe 1936, Nanda Vigo è stata al centro della ricerca artistica degli anni ‘60 e ‘70, ma sono convinta che sia rimasta sospesa in un giudizio parziale. L’essersi collocata nel punto di intersezione tra architettura e arte non le ha permesso di essere incasellata in un profilo riconoscibile, confinandola ai margini. Né architetto. Né artista. Un autore dunque non facilmente riconducibile a una disciplina ferma: architettura, arte, design. Come è noto, ciò che si muove è difficile da fotografare e infatti ho l’impressione che Nanda Vigo sia sempre venuta un po’ mossa.   Poi c’è un fatto che mi ha sempre colpito. Negli anni in un cui ha cominciato a operare Nanda Vigo, non c’era copertura mediatica per tutto ciò che non fosse inserito nel flusso della cultura ufficiale. La comunicazione avveniva parlando con le persone, vis á vis, appendendo...

Neologismo: abbandonologo

Serjilla è un posto lontano. È l’ultimo dei luoghi d’incontro, anche se da quindici secoli non ci vive più nessuno. Eppure a Serjilla ogni giorno la vita si ricrea, ogni giorno si disfa e ricomincia, dalle anse in cui si è nascosta. Qui, in questo scampolo di mondo che è fuori da ogni possibile rispondenza, le cose restano come sono, capovolte o rotte non importa. Un modo per arrivare a Serjilla è restare indietro, in un lento procedere a soste per posare lo sguardo sulle cose lasciate a perdersi, nella corsa continua del quotidiano. Serjilla resta ad attendere, viva com’è, esultante a un tratto di esserlo, al modo di una dimora, per chi cercasse un ritorno. D’altronde, così situata fuori dal tempo, che mai dovrebbe temere nell’avvenire?     Che leggi? - mi chiede, mentre si fa spazio sulla poltrona della Ubik che faticosamente mi ero conquistata. Bimbo, mi hai quasi spinto a terra. Cosa vuoi? - gli dico con malagrazia, perché ho anche le scarpe con le stringhe che mi lacerano le caviglie. Solo sapere che leggi. Un libro su certi paesi abbandonati. Abbandonati? Abbandonati....

Alpe Adria: un paesaggio

Alpe Adria senza (Editore Beit Maqom Haze, Trieste, 2014), fin dal titolo sospeso, è un racconto dal tono laconico anche se, in realtà, scorrendo la collezione di brevi testi (e di fotografie) di Pietro Valle, ne viene fuori una geografia di luoghi e di ambienti ricca, contraddittoria e articolata. Il “senza” risuona, durante la lettura, come un ammonimento o un interrogativo. Ambiente geografico a cavallo di più nazioni, condizione periferica e di frontiera, l’Alpe Adria (che comprende il Friuli ma anche porzioni di Austria, Slovenia e Croazia) è anche una sezione di paesaggio europeo abbastanza unica, che va dalle Alpi al Mediterraneo, che si snoda su più lingue, scandita nel tempo da continui mutamenti dei confini e che è, in un certo senso, una sorta di microcosmo di come il novecento europeo ha modificato il territorio e lo ha messo “al lavoro”.   Il libro è un resoconto composto da una quarantina di brevi testi e da fotografie, che Pietro Valle, architetto, con studio a Udine e formazione cosmopolita, ha raccolto nell’arco di circa 25 anni (i primi testi sono datati 1990). Non...

La Vegetazione come agente politico

Il modo in cui oggi si fa esperienza del mondo vegetale è ancora legato all’ordine di discorso che si apre con le scienze naturali. Il metodo scientifico moderno, che nelle scienze naturali ha trovato il primo campo di applicazione, è caratterizzato da una ricerca di costanti e leggi con le quali ridurre e catturare la molteplicità del reale, dal dominio del quantitativo sul qualitativo e dalla costruzione di un apparato di senso normativo e necessitante. Nate in contemporanea all’emergere del capitalismo e all’accumulazione originaria, le scienze naturali agiscono per classificazione e distinzione (seguendo le cartesiane idee chiare e distinte), sono vere e proprie scienze del dominio, precondizione per l’utilizzabilità generale del reale da parte del soggetto borghese moderno. La botanica in particolare si è rivelata un sapere importante per l’organizzazione delle piantagioni all’interno del sistema coloniale, a partire dal XVII secolo quando si ridefinirono nuovi sistemi di controllo e tecniche di sfruttamento per il monopolio delle spezie. Con l’avanzare dello sviluppo capitalistico, il metodo...

Singapore

Sono in partenza per Singapore. Bel raduno di scrittori, traduttori, editori, si chiama Bridging Cultures, e almeno centocinquanta persone discuteranno e si affanneranno attorno a tematiche (letterarie, editoriali, linguistiche) che riguardano l’Asia dell’Est e il Pacifico. Anni fa ho speso qualche mese a Singapore, facendo un po’ di scouting in giro per l’Asia del sud-est. Mi hanno chiesto: e perché fai base proprio lì, il posto più costoso, quello che letterariamente ti dà di meno? Io non avevo una risposta precisa. Sapevo che da quella città stato mi sentivo attirato proprio per la sua anomalia. È il posto che più ricorda una certa fantascienza anni cinquanta-sessanta, quella più sociale che in fondo seguiva le orme di Orwell. E cosa c’è di più orwelliano di Singapore? Dove il termine grande fratello ha un senso, se non qui? Molto sta cambiando, di recente. Alla piazza finanziaria si è sostituito il parco giochi per turisti asiatici. Ma un certo clima da patria degli androidi, degli uomini macchina, dei quadri d’azienda clonati in laboratorio c’è...

I Greci sono ancora lì nel paesaggio

All’inizio di quest’anno cercavo di spiegare a Miranda Popkey, una delle redattrici della casa editrice Farrar, Giroux &Strauss a New York che volevo scrivere una guida “on the road” ai Greci di Sicilia. Le spiegavo che una cosa così non esiste né in italiano né in francese, tedesco , inglese o spagnolo. Una guida che li cerchi davvero, che li faccia venir fuori dal paesaggio e dai colori dell’isola e non solo dai cocci e dagli scavi. Come diceva Bruce Chtawin in polemica con l’archeologia del suo tempo, “bisogna immaginarseli vivi, per vederli vivi”. Miranda mi ha guardato e con un guizzo mi ha detto: “interessante, sarebbe come andare in giro per l’America a cercare le tracce dei Sioux o degli indiani Seminole”.   Ovviamente non è lo stesso, pensavo di spiegarle, ma poi ho capito che effettivamente nei Greci c’è qualcosa che noi non abbiamo capito e loro sì, qualcosa che somiglia all’impossibile comunicazione tra indiani d’America e visi pallidi. E allora mi sono messo “sulla strada” in Sicilia a cercarli. E se ci riesco questo...

Monditalia e Innesti: una dissociazione propositiva?

In psichiatria il termine “dissociazione” indica un disturbo tipico della schizofrenia caratterizzato dalla scomparsa dei normali rapporti associativi delle idee. Tale reazione è ciò che avviene all’interno della 14. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, quando, dopo aver visitato l’esposizione allestita all’interno delle Corderie – Monditalia - si accede al Padiglione Italia, dedicato al tema degli Innesti.   Le più interessanti esposizioni di Monditalia riescono a interpretare in modo intelligente tematiche e contraddizioni che hanno caratterizzato e attraversano il nostro Paese e che sono emblematiche di questioni che in realtà oltrepassano i meri confini italiani.   Lo studio Folder si domanda ad esempio qual è diventato oggi il significato della nozione moderna di confine; gli stARTT s’interrogano sui modi con cui l’economia e la politica europee influiscono sul destino di quel patrimonio pubblico su cui si è strutturato il modello urbano europeo stesso; Argot e Marco Biraghi mostrano invece attraverso la costruzione di Zingonia, lo scontro tra...

L’architettura in Spagna: innesto o interno?

Il contributo spagnolo alla 14. Mostra Internazionale di architettura della Biennale di Venezia si suddivide in due diverse sedi espositive: una collocata nello storico padiglione nazionale ai Giardini, l’altra, costituita dal contributo offerto dalla dinamica regione catalana, nell’isola di Castello. Le due mostre offrono lo spaccato di un Paese dove il settore edilizio è stato duramente colpito dalla sfavorevole congiuntura economica attuale ma che ciò nonostante non smette di dar prova di una ricca vitalità creativa.     L’evento collaterale “Catalonia at Venice: grafting architectures”, curato da Josep Torrents i Alegre per conto dell’Institut Ramon Llull, organismo che si propone il pieno riconoscimento e la diffusione nel mondo della cultura catalana, ha come tema cardine l’innesto (curiosamente, come il padiglione italiano), concetto originato all’interno della scienza botanica, ma che viene qui metaforicamente allargato alla pratica architettonica.     Come si legge fin dal pannello introduttivo: “L’innesto è una pratica che consiste nell’inserire una...

Assorbire la modernità per costruire la tradizione

La declinazione brasiliana del tema Absorbing Modernity 1914-2014, suggerito da Rem Koolhaas per i Padiglioni Nazionali alla 14. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, è “Modernità come Tradizione”.   La mostra è un excursus cronologico, composto da fotografie di opere costruite, dal quale si evince una forte tendenza all'internazionalismo critico, un approccio specifico nel trattare i problemi urbani e architettonici propri del complesso territorio brasiliano dove formale e informale, complessità topografica e infrastrutture carenti si intrecciano in scenari caleidoscopici.   Il progetto espositivo del padiglione è di André Corrêa do Lago e del suo assistente Rodrigo Ohtake. Lo spazio interno è riconfigurato con una serie di pannelli divisori in maglie reticolari e “cobogó”. Proprio quest’ultimo (una sorta di diaframma per le strutture in elevazione che discende dalla “treliça” introdotta in Brasile dai portoghesi) è un chiaro esempio di rielaborazione critica dei modelli della tradizione coloniale.     Il percorso...

Il caso Expo

Per capire la costellazione di Expo 2015 non c’è nulla di meglio che cominciare dal Padiglione Expo alla Biennale di Architettura di Venezia. Qui, nel trionfo delle promesse, tra foto immense dei nuovi grattacieli, lo skyline di nuovi paesaggi urbani veri o presunti campeggiano cinque tavole richieste a cinque nuovi prestigiosi studi di architettura. E’ stato chiesto loro di disegnare cosa sarà o potrebbe essere il luogo dell’Expo tra 15 anni.   Diciamo che si tratta di una forma di utopia 2.0. Ricorda altre prospezioni in avanti tipiche dell’architettese: come quelle maquettes che Alber Speer costruiva per il suo capo Adolf delle ‘rovine tra mille anni’ degli edifici ancora da costruire del terzo Reich. Sembra che la retorica delle esposizioni universali ami saziarsi di rovine al futuro.   Nel caso dell’Expo milanese la cosa è ancor più paradossale, essendo lo stato attuale dell’impresa già molto franante, fatto ormai palese agli occhi dei più, specialmente dopo gli arresti di maggio. Ma procediamo con calma e senza pregiudizi. Le esposizioni nazionali, le olimpiadi, i grandi...

Il futuro in un dialogo

Introduzione di Tiziano Bonini   Non so quanti di voi siano stati a Larderello. Forse, se non avete fatto le elementari in Toscana, Larderello evoca solo vaghi ricordi di pagine di sussidiari dedicate all’energia geotermica in Italia. Io sono fra quest’ultimi. Di Larderello ricordo solo la maestra Marcella che ce la raccontava come un’utopia tecnologica ed ecologica. Poi finalmente ci sono stato.   Larderello è in Toscana, ma sembra la Springfield dei Simpson: il paesaggio è segnato da enormi torri di raffreddamento simili a quelle atomiche ma per niente pericolose. Qui si produce ancora il 10% dell’energia geotermica mondiale. Negli anni sessanta Larderello era una comunità-laboratorio al centro di grandi trasformazioni ed innovazioni. Si costruivano villaggi moderni per gli operai, l’architetto Giovanni Michelucci ne progettava lo sviluppo urbanistico, il lavoro aumentava.   Oggi Larderello porta i segni di un’utopia invecchiata, lacerata. Il lavoro è scomparso, i villaggi degli operai abbandonati, il turismo mai del tutto decollato. Qui un sound artist inglese, Mikhail Karikis, è...

stARTT, Il Fantasma del Nolli e Astrapae

Si può pensare un ambiente naturale, progettato dall’uomo e segnato dalla sua presenza, che non sia per questo modificato o trasfigurato da questa stessa presenza? È la domanda che sta dietro alla filosofia di stARTT, Studio di Architettura e Trasformazioni Territoriali, nato a Roma nel 2008 e di cui fanno parte Simone Capra (1978), Claudio Castaldo (1978), Francesco Colangeli (1982) e Dario Scaravelli (1981), vincitori della prima edizione del Premio YAP al MAXXI con il progetto whatami, di cui tutti ricordano le luminarie rosse a forma di papavero. Nel 2013 stARTT ha poi partecipato alla Biennale di Urbanistica e Architettura di Shenzen e Hong Kong. Un passo dopo l’altro quest’anno sono stati invitati alla quattordicesima edizione della Biennale di Architettura Veneziana, sia nella sezione Monditalia di Fundamentals, curata da Rem Koolhaas, che nella mostra Innesti, curata da Cino Zucchi, con due progetti distinti. Il primo, Il fantasma del Nolli, è dedicato a un luogo emblematico della storia romana e, in termini allargati, italiana; testimone delle trasformazioni del suo tessuto urbano, di quello sociale, e della gestione della crisi...

Peter Eisenman. Inside Out

Come lavora l’architettura? I saggi di Peter Eisenman raccolti in Inside Out (Quodlibet, 2014 - Traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini) offrono una potente risposta a questa domanda, elaborata nel corso di venticinque anni di attività come progettista e teorico dell’architettura. Gli scritti spaziano dalle riflessioni sul fare architettonico in senso ampio, all’illustrazione dei propri progetti, all’analisi delle opere di Alison e Peter Smithson, Philip Johnson, Le Corbusier, Aldo Rossi, Mies van der Rohe, Paul Rudolph e James Stirling, fra gli altri. Non mancano i riferimenti ad altri teorici dell’architettura, come Colin Rowe e Manfredo Tafuri e a filosofi, come Jacques Derrida, ma sono l’originalità e la profondità della proposta di Eisenmann a caratterizzare l’intero volume.     Come sottolinea Roberto Damiani nella nota a chiusura del volume, Eisenman, insieme a Christian Norberg Schulz, Robert Venturi, Aldo Rossi e Rem Khoolhaas è uno degli architetti che, dopo Le Corbusier, si sono affidati alla scrittura come strumento per pensare l’architettura. Eisenman illustra cos...

Elements: un catalogo della contemporaneità?

Il soffitto, la finestra, il corridoio, il pavimento, il balcone, il camino, la facciata, il tetto, la porta, il muro, la rampa, la scala, il gabinetto, la scala mobile, l’ascensore: questi sono i quindici elementi che Koolhaas propone per tornare alla concretezza della costruzione in un’ottica di continuità tra passato e presente.   A ogni elemento è associata una stanza del Padiglione centrale, ai Giardini della Biennale, ognuna curata da un diverso gruppo di ricerca. Una sedicesima stanza introduttiva raccoglie ed espone diversi trattati, manuali e testi di teoria architettonica, provenienti da tutto il mondo come del resto è internazionale la selezione dei materiali presenti nelle altre stanze, dalle maniglie ai muri e ai parapetti.   Scompare l’edificio, scompaiono lo spazio e il suo equilibrio complesso fra le parti, e trionfano a seconda dei casi lo schedario, il catalogo, la collezione o il campionario. Questo accumulo di pezzi, di frammenti costruttivi è inserito in un allestimento semplice, di atmosfera quasi industriale o fieristica, definito da pareti bianche ricche di testi, infografiche e materiale...

Città in crisi

Il titolo che mi è stato assegnato per questo incontro è “Città in crisi”. È un tema incredibilmente vasto e complicato, sul quale è molto difficile dire cose sensate e non troppo ovvie.   Ma intanto, il titolo stesso è già discutibile: le città sono davvero in crisi? Ci sono molti studiosi e cosiddetti esperti che non lo pensano affatto. Per esempio c'è un economista di Harvard, Edward Glaeser, che ha scritto un libro, tradotto in italiano da Garzanti, che si intitola addirittura Il trionfo della città: per lui le città contemporanee, anche le megalopoli più allucinanti, rappresentano una fase di splendore ineguagliato nella storia urbana, e i dati che le riguardano in materia di consumi, scambi commerciali, crescita economica e urbanistica, valore finanziario, sarebbero dimostrazioni “oggettive” del loro stato di salute e del grado di benessere dei loro cittadini.   Ci sono anche un sacco di architetti entusiasti della città contemporanea. Fuksas, uno degli architetti più amati dai media italiani (è l'erede della rubrica di...

Dubai: Disneyland per adulti

Solo qualche giorno fa il Guardian ha pubblicato una classifica delle città globali in base alla potenza del loro brand. Nella valutazione sono stati considerati due aspetti fondamentali: la dotazione di “assets” (attrazioni ed infrastrutture, soprattutto trasporti) e il “buzz” che coincide con la popolarità del brand nella rete. L’aspetto più interessante dello studio è la conferma dell’ascesa delle cosiddette “world class city” e in particolare Dubai, piazzatasi al decimo posto.   Il modello adottato da queste amministrazioni consiste nell’attrarre l’interesse dei cittadini globali (investitori ma anche turisti) ricorrendo a specifici dispositivi spaziali: un sistema di trasporti che garantisca un alto livello di connettività globale; uno skyline riconoscibile; uno spazio pubblico in cui siano assenti segni visibili di povertà. La pianificazione delle “world-class cities” sembra essere dettata più dall’obiettivo di primeggiare in graduatorie come quella pubblicata dal Guardian che dall’intenzione di soddisfare i bisogni di chi le abita....

Il crepuscolo di un mondo

C’era molta aspettativa per la Biennale curata da Rem Koolhaas e ciò perché Koolhaas è il più autorevole esponente di un pensiero che da anni impone le sue leggi. Un pensiero, ed è questo il senso di questo scritto, ormai al tramonto.   Koolhaas, vale la pena ricordare, era presente alla Biennale del 1980 curata da Paolo Portoghesi che consacrava il ritorno della storia: anche lui aveva costruito la sua facciata posticcia nella Strada novissima ma rivedendola si capisce come egli del postmoderno non coglieva l’aspetto epidermico ed iconico, ma metteva in mostra la condizione postmoderna, quella descritta pochi anni prima da Lyotard, ovvero il gusto per il paradosso e la dissacrazione, per la provocazione, per il ribaltamento dei valori e la contaminazione, per l’alleggerimento pop della realtà fino a renderla evento effimero, sempre sul punto di evaporare.   Lo ritroviamo pochi anni dopo, nel 1986, alla Triennale, nella mostra curata da Bellini Il progetto domestico, dove presenta un’irriverente Casa del culturista dissacrante il mito della grande forma di Mies. L’allestimento era di gran lunga...

Nella Benevento romana

Un’agile liburna era appena approdata al porto fluviale di Cellarulo. Alcuni membri dell’equipaggio balzarono, lesti, a terra per dar manforte ai marinai beneventani impegnati ad assicurare le gomene alle bitte. Frattanto, alla battagliola si era affacciato un uomo anziano ma ancor vigoroso. Una lieve brezza ne faceva fluttuare la lunga capigliatura candida e la barba d’identico colore che gli incorniciavano il volto alla moda greca. Apollodoro di Damasco, il più illustre architetto dell’impero, era giunto a Benevento in qualità di inviato senatorio, con l’incarico di sovrintendere alla costruzione dell’arco che il Senato Romano aveva deliberato di innalzarvi per celebrare l’inaugurazione della Via Traiana.   L’insigne nabateo – aveva sessantadue anni, uno in meno dell’imperatore, con il quale aveva condivisa la giovinezza in Siria – si portò una mano alla fronte per farsi schermo dalla luce del sole e scrutò la banchina. Si augurava che il pretore Marcellino, messo a capo della città, avesse inviato a prelevarlo un mezzo di trasporto: non aveva alcuna intenzione di...

Durbiano. Etiche dell'intenzione

«E il Quaracchi non sospetta di nulla» è l’affermazione che – racconta Fortini cambiando il nome proprio con un sostitutivo di fantasia – Montale avrebbe riferito a un noto uomo di lettere per rappresentare esemplarmente la quota di malafede insita al fondo di ogni postura accondiscendente. In un’epoca che ha saturato i paradigmi, l’assenza di sospetto e l’omissione delle prospettive equivalgono al gesto estremo del voler assicurare se stessi fuori tempo massimo.   In Etiche dell’intenzione. Ideologia e linguaggi nell’architettura italiana (Milano, Marinotti, 2014) Giovanni Durbiano attualizza questa condizione portando allo scoperto una volta per tutte la collusione culturale, grammaticalizzata e resistente, tra autorialità e architettura.   Il discorso inizia dalla presa d’atto di un dato storico: alla metà degli anni Cinquanta i principi posti a fondamento del Movimento Moderno vengono drasticamente messi in discussione, e questo ad opera di una generazione di architetti nati tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta – i cosiddetti “nuovi...

Tutto Sottsass

Il 18 settembre 1981 Ettore Sottsass e Barbara Radice arrivano in taxi alla Design Gallery di Milano. Sono emozionati e anche un poco terrorizzati. S’inaugura nel pomeriggio la mostra di Memphis, il gruppo di designer fondato nel dicembre dell’anno precedente nel loro appartamento milanese, che comprende Martine Bedin, Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Matteo Thun e Marco Zanini. Non credono ai loro occhi: oltre duemila persone occupano lo spazio dello showroom. Dentro ci sono: trentun mobili, tre orologi, dieci lampade, undici ceramiche.   La folla dilaga per le strade attorno bloccando il traffico. Ettore e Barbara non capiscono cosa stia succedendo; pensano a un incidente. Nessun evento di design ha mai radunato tanta folla, e soprattutto nessuno sa dire come abbia fatto ad arrivare sin lì tutta quella gente. Sull’invito della mostra c’è un Tyrannosaurus Rex con la bocca spalancata, i denti bianchi ben in mostra e l’occhio vivo. Una promessa suggestiva, quasi una provocazione: Memphis come un dinosauro divorerà il design moderno? Quel giorno di settembre degli anni Ottanta rappresenta il punto culminante nella popolarit...