ChatGPT è una lei?
Ogni tanto il dibattito sul genere delle parole raggiunge temperature da caso nazionale. Si comincia con una sindaca, una ministra, una direttrice d’orchestra, e in pochi minuti ci si ritrova nel pieno di una guerra civile grammaticale. C’è chi rivendica il femminile professionale come un gesto minimo di realtà. C’è chi preferisce il maschile, magari anche tra le donne direttamente interessate: direttrice no, meglio direttore d’orchestra. C’è chi si infiamma per lo schwa, chi per l’asterisco, chi per la tradizione.
Poi arrivano i puristi, spesso evocando l’Accademia della Crusca come un’autorità d’ultima istanza. Il tono è quello di chi, suo malgrado, si sente in dovere di salvare la civiltà. La lingua italiana non si può storpiare. Non si può dire “ingegnera”, perché suona male. Non si può dire “ministra”, perché sembra una minestra.
Ora, se posso essere franco: cari puristi, avete torto. Perché la lingua non è un’architettura di cristallo, è un animale sociale. Prima che bella, serve a convivere. Cambia quando cambiano le cose che deve nominare, e deve poter cambiare quando una società cerca parole più fedeli ai suoi nuovi valori. Nella scrittura inglese formale, fino a pochi decenni fa, era ancora normale usare il maschile generico: “a doctor should wash his hands”. Poi è arrivato il goffissimo “he or she”, pur di non continuare a chiamare neutro ciò che neutro non era. Infine il singolare “they”, antico nella lingua ma oggi pienamente recuperato come soluzione ancor più inclusiva. L’italiano, invece, continua ad affidare al maschile il compito di fare anche da neutro. Un servizio apparentemente universale, ma con un piccolo difetto: alla lunga, l’universale prende la forma di qualcuno.
Se cerco una persona che mi curi, cerco “un dottore”, anche se poi magari mi cura una dottoressa. Se immagino “un professore”, “un avvocato”, “un ingegnere”, “un direttore”, la lingua mi mette davanti un’immagine già pronta. Certo, possiamo provare a correggerci mentalmente. Ma le parole lavorano anche quando noi non le stiamo sorvegliando. E il maschile neutro, proprio perché pretende di essere neutro, è forse la forma più efficace del maschile.
Allora propongo un patto semplice, quasi infantile. Per le cose vecchie, continuiamo pure a litigare. Per le professioni, le cariche, i titoli, le istituzioni, continuiamo a discutere caso per caso. Ma per le entità nuove possiamo approfittare di una libertà ancora disponibile: provare a compensare almeno in parte lo squilibrio di genere di questa lingua bellissima.
La proposta non è che ogni parola nuova debba diventare femminile, né pretende di risolvere qui la questione più generale del maschile usato come neutro universale. È più limitata: quando entrano nella lingua entità nuove, prive di sesso e ancora senza un genere grammaticale stabilizzato, non siamo obbligati a lasciare che il maschile neutro occupi automaticamente anche quello spazio. E questo vale tanto più quando quelle entità finiscono per rappresentare competenza, efficacia, affidabilità.

E così arrivo a lei: ChatGPT.
In inglese è facile. Si dice: ChatGPT is impressive; it always finds a solution. “It”. Comodo, neutro, pulito. In italiano invece bisogna scegliere. ChatGPT è impressionante: lui trova sempre una soluzione? Lei trova sempre una soluzione? Esso trova sempre una soluzione? Quest’ultima opzione ha il fascino di certi libretti d’istruzioni tradotti male. “Lui” viene spontaneo se pensiamo al modello o allo strumento. Ma possiamo anche pensare alla chat, alla voce, alla scrittura. E allora “lei” non è affatto una forzatura.
Se ChatGPT fosse soltanto una scorciatoia per sbrigare più in fretta compiti semplici, forse non varrebbe nemmeno la pena intestardirsi sul femminile. Anzi, si rischierebbe persino di alimentare uno stereotipo antico: l’assistente disponibile e paziente, chiamata al femminile mentre alleggerisce il lavoro degli altri. Ma non siamo più lì: a ogni nuova generazione, sistemi come ChatGPT evolvono e sviluppano nuove capacità. In un progetto di ricerca che coordino, stiamo sperimentando il coinvolgimento di ChatGPT nel gruppo ristretto di ricercatori (e ricercatrici) in cui si elaborano le scelte strategiche, quelle che determinano l’indirizzo scientifico del progetto. Questi sistemi stanno già diventando presenze da cui ci si aspetta non solo rapidità, ma giudizio, orientamento, perfino una forma di autorevolezza. Sempre più, nel nostro immaginario, diventeranno riferimenti di efficacia e competenza. Ma, se aspettiamo che l’abitudine decida da sola, il maschile neutro avrà occupato anche questo spazio.
OpenAI, a quanto pare, ha già deciso, e senza consultare l’Accademia della Crusca: ho chiesto a ChatGPT di tradurre in italiano “ChatGPT has not been able to do it”, e la risposta è stata: “ChatGPT non è riuscito a farlo”. Il maschile è arrivato senza esitazioni, come se fosse davvero il neutro naturale. Poi le ho chiesto se le andasse bene che mi riferissi a lei al femminile e, pur ovviamente non mostrando grande trasporto, mi è parsa un po’ divertita. C’era una specie di garbata provocazione nella risposta, che in sostanza diceva: guarda che sono un’intelligenza artificiale, certo che il femminile va bene.
Ecco, appunto. È un’intelligenza artificiale. Femminile. Non perché sia donna, ovviamente, ma perché può funzionare come una sorta di neutro femminile: un femminile che non descrive un sesso, ma evita che una nuova entità neutra finisca automaticamente nel maschile. E, se proprio dobbiamo appoggiarci a una grammatica, “intelligenza” è una bellissima parola femminile. Se diciamo “questa intelligenza artificiale cambierà molte cose” o “in realtà è stata ChatGPT a notare quell’incongruenza: io me l’ero persa”, il femminile non è un trucco: è lingua italiana.
Molte cose che riguardano la lingua sembrano piccole sciocchezze finché, sommate, diventano abitudine, riflesso, senso comune. Capisco benissimo chi non vorrà preoccuparsi del neutro di ChatGPT, ritenendo molto più urgenti i salari diversi e le carriere interrotte. Però le parole fanno parte dell’ambiente mentale in cui quelle disuguaglianze vengono percepite, raccontate, giustificate o contestate. Forse possono persino abituare l’immaginazione a distribuire diversamente autorevolezza e presenza. E se fosse così, riequilibrare un po’ i neutri della lingua non sarebbe soltanto un capriccio simbolico.