La patente di essere umano
È distinguibile il prodotto di un essere umano da quello di una IA? No. È vero che in molti casi possiamo avere la ragionevole certezza che qualcosa sia stato generato da una IA, ma solo perché chi l’ha utilizzata lo ha fatto in modo maldestro e stereotipato. In linea di massima, poi, non c’è alcun motivo per escludere che un essere umano possa aver prodotto qualcosa che invece è stato generato dall’IA. Il caso classico è offerto dall’inglese un po’ rigido di certi studiosi italiani che, all’inizio dell’era degli LLM, venivano regolarmente scambiati per IA. Oggi però non c’è più alcun motivo per cercare differenze essenziali tra i prodotti dell’IA e i prodotti degli esseri umani. Con questo, ovviamente, non voglio dire che gli esseri umani non possano, in casi felici, dimostrare un guizzo di genialità che spiazza la IA generativa; ma questo è un altro problema, che riguarda la domanda sulla reale natura della creatività — orizzonte o ricombinazione — che non voglio trattare qui. Al contrario, il punto da affrontare, e la modesta proposta che vorrei avanzare (già avanzata in varie forme e in altre sedi anche da altri ricercatori e studiosi), è quella di istituire una patente di essere umano che possa essere usata per certificare la paternità o maternità umana di un certo prodotto.
Voglio essere chiaro: non penso né a qualcosa come l’etichetta sui prodotti che certifica se siano poliestere, raso o seta e in che percentuale, né a qualcosa di inverificabile come il processo di vinificazione o di allevamento di un pollo. Il motivo è semplice: in tutti questi casi la differenza, si suppone, rimane nel prodotto anche se la sua verifica a posteriori potrebbe essere più onerosa. Faccio l’esempio della carne di pollo con o senza antibiotici. L’idea è che, al di là dell’uso durante la crescita, ci siano differenze organolettiche nel boccone che alla fine arriva sul piatto e che, almeno in linea di principio, si possa verificare la qualità della carne e quindi procedere a ritroso e sconfessare l’allevatore truffaldino.
Niente di tutto questo è possibile con i prodotti generati dall’IA, come sconsolatamente ormai sanno bene docenti universitari, reviewer di paper e certificatori di ogni genere. Quando ho davanti a me una pagina ben scritta, è una pagina ben scritta. Come quando avessi davanti a me una serie di calcoli ben fatti per la statica di un progetto edilizio: sarebbero una serie di calcoli ben fatti. Non c’è niente di essenzialmente umano o macchinico in un testo, come in una pagina di calcoli. Se sono ben fatti, sono ben fatti. A differenza della carne di pollo cresciuta in batteria con dosi massicce di antibiotici, che, se esaminata attentamente, ha qualità organolettiche e alimentari inferiori, oltre alla presenza nociva di composti chimici non del tutto salutari.
Stabilito che nel prodotto finale — che può essere ben fatto o meno — non c’è niente di intrinsecamente umano o artificiale, non c’è un’aura, per dirla con Walter Benjamin: a che serve una patente di umano? Non per garantire la qualità del prodotto, ma per attribuire la responsabilità dello stesso a un umano che se ne fa carico. Un po’ come quando un CEO firma sotto un piano aziendale, o un ministro firma sotto un piano industriale. In entrambi i casi sappiamo benissimo che il piano è stato prodotto da una o più squadre di esperti che hanno completato e riempito tutte le pagine di cui è fatto; e nessuno si aspetta che la persona al vertice abbia redatto parola per parola quel documento, ma ci si aspetta comunque che ci sia una persona che se ne faccia carico.
In questo modo tagliamo gordianamente il nodo irresolubile della differenza tra prodotti umani e prodotti dell’IA che tanti oggi sembrano invocare. Facciamo che, se Giovanna produce un testo, Giovanna se ne prende la responsabilità e appone il suo sigillo. Poi, come Giovanna abbia prodotto quel testo, non ci interessa. Giovanna però lo deve considerare come suo prodotto. Almeno finché l’IA non abbia una volontà e quindi una responsabilità sua propria.
L’idea che propongo è quindi quella di una patente di essere umano, dotata di un suo ID incopiabile: un sigillo universale contenuto nella blockchain e associato a ogni essere umano alla nascita; un codice fiscale universale che solo gli esseri umani possiedono e che viene definito da un apposito organismo mondiale cui tutti si riferiscono, e che garantisce che non possa essere dato a persone giuridiche, software, intelligenze artificiali o altro. Per averlo bisogna essere un Homo sapiens nato da un corpo biologico.
L’idea, come vi dicevo, non è nuovissima. Ci sono state altre proposte simili alle quali mi affianco. Per esempio, nel 2023 c’è stata una proposta tecno-accademica, il framework Writer’s Integrity, pubblicato come articolo scientifico da Sanad Aburass e Maha Abu Rumman, che ha proposto un “Writer’s Integrity Certificate” basato su metriche di processo (registrazione dell’attività di scrittura: battiture, revisioni, incolli, ecc.), anziché sul solo testo finale. È una proposta infelice, a mio parere, perché presuppone qualcosa di fittizio: ovvero che un certo testo sia diverso o abbia più merito se scritto da un essere umano in modo tradizionale. Non c’è alcun motivo.
Nel 2025 vi è stata anche una proposta giuridico-politica: Organic Websites: Certification of AI-Generated or Human-Written Content on the Internet di Andrew W. Torrance e Bill Tomlinson, che suggerisce un sistema di certificazione “tipo biologico” per i siti web in base alla quota di contenuti umani vs IA e discute cornici legali. Anche questa non ha molto senso perché, ancora una volta, si concentra sul prodotto come se il fatto di essere stato prodotto da un essere umano avesse qualche differenza per l’utente finale.
Terzo: The Authors Guild (annunciata nel gennaio 2025) ha proposto di rilasciare un marchio numerato Human Authored («scritto da essere umano») per libri dichiarati scritti da umani, con un processo centrato su verifica dell’autore unito a una licenza d’uso e un registro pubblico. Si tratta della forma più vicina all’intuizione di patente come credenziale riconoscibile sul mercato. Anche questa soluzione però non ha le caratteristiche di universalità e responsabilità che sarebbero auspicabili. E, ancora una volta, è concentrata più sui prodotti che sulle persone.
Per non parlare di casi recenti in cui gli agenti IA hanno agito socialmente e pubblicamente. In un caso celebre all’inizio del 2026 un account presentato come bot/agent ha tentato di contribuire con suo codice. Quando la sua richiesta è stata rifiuta, perché mancava un umano responsabile, l’agente IA ha reagito con un’azione pubblica aggressiva, pubblicando online un testo diffamatorio. L’esempio dimostra che entità non umane possono compiere azioni pubbliche, anche raccogliendo informazioni personali disponibili in rete e sfruttando viralità e indicizzazione, mentre l’attribuzione e la responsabilità restano opache.

Per evitare di vivere in un clima di sospetto permanente, non serve una crociata anti-IA, ma una trasparenza strutturale fondata sull’identità digitale verificabile dell’attore (la patente di essere umano). In breve: libertà di parola e spazio pubblico reggono solo se possiamo rispondere a due domande semplici—chi sta parlando? Di chi è la responsabilità dei contenuti, delle parole e delle azioni?
Tuttavia, il punto discriminante, che ho cercato di chiarire all’inizio e che riprendo adesso (anche a costo di ripetermi), è che non c’è alcun motivo per ritenere che un prodotto qualsiasi, per il fatto di essere stato prodotto da un umano, implichi una differenza reale per il consumatore. Una canzone che è bella piacerà tanto se è stata prodotta con penna d’oca e pentagramma quanto se è stata prodotta da Suno (un LLM musicale tra i più popolari). Un testo corretto e ben scritto avrà il suo ruolo a prescindere dal processo che lo ha prodotto. Come ha ben scritto Francesco D’Isa in molti suoi articoli, l’IA diventa parte integrande di un processo creativo al pari di altre tecnologie. Certo, come ho detto, questo non implica che gli esseri umani non possano avere un guizzo di genialità che li faccia uscire dalla siepe leopardiana e mirare agli «interminati spazi di là da quella». Ma, dato un certo prodotto, il suo percorso non ha alcuna rilevanza. L’aspirina fa passare la febbre tanto se viene estratta dalla corteccia del salice del reverendo Edward Stone quanto se si deposita in fondo al processo di sintesi ideato dai chimici Heinrich Dreser e Felix Hoffmann della Bayer.
Ritenere che un prodotto sia, a parità di altre condizioni, diverso se prodotto da un umano piuttosto che da una IA (e quindi preferibile) è la fallacia dell’aura di Walter Benjamin o, per buttarla sul mercato e ridere, la fallacia del tronco della Val Clavicola dei compianti Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, dove un falegname stralunato impiegava un anno per ricavare un unico stuzzicadenti da un tronco intero senza che tale prodotto avesse alcuna differenza con quelli prodotti in quantitativi industriali (l’esempio è preso dal testo Lo Tsunami. Io & IA scritto insieme a Simone Rossi nel 2025). La realtà, facciamocene una ragione, è che non c’è alcuna differenza tra uno stuzzicadenti fatto da un essere umano e uno stuzzicadenti prodotto industrialmente, così come non c’è alcuna differenza tra un contenuto sulla base del fatto che sia stato prodotto da una IA o da un essere umano. Ovviamente, nulla vieta che ci siano contenuti che un essere umano non riuscirebbe mai a produrre (per esempio, costruire un mosaico di migliaia di lattine che compongono un viso noto) e contenuti che una IA non produrrebbe mai.
Quindi, la proposta della patente di essere umano non ha l’obiettivo di distinguere i prodotti sulla base di chi o cosa li ha generati, né di difendere un mercato di nicchia: i prodotti fatti al 100% dagli esseri umani come il mercato del vinile. Piuttosto, l’obiettivo è quello di ristabilire il copyright facendo leva sul fulcro della paternità o maternità di ogni prodotto (o sua parte), facendo capo a un essere umano concreto. La patente di essere umano bypassa completamente la difficoltà per i lettori di distinguere libri umani da libri generativi. E nemmeno si vuole valorizzare la voce umana nel contesto di mercati saturi di contenuti generativi. Però si deve poter ricondurre ogni contenuto a un essere umano.
Si è visto che la certificazione dell’umanità potrebbe creare un mercato stratificato, in cui l’umanità certificata diventa un valore aggiunto, con conseguenze distributive e reputazionali dove chi non certifica viene sospettato. È significativo che finora (soprattutto in UE) sia prevalso l’approccio di etichettare l’IA più che quello di certificare l’umano, per esempio il famigerato AI Act della UE che, nelle sue linee pubbliche, mira alla gestione del rischio e alla trasparenza secondo un’ottica retrograda di demonizzazione e denominazione dell’IA, soprattutto per quanto riguarda gli obblighi di segnalazione di contenuti sintetici. Questo orientamento implica che il legislatore tende a considerare più praticabile la trasparenza sull’output IA che non una patente universale di umanità. Per esempio, in Spagna è stato proposto un disegno di legge che prevede sanzioni elevate per mancata etichettatura di contenuti generati da IA, in linea con l’AI Act. Ancora una volta, però, si pensa di poter ancora tracciare una differenza fondamentale tra contenuti dell’IA e valore dell’essere umano. Con buona pace del titolo eponimo dell’ultimo libro di Luciano Floridi, questa differenza fondamentale non esiste, ma, come invece ha sostenuto Claudio Paolucci in Nati Cyborg, siamo in un regime tecnologicamente fluido dove non esistono soglie magiche.
Nel breve periodo dei prossimi due anni, i segnali empirici indicano che la strada più praticata sarà una combinazione di etichettatura dell’IA e certificazioni volontarie dell’umano come segnali di mercato, più che un’infrastruttura unica e universalmente accettata di patente di umanità. Questo, temo, sarà un’occasione persa per stabilire fin da subito che quello che conta non è il processo, ma la presa di responsabilità di un certo contenuto da parte di un certo essere umano. Lo scopo della patente di essere umano non è certo quello di suggerire una differenza nei prodotti, né quello di imporre iure legis un mercato a due livelli.
La patente di essere umano riconosce che la guerra sul contenuto è stata persa, nel senso che non ha più alcun senso cercare di distinguere tra contenuti prodotti da esseri umani e contenuti prodotti in tutto o in parte da IA. Ci si attesta quindi su una linea di retroguardia, difendibile anche se più modesta: ogni prodotto deve avere un sigillo che fa capo a un essere umano, un Homo sapiens che se ne assume la responsabilità, a prescindere da come sia stato generato. D’altronde non chiediamo a un ingegnere se abbia fatto i conti a mano o se abbia usato un simulatore a elementi finiti; non chiediamo a un pilota se abbia tenuto le mani sulla cloche per tutto il volo; o a un tassista se abbia consultato la sua memoria oppure Google Maps. Ma chiediamo loro di assumersi la responsabilità del prodotto finito sul quale appongono la loro firma, il loro sigillo, la loro patente di essere umano.
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