Shulman e Diop: Being There ad Arles

26 Agosto 2026

Cosa accade quando il regista e fotografo inglese Lee Shulman e il fotografo senegalese Omar Victor Diop si incontrano? Si verifica una reazione alchemica molto prossima a trasformare la banale quotidianità in una sorta di caleidoscopica epifania. Un effetto attraverso il quale si vanno ad annullare le ombre delle assenze, mettendo in mostra la crudeltà delle conseguenze sociali di scelte scellerate. Nato come progetto editoriale, tradotto come un vero e proprio album di famiglia, Being There è divenuto anche una bellissima mostra fotografica inserita nell’illustre festival arlesiano di Les Rencontres de la Photographie. Una sessantina di scatti che hanno materialmente trasformato in evidenza visiva quei concetti (effettivamente superati?) che sono stati la spina dorsale della cultura delle cosiddette Trente Glorieuses attraversati dal sedicente Occidente civile e democratico. 

Anni tra il 1945 e il 1975, che sono coincisi con un periodo di singolare sviluppo economico e sociale, contraddistinto da una notevole crescita industriale, da un boom demografico e dalla nascita dello stato sociale, ma anche dalle gravi tensioni della Guerra Fredda, dalla segregazione razziale e dalle dure lotte per i diritti civili. La straordinarietà dell’incontro sta tutta nel fatto che entrambi, da anni, portano avanti una ricerca artistica che ha dato sostanza a singolari e potenti lavori che, con Being There, raggiungono un’armoniosa e magica espressione e fusione. È, infatti, importante ricordare che Lee Shulman, nel 2017, ha fondato il grandioso The Anonymous Project, che contempla una collezione di quasi un milione di diapositive Kodachrome, che vanno dagli anni '40, fino alla cessazione della produzione della pellicola per diapositive nel 2010. Scattate esclusivamente nel Nord America, queste fotografie amatoriali, realizzate in contesti domestici e familiari, da fotografi anonimi a persone altrettanto anonime, appartenenti alla classe media bianca americana, che altrimenti sarebbero stati definitivamente dimenticati, sono una puntuale, sincera e schietta testimonianza di quegli anni. 

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La raccolta è diventata, per questo, una delle più importanti collezioni di fotografia amatoriale al mondo. Una selezione è stata esposta anche in Italia, al Fondaco dei Tedeschi di Venezia, con l’installazione Best Regards nel 2024. Mentre Omar Victor Diop si è imposto sulla scena internazionale della fotografia con la serie Diaspora (2014). A differenza di Cindy Shermann, che mira a rappresentare gli stereotipi della società americana nei confronti della donna presentando sé stessa con stili e identità sempre differenti, l’autoscatto/autoritratto di Omar Vicotr Diop è funzionale a ricreare i personaggi che hanno segnato la storia africana, per mostrare la lotta del suo popolo. Veste così i panni (di sicuro frutto della sua lunga collaborazione con importanti marchi dell’alta moda) di diciotto importanti personalità africane della diaspora, vissute in Europa, Asia e America tra il XV e il XIX secolo, e mai ricordati dalla storia occidentale. Autoritratti/ritratti nei quali, però, introduce un elemento calcistico, col quale investe ogni scatto di una certa dose di ironia, crea una sorta di ponte temporale tra il passato e il presente, riuscendo, così, ad evocare temi di un certo peso sociale, quale l’identità nera, l’immigrazione e la relativa integrazione degli stranieri nelle società europee, con l’eredità della schiavitù. Quindi, quando Lee Shulman e Omar Victor Diop si sono incontrati, ognuno ha portato il proprio bagaglio artistico, The Anonymous Project il primo, la personale capacità del ritratto/autoritratto il secondo, ed è nato Being There. Ovvero, una chirurgica fusione delle due modalità artistiche. 

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Perché The Anonymous Project è stato l’humus sul quale è stata impiantata l’abilità del secondo. Ed ecco che, attraverso una circolarità che rammenta da vicino quella filmica, avviene il racconto di uno spaccato della società americana nel quale viene sottolineata una grande assenza: quella della comunità di colore. Ed è proprio quest’assenza ad essere stata colmata dai due artisti. Con quella “semplice” operazione che la fotografia permette dalle sue origini: l’inserimento di un elemento terzo nello spazio circoscritto dall’immagine fotografica. Un’operazione che, paradossalmente, accentua ancora di più l’assurdità della mancanza. Perché tutte le situazioni congelate nelle diapositive di The Anonymous Project che, proprio per la loro struttura, appaiono come innumerevoli finestre sul mondo, su contesti di una quotidianità quasi banale, catturano momenti intimi, pervasi da una felicità monolitica che, però, ignora e cela la complessità del momento storico: un compleanno, una gita in montagna, un aperitivo, un pic-nic, una partita a golf o una giornata in piscina, da cui la comunità nera era tassativamente esclusa. Ad essa non era permesso di vivere tale semplice quotidianità. Ecco allora che Lee Shulman inserisce nelle immagini selezionate, laddove storicamente sarebbe stata impossibile la sua presenza, Omar Victor Diop perfettamente a suo agio in tali circostanze. Lo vediamo con un cappellino di carta, tra le stelle filanti di una festa. Mentre esce da una macchina in una distesa di neve. Seduto a un pub con altri colletti bianchi che prende una birra o a un tavolino insieme a una ragazza con un cocktail. Intanto che versa una bevanda da un thermos a una donna seduta al suo fianco su di una classica coperta a quadri. Che colpisce con un ferro una pallina da golf insieme ad altri giocatori. Che esce dal bordo di una piscina, costruita nel giardino di una classica villetta, in compagnia di altri bagnanti. 

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Il tutto esposto con un avvolgente e originale allestimento che ricrea un ambiente domestico nel quale le immagini si collocano nelle pareti, finanche sui grandi vetri delle finestre, di una classica casa statunitense di quegli anni, enfatizzando, in tal modo, ancora di più l’effetto narrativo. Effetto narrativo che ha inizio con i due fotografi plasticamente poggiati su una classica Chevrolet Bel Air 1959, fermata sul ciglio di un’altrettanta classica strada rurale americana, e si conclude con i due fotografi che si allontanano dalla vettura, camminando su un noto rettilineo stradale, a cui l’immaginazione non può far a meno di apporre la scritta “THE END”. Un mastodontico lavoro, quello dei due fotografi, caratterizzato dalla cura e dai lunghi tempi di preparazione dei set, dal reperimento dei relativi capi di abbigliamento, dallo studio di pose e dalla conseguente fusione dei due momenti. Seppure il risultato sia un esito piacevole, per nulla perturbante, è inevitabile che non spinga ad una riflessione critica storico-sociale: immagini apparentemente spensierate che evidenziano i privilegi di una certa classe a totale discapito di un’altra. Immagini che, da idilliache, si trasformano così in una chiara denuncia razziale: in scene totalmente ordinarie, inseriscono un elemento estraneo ed eccezionale, evidenziandone l’assoluto isolamento, ma anche come un silenzioso e pacifico atto di ribellione. 

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Un lavoro che, contemporaneamente, si inserisce nel dibattito dell’attuale ruolo e significato della fotografia, sulla finzione e sulla riproduzione della realtà e della storia; sulla veridicità dell’immagine fotografica che, sottoposta alle velocissime trasformazioni del progresso tecnologico, ancora di più è oggetto di (spesso scellerata) manipolazione, che ha definitivamente messo in discussione una delle caratteristiche da sempre (erroneamente) ritenute fondanti della tecnica fotografica, ovvero quella di essere una testimonianza reale e pedissequa dei fatti: così il dubbio entra a pieno titolo nella fotografia. Dubbi gonfiati anche dal disinvolto utilizzo della cosiddetta intelligenza artificiale che, come ben sappiamo, è in grado di creare immagini vere più del vero. Quindi, più che essere delle immagini, sono, sulla scia di quanto dichiarato, per esempio, da Gunther Kress, Theo van Leeuwen o Rudolf Arnheim, delle dichiarazioni visuali, che sollecitano il nostro sguardo. E, quindi, quella che era la primigenia missione della fotografia, affermata nel 1850 da Francois Arago, “di catturare l’imprevisto”, viene erosa proprio dal suo interno. Dichiarazioni, perché invitano anche a riflettere sulla visibilità e sulla rappresentazione. E sull’intera Storia, in particolare quella degli Stati Uniti, invitando a tenere a mente certe storture che macchiano l’idea di una Nazione che si vanta di essere paladina della difesa dei diritti umani.

Being There | The Anonymous Project
Lee Shulman e Omar Victor Diop
dal 6 luglio al 4 ottobre 2026 - dalle 9:30 alle 19:30
Arles - Les Rencontres de la Photographie, Ancien Collège Mistral

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