Il gatto selvatico: una rivista (1955-1965)

22 Ottobre 2026

Una pagina tutta particolare di quel che possiamo definire capitalismo declinato all’italiana riguarda la trasformazione degli house organ da fogli pubblicitari o di comunicazione interna, com’erano stati concepiti agli inizi del Novecento, a vere e proprio riviste con ambizioni culturali. Tale trasformazione avviene soprattutto nel secondo dopoguerra, quando il volto del Paese si modifica radicalmente passando da un’economia a vocazione contadina a un’economia industriale. Tutto ciò non poteva non incentivare il dibattito sulle “due culture”, un confronto spesso aspro, serrato, difficile da racchiudere in una sintesi, per certi tratti perfino violento, intorno al quale si sono giocate le sorti del secolo, rimasto al bivio tra adesione e condivisione, tra accettazione e rifiuto. Mentre la risposta che la letteratura diede a tale fenomeno appare il più delle volte condizionata da un atteggiamento di diretta o indiretta ostilità – questo infatti ci indicano romanzi, saggi, raccolte poetiche – l’approccio degli house organ muove da presupposti diversi e si spinge in altre direzioni.

Innanzitutto c’è un problema di committenza. Quando una grande azienda decide di dotarsi di un periodico che strutturalmente si spinge oltre il modello di foglio pubblicitario, lo fa non solo per rispondere all’esigenza di raccontarsi, ma anche per posizionarsi all’interno di un panorama che intercetta le coordinate del tempo contemporaneo, comprese le innumerevoli contraddizioni, i suoi limiti e le sue risorse. Se lo sforzo di queste riviste si fosse limitato a fornire semplicisticamente un quadro di valori interni ai cicli di produzione e all’espansione dei mercati – se tali pubblicazioni, in altre parole, fossero state pensate solo per acquisire quote di consumatori – il raggio d’azione di questi periodici sarebbe stato limitato e tutto sommato orientato a favorire gli interessi aziendali. Ciò non vuol dire che non sia stato così. Gli interessi aziendali esercitavano una sorta di influenza nelle scelte dei collaboratori, ma accanto a essi bisogna individuarne altri, in taluni casi assai più ambiziosi, a cominciare dal più rilevante, cioè dal voler contribuire a pronunciarsi su cosa si possa o non si possa considerare dentro il cerchio di quel complesso fenomeno che chiamiamo modernità.

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Se osserviamo il proliferare di titoli – da «Pirelli» (1948) a «Esso Rivista» (1949), da «Notizie Olivetti» (1952) a «Civiltà delle Macchine» (1953), da «Rivista Italsider» (1961) a «Il Quadrifoglio» (1967) – non può sfuggire, da un lato, una sorta di omogeneità cronologica (che corrisponde al periodo del boom economico) e, dall’altro, la presenza numerosa di scrittori, poeti, uomini di lettere in senso lato, impegnati nei ranghi dell’industria con un ruolo che va delineandosi nelle forme rinnovate di una militanza civile. Da questo elenco non può mancare «Il Gatto Selvatico» (1955), la rivista dell’Eni che Enrico Mattei concepì – scrive – come «ideale punto di incontro per tutti coloro che fanno parte della grande famiglia del gruppo Eni» (così dice l’editoriale del primo numero) e che volle affidare ad Attilio Bertolucci, intellettuale dal profilo tutt’altro che coincidente con quello del tecnocrate. Cosa ci facesse un poeta in veste di direttore di un periodico aziendale (la stessa cosa accadde con Leonardo Sinisgalli alla guida prima di «Pirelli», poi di «Civiltà delle Macchine», infine di «Il Quadrifoglio») rientra nei caratteri di questo capitalismo declinato all’italiana. Non bisognava solo informare su quel che una determinata fabbrica stesse producendo, ma raccontarne l’identità, manifestare il suo modo d’essere, dichiarare la propria vocazione e il proprio volto aziendale. Nel caso del «Gatto Selvatico», per esempio, già il nome richiama la macchina utilizzata negli scavi a caccia del petrolio.

Gran parte dei numeri ospita sia articoli per addetti ai lavori, sia vere e proprie narrazioni, a firma di autori tra i più significativi della scena letteraria di quegli anni: Caproni, Parise, Berto, Manzini, Comisso, La Capria, Soldati, Dessì, Gatto, Bevilacqua, Bassani, Cassola, Banti, Gadda, Sciascia. Nei loro interventi più importante di quel che avessero da dire, contava il tipo di approccio con la rappresentazione del progresso. «Centottant’anni fa. Di Alessandro Volta, scopritore della “forza elettromotrice” da contatto fra due metalli e ideatore e primo costruttore della “pila”, ricor­diamo brevemente ma con affetto che nacque a Como il 18 febbraio 1745: che ancora adolescente si mostrò curioso de’ “naturali fenomeni”: che rischiò la vita per raccogliere delle supposte briciole d'oro da una pozza: che palesò non comuni disposizioni letterarie e compose versi (italiani, latini, francesi): che scrisse nelle tre suddette lingue e conobbe e lesse l’inglese: che era parlatore chiaro, elegante, rapido, vivace, esatto: che non ultimò l'università e non ebbe laurea, né lettere, né fisica: che l’irresistibile amore e lo studio delle cose naturali superò in lui certo genio per le lettere: che fu lavoratore instancabile, ragionatore sagace, a reazione critica pronta e di poi lungamente impegnata».

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Chi scrive queste parole è la mano di Carlo Emilio Gadda, l’ingegner Gadda per essere più precisi, in un articolo intitolato Alessandro Volta e il metano, uscito sul numero dell’ottobre 1956. Ed è la stessa che l’anno precedente aveva dato alle stampe Quer pasticciaccio de via Merulana, il romanzo più celebre. Gadda conosceva capillarmente gli argomenti di cui si occupava, aveva lavorato in numerosi cantieri in Italia e in America, aveva un punto di vista strettamente professionale. Ma è paradossale che, a fronte delle sue indubitabili competenze, fosse uno degli autori più in antitesi con le dinamiche della civiltà industriale, uno dei più decisi a rifiutare l’ordine che il lavoro in fabbrica era in grado di imporre alle maestranze e dunque uno dei più conflittuali nel dialogo tra le “due culture”. Sarà lui, per esempio, l’autore di quella rocambolesca, originalissima ricetta da cucina che fu Il risotto alla milanese, raccontato con il suo inconfondibile stile nell’ottobre del 1959: «L’approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone, dal chicco grosso e relativamente più tozzo del chicco tipo Caterina, che ha forma allungata, quasi di fuso».

Solo un ingegnere affetto da quel “male oscuro” di cui parla nella Cognizione del dolore (1963) poteva impegnarsi a distinguere, con una capillarità quasi disarmante, tra le forme del chicco di riso Vialone o del riso Caterina, chiedendo nello stesso tempo aiuto a una terminologia eccentrica come il sostantivo approntamento. Poco conta, in questo caso, se l’argomento fosse coerente con lo spirito della rivista che doveva testimoniare i ritrovamenti di gas e di petrolio in Val Padana o nel resto del mondo. Poco conta se i numeri dovevano raccontare la novità delle aree di servizio Eni lungo l’Autostrada del Sole o come vivessero i dipendenti nei tanti villaggi disseminati ovunque ci fosse un cantiere di estrazione. Se guardiamo in questa direzione, pubblicare la ricetta del risotto risulterebbe agli occhi dei più un’operazione folle e fuori contesto. Ma anche la modernità industriale aveva bisogno di gesti simili per affermarsi agli occhi dei più refrattari o dei più scettici, se non altro perché il testo di Gadda aveva tutte le caratteristiche per essere derubricato sotto la voce della vera letteratura.

Forse era questo, nell’insieme di tutti gli altri esempi, l’obiettivo nascosto del «Gatto Selvatico» e degli altri periodici della stessa specie: sovvertire una tradizione di incomunicabilità, scongiurare la mancanza di dialogo che aveva allontanato gli umanisti dai problemi legati alla tecnologia nonostante i tentativi di quei decenni, i più attrezzati forse a cercare una commistione, un’osmosi tra mondi fino ad allora rimasti uno agli antipodi dell’altro. Se questo è avvenuto, se tra anni Cinquanta e Settanta l’Italia ha vissuto una delle stagioni più entusiasmanti anche per l’immagine che di essa si percepiva all’estero – basti pensare all’affermazione dei prodotti made in Italy – molti di questi meriti vanno attribuiti al ruolo di ponte che gli house organ seppero svolgere e contribuirono a rinnovare, sia nella forma di rotocalchi che di rivista-libri – stili, linguaggi, forme. Perfino i generi della letteratura cambiarono statuti e, grazie alle numerosissime visite in fabbrica o visite ai cantieri che riempirono i numeri delle testate, dimostrarono quanto dignitoso fosse il reportage industriale.

In occasione dei cento anni di Eni, Doppiozero ripubblica dieci pezzi di grandi autori italiani usciti sulla rivista "Il Gatto Selvatico", diretta da Attilio Bertolucci, una esemplare esperienza di pubblicazione aziendale di cultura durata per dieci anni, dal 1955 al 1965: Anna Banti, Giuseppe Berto, Giovanni Comisso, Giuseppe Dessì, Carlo Emilio Gadda, Natalia Ginzburg, Raffaele La Capria, Goffredo Parise, Gianna Manzini, Leonardo Sciascia.

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