Piero Gobetti al Père Lachaise
Per capire Piero Gobetti, a cento anni dalla precocissima morte, bisogna andare alla sua tomba, nel cimitero parigino di Père Lachaise, che non possiede nulla della retorica solitamente destinata agli eroi di una nazione: non ha immagini, non ha stemmi, solo una geometria di marmi e lastre in pietra. È l’umile sepoltura di un caduto in guerra, un monumento funebre che però, anziché invocare la pietas del visitatore, rivendica con orgoglio un proprio ruolo nella costruzione di una civiltà. Lo rivendica, a chiare lettere, la frase scolpita su una delle lapidi: «Mon langage n’était pas celui d’un esclave». Viene da un articolo che si intitola Risorgimento senza eroi – mai altro titolo poteva essere più significativo – ed è un lasciapassare per la Storia, una dichiarazione di poetica redatta non ricorrendo all’italiano originario, piuttosto alla lingua che avrebbe accolto le ossa di Gobetti facendosi culla morale del suo magistero. Gobetti non ha mai usato un idioma da schiavo. Il suo parlare è stato franco e coraggioso, quasi sempre tagliente, non scontato, autenticamente convinto del fatto che le parole, prima di essere parole, sono idee destinate a essere infilate nel collo di una bottiglia ed essere gettate in mare. Arrivino dove arrivino, esse sono il lievito della Storia che sarà.
Con questo accento parlano le pochissime frasi incise sulle pietre che arredano il luogo dove Gobetti è sepolto e per quanto si possa indovinare una lontananza malinconica, per quanto il peso di una solitudine abbia continuato a premere su quel luogo che possiamo eleggere a contraltare della patria, evidenzia paradossalmente una centralità assai più pronunciata di quanto non sembri, come se quel pezzo di terra di Parigi fosse suolo italiano, non francese. In effetti, il sentimento dell’esilio è un tema che accompagna per largo tratto la riflessione di questo giovane intellettuale, anche se lo fa con discrezione, senza compiacimento, nel momento in cui a lui per primo diventa chiaro il cambio degli scenari politici, quando cioè egli non può fare a meno di pensare se stesso dentro una prospettiva che ha perduto i criteri dell’immediatezza e guarda lontano, tanto lontano da diventare quasi irraggiungibile, almeno per lui, fuori dalla portata di un secolo che l’avrebbe additato a martire, ma in un tempo che sa di preistoria. «Abbiamo sempre saputo di lavorare a lunga scadenza, quasi soli in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione» scriveva Gobetti tre anni prima di morire sulla «Rivoluzione Liberale». E subito dopo aggiungeva, per marcare ancora di più l’inattualità della sua presenza in quell’Italia che si avviava a gran passi verso la dittatura: «Oggi dobbiamo continuare il nostro lavoro senza più pensare a scadenze, senza speranza. Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria». Restare esuli in patria è una maniera assai elegante per esprimere il mito dell’inappartenenza e questo mito altro non è che una forma di epica delle idee, un modo per sentirsi estraneo al coro che invece, in quello stesso periodo, intonava inni di incitamento all’indirizzo dell’Uomo forte (mai come in questo caso, a posteriori, potrebbe funzionare l’omonimo romanzo di Corrado Alvaro, edito nel 1938) al cui cospetto Piero Gobetti, appare una figura fragile e gracile, incorporea, quasi invisibile, destinata a non avere voce.

L’Italia cercava nell’Uomo forte il padre mancato – l’Italia che da sempre si sente orfana dei padri, l’Italia che nasce dall’omicidio di due gemelli – e invece trovava il suo santo laico in un ragazzo poco più che ventenne, con i suoi occhialetti di metallo, i suoi capelli arruffati, becco e naso pronunciati. Proviamo a domandarci quale Novecento nasce dal linguaggio non da schiavo con cui ha parlato Gobetti. Proviamo a chiederci quale nazione sarebbe potuta uscire fuori se il magistero di Gobetti avesse avuto ben altro palcoscenico invece di una tomba disadorna e di tre periodici messi in piedi con tanto sforzo e pochi mezzi. Mi sto riferendo ovviamente a «Energie Nove» (1918), «La Rivoluzione Liberale» (1922) e al «Baretti» (1924). Nessuna cattedra universitaria sarebbe stata più prestigiosa delle colonne di queste riviste e ha ragione David Bidussa quando sottolinea che «dietro la scelta di una rivista che si pensa e si pensa per tempi lunghi» non è necessario intervenire «sui fatti politici del giorno», ma lavorare «sui palinsesti culturali che li attraversano» (P. Gobetti, Pensare futuro. Come ricominciare senza ripetersi, a cura di D. Bidussa, Universale Economica Feltrinelli, p. 169, euro 12). Forse sta qui il migliore insegnamento che Gobetti lasciava in eredità: varcare il cerchio angusto della quotidianità per eleggere l’orizzonte dilatato della Storia, sentirsi il tedoforo di una militanza certo, ma di una militanza che predilige la metrica dell’epica anziché quella della cronaca.
L’antologia di scritti curata da Bidussa insiste molto sui lasciti gobettiani per l’Italia che sarebbe stata in futuro, a cominciare dal valore dell’impegno come strumento per vincere l’apatia, il trasformismo, lo stato di sonnambolica indifferenza, elementi caratteriali che erano e sono «lo specchio e la sintesi di una storia politica» scrive Bidussa «che non produce mai classi politiche alternative, ma un solo grande sistema fondato sul continuo passaggio di pezzi di ceto politico da uno schieramento all’altro». Se questa è l’Italia che Gobetti avversava, non poteva non sentirsi forestiero in patria, cittadino di un altro Stato, sicuramente non più figlio di una nazione che aveva eletto il fascismo a propria cornice autobiografica e se ne faceva quasi vanto, dimenticando ciò che di utile era avvenuto appena cinquant’anni prima, al tempo dell’unificazione nazionale, quando veniva disattesa la lezione di Carlo Cattaneo, il solo, grande interprete dell’Italia «che si vorrebbe» commenta Bidussa, ma «che non riesce a essere». Sicché l’immagine di quest’uomo risorgimentale, che Gobetti consegna alle colonne dell’«Ordine Nuovo», è il ritratto di un disilluso, di uno sconfitto dall’azione politica, nonostante l’originalità di un pensiero che avversava – scrive Gobetti il 27 agosto 1922 – «non l’unità ma l’illusione di risolvere con il mito dell’unità tutti i problemi che invece si potevano intendere soltanto nella loro specifica realtà autonoma, regionale». In questo passaggio Gobetti dimostra un fiuto interpretativo che non così facilmente apparteneva ai suoi coetanei e se imbocca con convinzione la strada che porta a Cattaneo, se fa di questo intellettuale una specie di guida è perché Cattaneo condivide con lui la funzione di maestro incompiuto, di profeta inascoltato. Una Cassandra che parla al deserto della Storia, da cui ottiene solo silenzio.
Cattaneo rappresenta uno dei vertici di un curiosissimo triangolo di interferenze che, oltre allo stesso Gobetti, annovera anche Vittorini in ragione del fatto che tutti e tre traevano ispirazione da una cultura d’impianto illuminista, politecnica come il nome del periodico che dall’Ottocento di Cattaneo, passando dalla pubblicistica gobettiana, rimbalza nel cuore del Novecento di Vittorini. E certo non si placa all’indomani della pagina resistenziale, con l’inverarsi cioè del procedimento democratico, quando il discorso intorno a un Gobetti costituente assume le suggestioni di un pensiero che si fa mito e prolunga la sua ombra sul gruppo di quei padri costituenti da cui prese inizio il percorso di una ipotetica “terza via”, il Novecento migliore, il Novecento degli eserciti senza truppa, composti solo da generali. Qui adesso entriamo nella stanza del possibile, nel recinto delle opinioni incerte, ma è un passo che siamo invitati a compiere da Pietro Polito, a conclusione di un saggio, Piero Gobetti e la democrazia, che accompagna la racconta di scritti di Piero Gobetti, La democrazia da fare (a cura di P. Polito, Einaudi, p. 108, p. 13). «Nella storia d’Italia Gobetti ha rappresentato emblematicamente il momento della resistenza all’oppressione, ma egli potrebbe essere assunto come uno dei nostri modelli, per esempio insieme a Carlo Rosselli e a Piero Calamandrei, pure nel momento della costruzione della nostra democrazia». Anche loro, Carlo Rosselli, Piero Calamadrei, non parlarono da schiavi. E il destino vuole che Carlo, insieme al fratello Nello, sia sepolto al Père Lachaise, a nemmeno cinquanta metri da Gobetti, sotto una lapide disadorna che dice: «Insieme aspettano che il sacrificio della loro gioventù affretti in Italia la vittoria del loro ideale Giustizia e Libertà».