Adolescenti, sneakers e piazze
Oggi piove, anzi diluvia. Io alzo gli occhi al cielo, perché per me sarà una giornata in salita; mio figlio invece è raggiante, perché per lui è la ghiotta occasione di saltare nelle pozzanghere prima di entrare a scuola. Ha voluto a tutti i costi i suoi stivali preferiti, quelli vecchi, anche se gli avevo detto che erano da buttare. All'ingresso, la scoperta: un taglio nella gomma, e i piedi già fradici. Non me l'aveva detto, perché avrebbe dovuto ammettere che avevo ragione io. Lo rimprovero, e intanto non reggo l'idea di saperlo tutto il giorno con le sole calze di riserva nelle ciabattine che usa in classe, senza poter uscire in giardino con i suoi amici. Faccio dietrofront e corro a casa a prendergli delle scarpe asciutte.
Ieri a quest'ora incontravo un ragazzo di quattordici anni che risponde di un'imputazione penale, e anche lui mi raccontava di scarpe fradice. Solo che lui, per quel motivo, a scuola non ci era andato: non aveva una mamma che potesse portargliele, e a dire il vero non aveva nemmeno delle scarpe di riserva. Quello che mi è rimasto addosso per tutto il giorno non è stata la distanza tra mio figlio e quel ragazzo, ma quella tra i due ruoli in cui mi sono trovata. Con mio figlio ero la madre che lo rimprovera, ma corre a casa a prendere le scarpe asciutte. Con lui ero parte di un sistema che, almeno sulla carta, dovrebbe fare qualcosa di simile: e che oggi mi sembra meno capace di farlo di quanto lo fosse quando ho cominciato a lavorarci, con l'orgoglio di appartenere a una cultura che sapeva vedere in un ragazzo più del suo errore.
So bene che le due cose non sono uguali. Mio figlio è un bambino che si è intestardito per un paio di stivali; quel ragazzo è accusato di un reato violento, e qualcuno ne ha pagato le conseguenze. Ma la domanda che pongono a un adulto si somiglia più di quanto sembri. Anche mio figlio ha sbagliato: ha preteso gli stivali vecchi e, invece di dirmi che aveva i piedi bagnati, ha taciuto. Anche lui aveva le sue ragioni, piccole e comprensibili. Il mio compito non era scegliere tra il rimprovero e le scarpe asciutte, ma tenere insieme le due cose. È lo stesso equilibrio che servirebbe con quel ragazzo, in proporzioni infinitamente più grandi: adulti che gli facciano sentire il peso di ciò che ha fatto e che, insieme, ascoltino le ragioni che lo hanno portato fin lì, invece di limitarsi a reprimerle. Non per assolverlo: quel ragazzo non ha bisogno di essere compatito. Ha bisogno di adulti che gli chiedano molto, ma che siano disposti a dare altrettanto. Ci penso ancora, mentre Milano si interroga su che cosa sia successo nelle sue strade.
Le immagini di questi giorni le abbiamo viste tutti: piazza Duomo occupata da centinaia di giovanissimi, i fumogeni, il fuoco, le vetrine sfondate, i blindati nella Galleria. Sono immagini potenti, e la rabbia che contengono è reale, ma montate in un'unica scena: un esercito di ragazzi in rivolta, compatto nella violenza, mosso da un solo odio.
Chi, come me, incontra ogni giorno nel penale minorile ragazzi accusati di reati violenti, quelli che da fuori appaiono proprio come quell'esercito compatto, non trova un esercito: trova storie diverse, emozioni diverse, motivazioni diverse. Alcuni, più che di rabbia, parlano di paura: raccontano un'atmosfera violenta, litigiosa, carica di adrenalina, in cui non si può stare tranquilli. Descrivono il caos più che un nemico. E, sorprendentemente, sono i primi a cercarvi un ordine: un punto fermo, una via d'uscita, qualcuno che dica dove andare. Chiedono, in fondo, sicurezza.
Alcuni pensano che le proteste siano cose da grandi, che non li riguardano. Se scendono in piazza è per lo spettacolo, per sentirsi parte di qualcosa che conta, richiamati da un tam tam rimbalzato di profilo in profilo. I social, in questo, non sono la causa: sono il palcoscenico. Insieme all'appuntamento fanno circolare i video delle rivolte francesi, la musica evocativa, i balletti girati con gli scontri sullo sfondo. Molti imitano una forma, non un contenuto: l'estetica del fuoco e dei fumogeni, la sensazione di essere dentro un film, a prescindere da quale bandiera sventoli. Più che a una causa, aderiscono a un evento da non perdere.
Altri ragazzi provano rabbia, e la mostrano. Di altri, a volte, ci si stupisce che siano così poco arrabbiati, visto il livello di frustrazione e di impotenza che hanno attraversato, e che attraversano tutti i giorni.
E poi c'è chi, in piazza, ha trovato qualcosa che cercava da tempo. Racconta un'atmosfera di grande fratellanza, la sensazione di appartenere a una generazione che conta poco, che non viene ascoltata, che non ha peso nelle decisioni che la riguardano, e che per una volta si è sentita forte. Galvanizzati, perfino speranzosi, dopo mesi e anni in cui l'angoscia non trovava una via di sfogo. Non giustifica nulla di ciò che è successo. Ma dice molto di quanto a lungo quella voce sia rimasta senza ascolto.
Tra i negozi saccheggiati c'era una catena di scarpe sportive. Scarpe, di nuovo. Costosissime, di quelle che a quattordici anni dicono chi sei prima ancora che tu apra bocca. Qualcuno sarà stato attratto dalla possibilità di averle gratis, qualcun altro avrà pensato di rivenderle. Non è una novità. Come ricorda oggi il Post, dopo i riots di Londra del 2011, nei quali erano stati saccheggiati soprattutto negozi di elettronica e di abbigliamento, il sociologo Zygmunt Bauman aveva parlato di «consumatori difettosi e squalificati»: ragazzi abituati a riconoscersi attraverso le cose che possiedono, ma esclusi dalla possibilità di comprarle. A Londra, poi, le ragioni si rivelarono molte e diverse tra loro, e qualcuno si prese il tempo di capirle: il Guardian e la London School of Economics intervistarono centinaia di ragazzi, in una ricerca intitolata, non a caso, Reading the Riots. Leggere, prima di reprimere.

Siamo spinti a polarizzare: da una parte i ragazzi italiani da proteggere, dall'altra gli stranieri che saccheggiano. Ma la realtà che incontro non rispetta queste divisioni. Nelle statistiche della giustizia minorile, "straniero" significa soltanto senza cittadinanza italiana. Ci finisce Abdul, scampato alla morte sul barcone dopo un viaggio di quindici mesi, senza riferimenti in Italia. Ma ci finisce anche Yassin, nato da genitori marocchini, che ha fatto qui tutte le scuole, parla con l'accento milanese e nel paese dei suoi genitori è stato due volte in vita sua: per la legge è straniero, e lo resterà almeno fino ai diciotto anni. Tra gli "italiani", invece, ci sono Matteo, figlio di una famiglia milanese da generazioni, che scrive musica trap e si traveste da maranza, perché dai maranza non si aspetta niente nessuno e da lui invece ci si aspettano grandi cose; Karim, nato da padre italiano e madre peruviana; Ana, arrivata in Italia a sei anni con i genitori adottivi. Dietro la stessa etichetta ci sono storie che non si somigliano affatto.
Storie diverse, dunque. Eppure non slegate. A unirle non è un'idea comune o una rivendicazione, che nei loro racconti quasi non compare, ma uno sguardo. Anzi, due.
C'è quello con cui noi adulti guardiamo loro: lo sguardo del pregiudizio, che molti sentono addosso ovunque vadano e che li tratta da colpevoli prima ancora che abbiano fatto qualcosa. A volte, colpevoli soltanto di essere giovani. Il pregiudizio, del resto, è solo la forma più evidente di qualcosa di più ampio: lo sguardo spaventato che posiamo sugli adolescenti in quanto tali.
E c'è lo sguardo con cui loro guardano noi. Tantissimi raccontano di un mondo adulto ostile, che li ha abbandonati e li lascia soli a fare i conti con un futuro catastrofico, apocalittico. Quel mondo ha volti diversi: la scuola che cade a pezzi, il genitore che fa per due e non c'è mai, l'adulto così ansioso che sa chiedere soltanto "tutto bene?" e si aspetta di essere rassicurato. Cambia il quartiere, cambia la classe sociale, ma il vissuto di fondo si somiglia: nessuno si occupa di noi. Non è una rivendicazione di autonomia, è una richiesta di cura che non trova parole. I due sguardi si alimentano a vicenda. Più gli adulti hanno paura, più si ritirano o si limitano a controllare; più si ritirano, più i ragazzi li vedono ostili; e quella sfiducia, a sua volta, conferma la paura.
Vale anche il contrario, ed è la parte che dà speranza. Qualche anno fa abbiamo confrontato le messe alla prova andate bene con quelle fallite. A fare la differenza non erano la gravità del reato né la personalità del ragazzo, ma lo sguardo degli adulti di riferimento. Dove era realistico e fiducioso insieme, capace di vedere le difficoltà senza dare per perso chi le ha, il percorso funzionava molto più spesso.
Oggi, però, a prevalere è lo sguardo spaventato. Sto scrivendo un libro in cui parlo di un cortocircuito della paura: adulti spaventati dai ragazzi, ragazzi spaventati da un mondo che percepiscono imprevedibile, che si armano per difendersi e così confermano le paure degli adulti. Temo che, prima ancora di vederlo pubblicato, sia già superato. Oggi siamo a un passaggio ulteriore: tutti hanno paura di tutti. Il ragazzo ha paura della piazza, il commerciante del ragazzo, il genitore della città, la città dello straniero, del "maranza", di un'adolescenza che non riconosce più.
Questi ragazzi li abbiamo cresciuti nella paura. Gliel'abbiamo trasmessa con la geolocalizzazione, con i parchi presidiati, con gli adulti che li difendono da ogni frustrazione e poi non sanno contenerne la rabbia. E continuiamo ad alimentarla con rappresentazioni mediatiche che dividono il mondo in buoni e cattivi.
Quando a Milano abbiamo ragionato sul fenomeno delle cosiddette "baby gang", abbiamo scoperto che quell'etichetta descrive molto bene le paure degli adulti, e molto poco le dinamiche di gruppo tra i ragazzi. E sono pochi: in un paese in pieno inverno demografico, gli adolescenti sono una minoranza sempre più esigua. Ne abbiamo paura come se fossero un esercito. Una società che fa così pochi figli dovrebbe considerare preziosi tutti quelli che ha, nessuno escluso.
C'è una parola che in questi giorni pronunciano tutti, ragazzi compresi: sicurezza. La chiedono il governo, i commercianti, i genitori in attesa davanti alla Questura, le ronde che si organizzano contro i "maranza". Ma non tutte le richieste di sicurezza vengono ascoltate allo stesso modo.
Qualche mese fa, su queste pagine, scrivevo che dai ragazzi non ci si deve difendere. Oggi quella difesa è diventata legge. La risposta pubblica raccoglie la paura degli adulti verso i ragazzi, non la paura dei ragazzi. Alla loro richiesta di sicurezza risponde con altra insicurezza.

Lavoro da vent'anni nel penale minorile, e in questi giorni lo guardo smontare pezzo dopo pezzo con la stessa angoscia con cui si assiste alla demolizione di una casa in cui si è cresciuti, di cui si sono dipinte le pareti, che si è provato orgoglio ad abitare e con entusiasmo a raccontare. Il nostro sistema di giustizia minorile è nato su un'idea semplice e rivoluzionaria: un reato commesso a quattordici, quindici, sedici anni è un episodio dentro una storia ancora aperta, non il suo epilogo. Per questo il giudice doveva verificare, caso per caso, se quel ragazzo fosse davvero in grado di comprendere ciò che aveva fatto. E per questo esiste la messa alla prova: uno spazio in cui l'errore può diventare responsabilità, invece che destino.
Il lavoro che faccio non è indulgenza. È il contrario: è un lavoro di assunzione di responsabilità. Ci mettiamo in ascolto delle ragioni affettive profonde di un gesto non per assolverlo, ma perché il ragazzo possa riprendere in un altro modo un percorso di crescita che si è bloccato. Comprendere non significa giustificare: punire e basta non serve, ma capire e basta non è sufficiente. La messa alla prova non è un condono: è una terapia della responsabilità. Perché c'è sempre la possibilità di scegliere, e nessuno è vittima delle circostanze, nemmeno quando sono tanto avverse. Ma quella scelta matura solo dentro un patto, in cui il mondo adulto è autorevolezza, assunzione di responsabilità, impegno. Un mondo adulto che chiede ai ragazzi ciò che è disposto a dare.
Il decreto approvato martedì dal Consiglio dei ministri rovescia questa logica. Dai quattordici anni la capacità di intendere e di volere si presume, salvo prova contraria: non è più lo Stato a doverla accertare, è il ragazzo a dover dimostrare di non averla.
Nello stesso decreto, i genitori vengono sanzionati quando il figlio partecipa a determinati reati, a meno che non provino di non aver potuto impedirlo. Alla madre che non c'era a portare le scarpe di riserva lo Stato non offre sostegno: offre una multa. È l'esatto contrario di quel patto: un mondo adulto che chiede senza dare, e che al ragazzo presume la colpa.
Tutto questo va contro ciò che sappiamo dello sviluppo. Il cervello adolescente è un cervello in costruzione, che continua a maturare oltre i vent'anni, soprattutto nelle aree che regolano l'impulso, la valutazione del rischio, la capacità di fermarsi. È plastico, cioè si lascia plasmare da ciò che incontra. È proprio questa plasticità a rendere così efficaci gli interventi educativi, e così dannosi quelli soltanto punitivi: un ragazzo diventa anche ciò che gli adulti gli rimandano di essere.
I decreti sulla sicurezza pubblica degli ultimi anni stanno erodendo la cultura del penale minorile, impedendo di accedere alla messa alla prova per alcune fattispecie di reato, estendendo le misure di prevenzione, aumentando le soglie di pena per la custodia cautelare, ampliando i casi di arresto in flagranza, inasprendo le pene. Con il decreto del 20 ottobre c'è una presunzione di imputabilità dai quattordici anni. Viene da chiedersi quale sarà la prossima soglia, e quanto manchi al giorno in cui, contro ogni evidenza, arriveremo a trattare da colpevoli dei bambini, abbassando l'età imputabile.
Una società ha bisogno di scarpe di riserva quanto un bambino in un giorno di pioggia. Sono gli adulti presenti, la scuola che ha gli strumenti per gestire la complessità, la comunità che si attiva perché i ragazzi siano figli di tutti, una giustizia che sa distinguere un ragazzo dal suo errore. Sono le seconde possibilità. Non sono un regalo né uno sconto: sono un patto, in cui gli adulti si impegnano per primi. E il primo impegno è quello che chiediamo spesso ai ragazzi e molto meno a noi stessi: mettersi nei panni dell'altro, che in inglese – che ironia – si dice "camminare nelle scarpe dell'altro". Anche quando sono fradice. Anche quando provengono da una vetrina infranta.
Non so dire se mio figlio, da adolescente, rischierà di più di essere la vittima o l'autore di un reato. Spero di non dover mai andare a prenderlo in ospedale, e nemmeno in Questura. So però che sbaglierei se pensassi che il mio compito sia difenderlo dai maranza, come se i maranza fossero sempre gli altri. Vorrei che potesse godersi la sua città con una certa spensieratezza; e vorrei che, se gli capitasse di sbagliare, incontrasse adulti autorevoli, capaci di ascoltarlo e di trattarlo per ciò che è: un adolescente con tutta la vita davanti. Per avere l'una e l'altra cosa avrà bisogno di molte scarpe di riserva. E non dovrebbero dipendere solo da me.
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