Da Empoli, Le fondateur e i dominatori del presente
Giorgio Boatti
Se fra qualche decennio qualcuno volesse raccontare questi nostri anni, e i dominatori che li attraversano, con l’ambizione con cui Alex Butterworth, nel Mondo che non fu mai, ha ricostruito gli scenari e i conflitti che accompagnarono il passaggio dall’Ottocento al distruttivo Novecento, nelle sue fonti non potrebbe mancare Le Fondateur, il recente romanzo di Giuliano da Empoli pubblicato da Gallimard e che uscirà in traduzione italiana da Einaudi.
Le Fondateur è un libro che da Empoli, già autore di Il Mago del Cremlino, cuce come un sapiente abito da sartoria attorno al personaggio di Alexander Zimmer. Ovvero la maschera narrativa dietro la quale entra in scena Peter Thiel, il fondatore di Palantir, la tecno-impresa – nel testo diventa Panoptik – che ormai controlla mezza umanità e ha in appalto sotto ogni cielo tutto gli steps della kill chain che pare possa sostituire presto quell'antica cosa che sono le guerre.
L'incipit veneziano vede l'autore, quale ex-spin doctor di premier e saggista impostosi come una star sulla ribalta intellettuale parigina, incontrare, durante un elitario forum all'isola di San Giorgio, Zimmer/Thiel. Quasi svagatamente, eccolo accettare la proposta di entrare nel ristretto team dei suoi consulenti di fiducia. Addirittura vice-president per le relazioni istituzionali sullo scacchiere europeo. Così, con la grazia di un rondò vivaldiano, passa da osservatore distaccato delle dinamiche con cui si muovono i padroni del mondo (il premier con cui aveva collaborato non era riuscito ad essere ammesso tra questi) a testimone cooptato nella riservatissima fucina di uno degli uomini che intendono servirsi del potere tecnologico di cui dispongono per dare al futuro una forma nuova. Possibilmente definitiva. E aderente alla propria volontà.
Il libro di Butterworth, uscito da Einaudi nel 2011, reca un sottotitolo che è già un programma narrativo: Una storia vera di sognatori, cospiratori, anarchici e agenti segreti. Dalla Comune di Parigi alla prima guerra mondiale, attraverso biografie, esili, incontri, attentati e infiltrazioni poliziesche, ricostruisce un’epoca nella quale il futuro sembrava ancora contendibile. Lo si immaginava, lo si preparava, si pretendeva di affrettarne l’avvento. Si moriva e si uccideva per sottrarlo agli avversari. Anche pensatori e scrittori – come è nel nostro tempo Giuliano da Empoli – partecipavano a quella contesa, supportando o stroncando le figure che volevano imprimere un deciso voltar di pagine al mondo esistente.
Un futuro storico dei nostri anni si troverebbe, però, davanti a un rovesciamento. L’ambizione di rifondare l’esistenza dell'intera umanità non è scomparsa: dispone di capitali, infrastrutture, capacità di penetrazione che i rivoluzionari di Butterworth non avrebbero saputo concepire. A coltivarla sono uomini già potentissimi. Il loro problema non è prendere il Palazzo d’Inverno, ma rendere secondario ciò che vi si decide. Non attendono che una rivoluzione consegni loro gli strumenti per cambiare il mondo: possiedono gli strumenti e stanno cercando il mondo adeguato a essi.
Da Empoli meriterebbe un posto in quella ricostruzione per aver provato a raccontare questi uomini mentre il loro progetto è ancora in corso. L’autore del Mago del Cremlino prosegue in Le Fondateur quell’indagine sulle forme del comando che attraversa tutta la sua riflessione. Lo interessa soprattutto il punto nel quale un’idea del potere diventa figura e comportamento, tono di voce e postura; il momento in cui una visione astratta acquista una biografia e comincia a disporre delle biografie altrui.
È soprattutto la strategia adottata per avvicinarsi a questo punto cruciale a rendere interessante Le Fondateur.
Da Empoli costruisce un arcipelago di ambienti, conversazioni, ritratti e ricordi. Fra queste isole distribuisce riflessioni che acquistano forza progressivamente, attraverso i loro rimandi. Il lettore incontra una frase, la deposita nella memoria, ne comprende più tardi la portata. Una confidenza trova il proprio compimento nell’architettura di un bunker, nell'asimmetrica geometria sentimentale che tiene in sospeso un legame. Una battuta sul successo commerciale anticipa un programma di appropriazione dell’esperienza umana. Il progetto complessivo, un disegno di dominio totale sul futuro, quello di Zimmer/Thiel, si ricompone per avvicinamenti.
Si potrebbe essere tentati di chiamare tutto questo un saggio nascosto dentro un romanzo. La definizione coglierebbe qualcosa, ma perderebbe il lavoro compiuto per trasformare le intuizioni in incontri e gli incontri in conoscenza. Le pagine di riflessione costituiscono l’ossatura del libro; la narrazione permette di sentirne il peso. Da Empoli sa che una dichiarazione di dominio, pronunciata dall’uomo che abbiamo appena visto muoversi fra ospiti e servitori, produce un effetto diverso dalla medesima dichiarazione isolata in un’analisi politica. Prima di chiederci di giudicare il fondatore, ci porta abbastanza vicino da ascoltarlo.
Alexander Zimmer, creatore di Panoptik, appartiene come si è detto alla famiglia dei fondatori tecnologici. E il lettore viene indirizzato ostentatamente sulle piste di Peter Thiel e a Palantir. Il riconoscimento, tuttavia, non autorizza a trattare il personaggio come l'ospite di una biografia cifrata da decodificare particolare per particolare. La libertà del romanzo consiste anche nello spostare le origini, combinare le suggestioni, inventare le circostanze necessarie a rendere leggibile una figura. Il percorso che da Empoli costruisce per Zimmer passa da Marbella. Ed è una scelta che porta con sé una precisa interpretazione del potere.
Marbella, enclave dorata dove i vinti incontrano i vincitori
La Marbella evocata nel libro è il luogo dove i vinti della storia possono trovare un accomodamento, purché dispongano dei mezzi per pagarselo. In quella enclave dorata della Spagna franchista approdano, dopo il '45, ricchezze, privilegi, esistenze che hanno bisogno di sottrarsi alle conseguenze del passato. Ai vinti si mescolano i vincitori. Le appartenenze che hanno diviso il continente perdono rigidità davanti alla solidarietà del denaro e all’ospitalità degli ambienti giusti. Il dopoguerra si prolunga, cambia abiti, diventa stagione mondana. Negli anni del trionfo di Adnan Khashoggi, fra panfili e ricevimenti, il potere sa ancora organizzare spettacoli dei quali desidera essere protagonista.
Da Empoli descrive con cura gli spazi e le liturgie di questa società: giardini, interni, vestiti, tavole, seduzioni, la cura paziente e quotidiana che rende possibile la naturalezza apparente del privilegio. Le figure femminili, le relazioni e le genealogie inventate danno al fondatore un passato che eccede la sua funzione di portatore di tesi. È un mondo arredato con minuzia, e talvolta si può avvertire il rischio che la bravura dell’arredatore trattenga troppo a lungo lo sguardo. Ma quei dettagli preparano un contrasto essenziale. Zimmer proviene sì' da una società che esibisce la propria eccezione ma si prepara a costruirne una capace di amministrare la vita di tutti gli altri.
La mondanità è già una tecnica del potere. Distribuisce accessi, seleziona interlocutori, rende familiari persone che fuori da quei recinti apparirebbero inconciliabili. Nei ricevimenti si impara che cosa possa essere detto e che cosa debba restare implicito. Si comprende quanto contino la disponibilità dei corpi, l’attenzione degli ospiti, la deferenza del personale. Zimmer conosce questo linguaggio e sa utilizzarlo. Eppure avverte in esso qualcosa di dispersivo: troppo tempo dedicato al piacere, troppi passaggi affidati alla seduzione. L’efficienza alla quale aspira richiede un ambiente diverso.
Prima di mostrarcelo, il romanzo mette a fuoco il rapporto di Zimmer con la conoscenza. Appena oltre il decollo, a pagina 52 o giù di lì, il narratore osserva che questa interessa al fondatore soprattutto come combustibile per alimentare la propria vita e le proprie attività. È un’immagine precisa. Un combustibile vale per l’energia che sprigiona, per il movimento che rende possibile. La conoscenza viene misurata sulla sua capacità di produrre effetti. L’esitazione, la contemplazione, la scoperta di un limite rischiano di apparire residui di un uso poco produttivo dell’intelligenza.
Il narratore avverte inoltre, nell’uomo che lo ha cooptato, la presenza inquietante di un possibile doppio: qualcuno che avrebbe saputo trovare la via dell’azione dove l’intellettuale rimane impigliato nella riflessione. Qui il romanzo si sottrae alla comodità della denuncia pronunciata a distanza. La potenza attrae anche chi ne riconosce il pericolo. Promette di risolvere l’umiliazione dell’inefficacia, di convertire un pensiero in un fatto senza attraversare l’estenuante negoziazione con il mondo. Da Empoli lascia affiorare questa attrazione. Il suo narratore deve fare i conti con essa, e il lettore insieme a lui.

Il monopolio della condizione umana
Il passaggio successivo riguarda la scala dell’impresa. Nelle pagine sul monopolio, Zimmer porta il discorso oltre il consueto lessico della concentrazione economica. Google possiede la curiosità, Amazon e Microsoft la memoria, Facebook l’amicizia, Twitter l’indignazione, Tinder gli incontri sessuali. L’elenco ha l’efficacia di una semplificazione deliberata: a ciascuna azienda viene associata una facoltà, un bisogno, una forma del legame umano. Il mercato sul quale si esercita il dominio coincide così con ciò che facciamo per conoscere, ricordare, desiderare e riconoscerci.
«Il monopolio della condizione umana»: la formula elaborata dal fondatore raccoglie il programma. Non va letta come una descrizione statistica da accettare in ogni suo elemento, ma come la dichiarazione di un’ambizione. Il fondatore pensa le proprie infrastrutture come elementi costitutivi della realtà. Il servizio offerto deve diventare il luogo nel quale un’attività umana si svolge, poi il passaggio dal quale non può prescindere. A quel punto uscire dall’impresa significa rischiare di uscire da una parte della vita comune.
Anche la parola “fondatore” cambia significato. Non indica più soltanto chi ha creato una società commerciale. Rivendica la facoltà di stabilire le condizioni di un mondo. La differenza investe il rapporto con la politica: un imprenditore può chiedere norme favorevoli, contrattare con un governo, contrastare una regolamentazione. Chi si considera fondatore di una realtà nuova tende a pensare che le istituzioni esistenti siano provvisorie, in ritardo, destinate ad adeguarsi. Gli altri abitano ciò che lui costruisce. La loro adesione viene presupposta dalla progressiva impossibilità di farne a meno.
Questo progetto ha bisogno di un particolare regime dello sguardo. Gli abitanti del mondo nuovo devono essere leggibili: comportamenti, relazioni, inclinazioni, vulnerabilità. Chi li legge, invece, deve poter conservare la propria opacità. Le scene dedicate a Youssef, il professionista israeliano responsabile della sicurezza interna di Panoptik, trasferiscono il problema sul terreno quotidiano. L’aspetto fisico, la rassicurazione che il personaggio suscita nel narratore introducono una competenza esercitata senza enfasi. La sicurezza è una professione che conosce la fragilità delle promesse offerte agli altri.
Al narratore appena introdotto nei sancta sanctorum di Panoptik Youssef spiega che anche lì dentro nessuna comunicazione è completamente sicura. I canali protetti restringono il numero di coloro che possono ascoltare, ma non eliminano l’ascolto. Possono anzi indurre un’imprudenza supplementare, perché generano fiducia. La conclusione è asciutta: «L’unico modo per non essere ascoltati è tacere». Dentro un universo che sollecita ogni persona a esprimersi, comunicare, lasciare tracce, il silenzio si presenta come un sapere riservato a chi comprende il funzionamento del dispositivo.
La battuta illumina il rapporto fra trasparenza e privilegio. Il fondatore conosce il valore di ciò che non viene registrato. Sa che una vita interamente accessibile è anche una vita esposta all’intervento. Per questo l’invisibilità del potere non rappresenta un dettaglio difensivo: appartiene alla sua costituzione. Panoptik vorrebbe vedere senza essere vista, sottraendo il proprio centro alla reciprocità dello sguardo. Il richiamo al progetto di Bentham dà un nome a questa asimmetria, ma nel romanzo la sua estensione supera ogni edificio: riguarda l’ambiente nel quale l’esistenza si svolge.
Tuttavia un’azienda che dilata continuamente la propria presenza non può restare sempre nascosta. Le conseguenze delle sue attività affiorano, suscitano accuse, producono scandalo. A quota pag. 133 si viene introdotti a uno degli snodi, sempre più taglienti, del libro. Zimmer sa ricavare un vantaggio anche dalla denuncia del proprio potere. Se i suoi avversari descrivono Panoptik come una macchina terribile, capace di minacciare le libertà pubbliche, ne certificano indirettamente l’efficacia. L’allarme può diventare pubblicità.
Il danno reputazionale che teme davvero sarebbe essere considerato incapace. L’immagine del malvagio gli lascia intatta la qualità decisiva: poter fare ciò che promette. Per chi cerca uno strumento di controllo, la condanna morale pronunciata da altri può perfino costituire una raccomandazione. Da Empoli individua qui una difficoltà che riguarda anche chi scrive di questi poteri. Raccontarne l’onnipotenza rischia di alimentarne il prestigio. La denuncia, se non distingue capacità reali, aspirazioni e autorappresentazione, può finire per collaborare alla leggenda che vorrebbe demolire. A meno che il racconto, ma qui ci si guarderà bene da ogni rischio di spoilerare, abbia sin dall'inizio un ponderato bersaglio che il lettore non pondera adeguatamente. Inciampandoci giusto proprio sul margine finale. Anzi, giusto sull'ultima mezza pagina.
Anche Le Fondateur procede verso questo margine. Zimmer possiede una compattezza, una lucidità strategica, una capacità di trasformare ostacoli in risorse che possono affascinare. La domanda critica è quanto spazio rimanga, attorno a lui, all’imprevisto e alla resistenza: quanto le altre esistenze possano sottrarsi al ruolo assegnato dal suo progetto. È una tensione interna al libro, che ne accompagna la forza. Per rendere visibile un’ambizione totalizzante bisogna darle figura; ma attribuendole una figura troppo perfetta si rischia di riconoscerle il dominio che rivendica.
Il bunker, matrice del mondo a venire
Il bunker dove a un certo punto da Empoli conduce il lettore porta questa tensione al suo punto più concreto. Il narratore vi arriva con un repertorio di immagini già disponibili: rifugi per miliardari, lusso trasferito sottoterra, piscine e giardini artificiali destinati a prolungare i consumi dei sopravvissuti. Non trova nulla di simile. Incontra uffici spogli, brande allineate, ambienti ripetuti, una disciplina degli spazi che non cerca di dissimulare il carattere militare dell’insieme. Il luogo lavora. Possiede l’energia operativa di un alveare.
Qui il contrasto con Marbella si compie. Nelle dimore in superficie il fondatore sembra quasi ospite di ambienti arredati da altri; sottoterra ogni dettaglio gli corrisponde. La privazione del superfluo non gli costa una rinuncia, gli restituisce una libertà d’azione. Può abbandonare il teatro del piacere e della seduzione, concentrarsi su ciò che considera essenziale. La descrizione architettonica diventa ritratto morale: comprendiamo Zimmer attraverso il luogo nel quale si trova finalmente a proprio agio.
È una delle prove migliori del metodo narrativo di da Empoli. La tesi non arriva dall’esterno a spiegare la scena: emerge dalla disposizione degli oggetti, dall’assenza di comodità ostentate, dall’ordine delle brande. L’ascetismo del fondatore rivela un desiderio più esigente del lusso. Altri oligarchi preparano la sopravvivenza del proprio stile di vita; Zimmer/Thiel prepara le condizioni di una fondazione. La catastrofe gli appare come un’occasione di concentrazione, un evento capace di liberare il campo dagli impedimenti che il presente oppone.
Il monaco soldato che il narratore riconosce in lui non ha bisogno di una religione dichiarata. Gli basta una volontà orientata verso l’ordine da costruire. Il bunker, scrive da Empoli, «non era un rifugio, ma la matrice di un mondo a venire». La frase modifica retroattivamente tutto ciò che abbiamo visto. La sicurezza non serviva soltanto a difendere un’esistenza minacciata. Preparava un luogo dal quale ripartire, selezionando ciò che merita di essere conservato e ciò che può essere lasciato fuori.
Le pagine sulla guerra rendono esplicito il costo di questa selezione. Emblematico l'irruzione della guerra tra la Russia e l’Ucraina: a Zimmer interessa come laboratorio. Le esistenze che vi si decidono e vi si spengono rimangono estranee alla misura del suo coinvolgimento. Il paragone con von Braun, l'ex-nazista padre della corsa missilistica, dalle V2 hitleriane su Londra alla Luna a stelle e strisce, conduce il lettore dentro la separazione fra realizzazione tecnica e sofferenza umana: il progetto trova nella guerra condizioni che ne accelerano il compimento, mentre i corpi diventano parte del materiale necessario alla prova.
Per Zimmer quel compimento consiste nella saldatura fra sorveglianza e distruzione. Individuare l’anomalia non basta più. Il processo deve raggiungere il proprio compimento, facendo coincidere il riconoscimento del bersaglio con la possibilità di eliminarlo. La kill chain viene discussa dai dipendenti di Panoptik con la familiarità professionale che altrove accompagna la catena degli approvvigionamenti o la soddisfazione della clientela. Il linguaggio dell’organizzazione assorbe la violenza e la trasforma in una sequenza da migliorare.
L’ossessione è ridurre gli intervalli. Ogni passaggio, dall’identificazione all’annientamento, deve essere più rapido, fino ad acquisire la fluidità di una sequenza di danza. È un’immagine terribile proprio per la grazia che introduce. Dove il procedimento diventa continuo, la possibilità di fermarsi appare un difetto. Ma in quell’intervallo potrebbero trovare posto una verifica, un dubbio, una responsabilità assunta da qualcuno. L’efficienza tende a consumare il tempo nel quale una decisione può ancora essere discussa.
Il romanzo spinge poi il dispositivo di controllo oltre il campo di battaglia. La sua promessa è l’adattabilità: una logica capace di identificare e colpire può assumere forme diverse secondo il contesto. Un attacco militare, un’irruzione della polizia, un controllo fiscale, il rifiuto di un prestito, l’aumento di un premio assicurativo. Gli atti non sono equivalenti, e confonderne gli esiti indebolirebbe la lettura. Il punto è la fantasia di un potere che aspira a collegare conoscenza e intervento in ogni ambiente, scegliendo di volta in volta la forma adeguata.
La metamorfosi di Panoptik, paragonata a quella di Zeus, esprime questa aspirazione a non incontrare alcuna resistenza esterna. Ogni situazione è da trattare come un problema di classificazione e ogni individuo come il destinatario potenziale di una misura. La distinzione fra guerra e pace, fra militari e civili, perde pertinenza agli occhi del fondatore. La sua macchina pretende continuità dove le istituzioni, il diritto e l’esperienza storica hanno costruito differenze. Ciò che per gli altri costituisce una garanzia può apparirgli un’inutile interruzione.
È qui che le isole disseminate nella narrazione rivelano la loro geografia comune. La conoscenza come combustibile, il monopolio delle facoltà umane, l’invisibilità di chi osserva, la reputazione del malvagio efficiente, il bunker, la guerra: ciascun elemento prepara gli altri. Da Empoli affida al lettore il lavoro di collegarli. Il romanzo funziona quando il collegamento nasce dall’esperienza delle scene e delle voci; rischia di irrigidirsi quando la perfezione del disegno sembra avere già deciso tutto. La sua qualità va cercata dentro questa tensione, fra la libertà del racconto e la pressione della diagnosi.
Il ritorno al saggio di Butterworth permette allora di misurare la distanza. Il mondo desiderato dai suoi sognatori non si realizzò, e la storia ne conserva promesse, contraddizioni, sconfitte. Quello dei fondatori nostri contemporanei pretende invece di presentarsi come un fatto in corso di esecuzione, al quale sarebbe ragionevole adattarsi. Le resistenze vengono interpretate come ritardi; i limiti come problemi tecnici; il dissenso come un’anomalia da comprendere abbastanza bene da poterla trattare.
Le Fondateur restituisce a questa pretesa un volto, una voce, delle stanze. E dà anche una risposta inequivocabile. Mostra che il futuro annunciato come inevitabile contiene scelte riconoscibili e volontà particolari.
Anche per questo Giuliano da Empoli potrebbe trovare posto nella galleria immaginata all’inizio: fra coloro che hanno cercato di raccontare un progetto di dominio prima che diventasse l’ambiente naturale dei suoi abitanti. Il bunker resta l’immagine conclusiva di quella possibilità. Qualcuno vi prepara un mondo a venire. Chi deciderà se vogliamo abitarlo? Qualcuno, forse, potrà fermarlo? E come?
Paolo Perulli
Cosa ci fa un inquietante imprenditore-mago come Peter Thiel a Marbella, la località turistica e immobiliare della costa spagnola, nel nuovo romanzo di Giuliano da Empoli, Le fondateur, appena uscito da Gallimard? L’autore di Il Mago del Cremlino ha scelto un nuovo potente, Thiel appunto, da mettere al centro della narrazione. Ma gli dà un altro nome, Alexander Zimmer, e lo trasferisce in un’altra località, Marbella appunto. Scelta singolare: estrarlo dal proprio ambiente così unico, la Silicon Valley di cui Thiel è il nuovo indiscusso mâitre à penser, è come trasferire Putin fuori Mosca, in un non luogo turistico affaristico, a gestire la Russia. Perché da Empoli abbia fatto questa scelta resta ovviamente nelle sue libertà narrative. Il risultato è volutamente straniante.
Il racconto inizia come nel Mago: un consulente – G., trasparente richiamo all’autore stesso – che stanco della politica italiana di cui si è a lungo occupato, resta affascinato dalla comparsa di un personaggio carismatico e spiazzante, Zimmer. L’imprenditore mette subito in luce le sue idee nel convegno veneziano cui partecipa: mostra che i grandi atti dell’umanità, come la creazione di Venezia, sono frutto dell’arrivo dei barbari. Solo che ora Attila ha i tratti di Donald Trump. Ne potranno derivare opportunità immense.
G., assunto da Zimmer per curarne le relazioni esterne, si trasferisce a Marbella. Qui ha sede l’impresa di cui Zimmer è il fondatore: Panoptix, richiamo al panopticon di Bentham, l’architettura-carcere che dal centro vede e controlla tutti i prigionieri senza esserne da essi percepita. Nella realtà Panoptik è Palantir, l’impresa fondata da Thiel nel 2003 a Palo Alto, California, che è oggi – con sede a Miami – l’impresa di punta della sorveglianza tecnologica civile e militare americana. Ma a Marbella, osserva Zimmer, i suoi ingegneri fanno la pausa pranzo in spiaggia e anziché credersi al centro del mondo come nella Silicon Valley o a New York, “capiscono che il centro non esiste più”. Tesi singolare, contraddetta dalla stessa natura centralizzata del panopticon. La microfisica del potere di Zimmer, comunque sia, si irradia da lì a tutto il mondo. Prima, negli anni del Covid, viaggiando da paese a paese a mostrare ai governanti che la pandemia si sconfigge con i dati e con il controllo della popolazione. Poi, con le guerre verso i nemici esterni e interni dell’America. Zimmer, nella sala di comando a Marbella, riceve le immagini di tutto il mondo e delle sue convulsioni: adesso i giovani manifestano davanti alla sede americana di Panoptik, come un tempo facevano con il G8 di Genova e con Occupy Wall Street a New York. Zimmer se ne compiace: questi giovani non protestano davanti ad altre imprese, o all’ICE o ai controlli delle frontiere, e hanno ragione, “sanno che siamo noi il cuore del dispositivo”. Altra singolare affermazione, che è l’opposto del “silenzio” e del “segreto” in cui opera Palantir.
Panoptik e l’ICE sono nati del resto nello stesso momento: sono le necessarie risposte agli attentati dell’11 settembre 2001. Qui da Empoli coglie bene il pensiero di Thiel, che attribuisce a quel drammatico spartiacque il pieno rovesciamento dell’epoca liberaldemocratica e l’inizio di una nuova fase apocalittica. Come funziona Panoptik/Palantir? Attraverso la raccolta di big data, dati di ogni fonte, e il loro incrocio che permette di seguire persone, veicoli, organizzazioni, scuole, residenze…, di individuare il nemico e di neutralizzarlo, se necessario ucciderlo. Sono parole di Alex Karp, CEO di Palantir, il cui sosia non compare nel plot narrativo che da Empoli ha elaborato. Forse perché tutto il potere deve restare in capo a Zimmer, a lui solo? Alcune incongruenze lo confermano. Nella realtà, i dirigenti di Palantir e delle altre imprese californiane spiegano che Peter Thiel non ha ruoli operativi, è il “grande pensatore” che dà le idee e le visioni strategiche. Invece qui nel romanzo, Zimmer è operativo eccome: dirige le riunioni nella sala-bunker di Panoptik, passa le notti davanti agli schermi che elaborano le immagini degli attacchi in Ucraina… Anche la natura di Panoptik è in parte incongrua con quella di Palantir: nel romanzo i flussi informativi dei clienti sono assorbiti fino a confondersi con Panoptik, che diventa un mister Hyde che prende il controllo dei soggetti che si rivolgono al dottor Jekill. Invece nella realtà, Palantir si guarda bene dall’entrare nei “mezzi di produzione” dei suoi clienti, siano essi il Pentagono o l’esercito israeliano a Gaza. Lascia a questi il lavoro sporco. Lo scrive Alex Karp nella lettera agli azionisti di Palantir: questa non si sostituisce ai clienti ma offre loro la piattaforma di artificial intelligence su cui essi opereranno per definire gli obiettivi e colpirli. Nel romanzo i dialoghi tra G. e Zimmer fanno emergere comunque la visione e il pensiero di Zimmer/Thiel: la necessità di scoprire l’architettura segreta delle cose, che non può essere lasciata alla CIA o all’esercito, ma assunta da imprese con Panoptik/Palantir. Meno mi pare presente, forse non si poteva nel romanzo, la radice di questa visione: il pensiero di René Girard, maestro di Thiel a Stanford, sul desiderio mimetico e il capo espiatorio, sulla violenza e il sacro, su Satana come principio di ogni regno. Temi filosofici e teologici che risuonano nel richiamo di Thiel all’Apocalisse, in fondo incompreso dai commenti giornalistici che ne hanno accompagnato le imprese. Si è preferito sanzionare l’anima nera della Silicon Valley, senza capire che l’intero sistema di AI della Silicon Valley ha subìto questa stessa torsione apocalittica. Panoptik non è come il centro vuoto di Tokyo di cui scriveva Roland Barthes, che da Empoli cita, abitato da un imperatore di cui non si conosce il volto. Palantir è invece, come Starlink, come Open AI, come Amazon etc., il potere tecnico che muove il mondo, e lo vuole fare fino alla fine del mondo. “Portando Clausewitz all’estremo”, come recita l’ultimo libro di René Girard del 2007: escalation agli estremi, reciprocità distruttiva, minaccia di distruzione globale. Temi che Thiel riprende a suo modo, e che qui Zimmer ben rappresenta: l’AI che permetterà a tutti di cercare ed elaborare, beninteso in nome del progresso, virus e batteri in grado di colpire l’umanità. Un’apocalisse che si democratizza, nelle parole ironiche di Zimmer. Panoptik come risposta a “crisi senza precedenti la cui uscita porta dritto alla fine dei tempi”. In realtà, non c’è nulla qui di democratico. Siamo di fronte invece al suo opposto: le nuove enclosures simili a quella del primo capitalismo inglese racchiudono lo spazio virtuale del web, inizialmente pensato come libero e aperto a tutti, a vantaggio di pochi. Predatori, come scrive in altro libro Giuliano da Empoli? È il nuovo diritto privato, relazionale e regolatorio, che si compie. Chi elabora algoritmi e big data maneggia beni invisibili, ma appropriabili. Nessun potere, nessun Nomos è stato finora in grado di regolarli. E nel singolare parallelo con le settecentesche enclosures studiate da Marx e da Polanyi, che fine faranno quelli che sono ‘cacciati ‘ dal web? Apparterranno alla ‘nuova plebe’ del mondo digitale?
Il romanzo intreccia sapientemente fiction e realtà. Marbella, questo non luogo per ricchi e potenti decaduti, prima arabi poi russi, argentini etc., è la capsula – isolata dal mondo ma ad esso connessa – in cui Zimmer apprende che il desiderio e l’odio sono le forze nascoste che guidano il mondo. Ma c’è anche, variabile incontrollata, l’amore. Zimmer ama Gaia, che abita a Marbella con la madre Virginia in una enclave isolata e pacifica, ai margini della tumultuosa vita mondana del luogo. La Magdalena è il piccolo delizioso villaggio in cui vivono, e in cui G. viene ospitato dalle due donne divenendone amico. Gaia rappresenta l’utopia: studia la piccola comunità svizzera di Monte Verità in cui all’inizio del ‘900 si ritrovano artisti, filosofi e psicologi, i primi ecologisti e i primi nudisti salutisti d’Europa, ai bordi della Prima guerra mondiale e delle catastrofi della modernità. Gaia ne parla a G., che ne è conquistato, con gli occhi che le brillano, è quello il suo ideale. Impensabile che ella possa corrispondere all’amore di Zimmer, un uomo – osserva G. – incapace di sedere su una panchina con una donna… Alla fine, Gaia si sottrarrà al fidanzamento con Zimmer scomparendo, come Albertine nel romanzo proustiano. L’amore è la variabile indipendente nel romanzo di da Empoli, la sua sorprendente chiave segreta. Gaia la fuggitiva, come Albertine, sarà cercata da Zimmer ma con gli strumenti della gigantesca macchina di Panoptik: e questo innescherà allora il finale a sorpresa, che lascio intatto al lettore di Le fondateur.
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