Slavenka Drakulić, ologrammi della sopravvivenza
Giornalista, femminista, scrittrice e saggista, Slavenka Drakulić – nata a Fiume nel 1949, morta la mattina di sabato 20 giugno a Sovinjak, un villaggetto istriano a trenta minuti da Trieste – ha attraversato epoche storiche, ha scavalcato frontiere, ha fatto conoscere a lettori di mezzo mondo un paese ex come la Jugoslavia, a metà strada fra ovest ed est. Non aveva trent’anni quando si è ammalata: anni di dialisi, due trapianti di rene, una serie di operazioni infinita, un andirivieni tra ospedali che, negli ultimi due anni, si era fatto sempre più drammatico. In scambio continuo con medici e ricercatori era diventata una grande diagnostica: se si aveva un problema di salute, si chiamava Slavenka. Che, refrattaria a qualsivoglia investigazione psicologica, aveva deciso di vivere senza mai separarsi dal block notes sul quale scrivere, mentre attingeva più volte al giorno al suo grande portapillole.
Laureata in sociologia a Zagabria, ha insegnato per molti anni. Dal 1976 ha iniziato a collaborare a settimanali e riviste, negli anni Ottanta, culturalmente vivacissimi, a Belgrado-Sarajevo-Zagabria è tra le giornaliste più quotate. Nei suoi articoli affronta tematiche ancora inconsuete, parla di educazione sessuale, di contraccezione, della violenza fisica e verbale nei confronti delle donne. Con la filosofa Rada Iveković e la sociologa Lydia Sklevicky fonda il primo gruppo femminista. La raccolta dei suoi interventi, che esce con il titolo I peccati mortali del femminismo (1984, 2020), considerata una provocazione in un milieu ancora socialisticamente maschilista, le attira insulti e attacchi. Nella postfazione dice di sé: “Tutto nella vita mi è andato storto, mai come avrei desiderato… Intendo dire che mi sono successe così tante cose contro la mia volontà. Un solo desiderio si è realizzato: scrivere. (…) Ma un certo tipo di curiosità (e forse di testardaggine) mi costringe continuamente a reagire, a contrappormi, anche a litigare. Non posso stare zitta, nemmeno quando per me sarebbe meglio. Credo che tacere e accettare il silenzio siano le forme peggiori di repressione”.
È la coscienza della morte, come racconta in una lunga intervista a Marija Ott Franolić, redattrice e studiosa che negli ultimi anni ha curato il suo archivio – vedi il sito slavenkadrakulic.com –, che muta la sua postura esistenziale. Il suo primo testo narrativo, Ologrammi della paura (1987), è il racconto del prima e del dopo: delle ore passate, tre volte alla settimana, a veder scorrere il sangue da ripulire, al risveglio dopo il trapianto – a quei tempi un azzardo. Dai ricordi d’infanzia, un padre severo e comunista, a un indelebile senso di colpa che la unisce visceralmente alla madre e alla figlia, a un ritorno alla salute che avviene in circostanze eccezionali. Grazie all’aiuto degli amici, era su una lista d’attesa americana. L’intervento avverrà a Boston, la sera prima si trova a New York, a una serata di gala. E proprio mentre le viene incontro Warren Beatty, scriverà autoironicamente, gli altoparlanti la invitano ad affrettarsi all’uscita.
“La malattia mi ha messo in contatto con il dolore, sono stata costretta a gestirla e a pensare come esprimerla. Perché il dolore schiva la lingua, lei ci sfugge, è difficile dire il dolore, perché ti riduce alla condizione primaria preverbale. Per questo il corpo è diventato uno dei miei principali argomenti, in particolare il corpo delle donne”.
Il suo ultimo libro, Le cose di cui non parliamo (trad. di Elvira Mujčić, Bottega Errante, 2026), che segue di poco La donna invisibile (trad. di Elvira Mujčić, Bottega Errante, 2022), è una fenomenologia della vulnerabilità umana, esaltata dalla condizione della vecchiaia. Il suo sguardo è sempre più disincantato, ai limiti della sgradevolezza, sulle grandi e piccole mutazioni corporee, su sorprendenti stati mentali, su incontri non più tanto fatali. Intanto la lingua, tagliente eppure empatica, si fa sempre più sobria, si adatta all’essenziale.
“Che argomento stupido, in realtà non so nemmeno come siamo finiti a parlare di questo, forse per via della nostra età – tutti e quattro siamo in pensione da tempo – oppure perché la conversazione girava attorno alla malattia, il che, bisogna ammetterlo, è un tantino sgradevole mentre mangi con appetito e bevi del buon vino; per certi versi si può dire che non è opportuno, ti si ferma il boccone in gola, mentre il vino diventa troppo acido.
D’altronde si tratta di cose di cui non parliamo. Nemmeno con gli amici. Morte, malattia, disgrazia, dolore, perdita, tradimento, umiliazione, fallimento, vergogna, insuccesso… e poi, soprattutto, l’eredità. Non se ne parla”. Che ne sarà dei nostri libri, leitmotiv di una generazione cresciuta con la carta stampata, che fare degli abiti della madre deceduta, è ancora conveniente comprare nuova biancheria intima, scegliere un profumo, fantasticare di un incontro sessuale. Quesiti che fanno da contrappunto a una quotidianità che rimane determinata e vitalissima. A maggio era stata ospite, in dialogo con Melania Mazzucco, al Salone del libro – in Italia veniva sempre volentieri, a sedici anni era scappata di casa, si era rifugiata da una zia napoletana e aveva imparato la lingua.

Il successo internazionale arriva con Balkan Express (il Saggiatore, 1993), in patria circola come samizdat, “fuori” diventa un libro di culto per chi cerca di capire come la guerra penetra in una quotidianità metropolitana e che cosa significa ritrovarsi “inchiodata a una nazionalità”. Sono storie brevi dove non troviamo gesti eroici, vittorie e sconfitte, generali e capi nazionali, ma la trama del vissuto. Un paio di scarpe con i tacchi a spillo regalate a un’amica profuga, l’odore del cavolo in una casa impoverita, L’altra faccia della guerra è quella che si vede e sperimenta dal basso, quella che i razzi non scorgono, i radar non identificano. È anche in gran parte quella delle donne. Che con la guerra fanno i conti nei rifugi-cantine, negli obitori, negli scambi laceranti con i figli mobilitati. Criticata per il suo “scarso patriottismo”, osteggiata dal governo nazionalista di Franjo Tuđman, finisce, insieme ad altre quattro significative figure intellettuali, su una lista di proscrizione che, nel dicembre 1992, le accusa di essere Le streghe di Rio. Per qualche anno sarà in viaggio tra Lubiana e Berlino, Vienna, Stoccolma – il terzo marito è lo scrittore svedese Richard Swartz –, e Sovinjak.
La forma di Balkan express – poche pagine che ispirano riflessioni socio-politiche a partire da un dettaglio della quotidianità – diventa il genere letterario per affrontare i macro temi: dal comunismo e le fasi della sua transizione (Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere, il Saggiatore, 1994, Caffè Europa, il Saggiatore, 1997, La gatta di Varsavia. Favole sul comunismo raccontate da animali domestici, selvatici ed esotici, Dalai, 2010) alla guerra. Il suo editore croato, Fraktura, ha ristampato da poco Non avrebbero fatto male nemmeno a una mosca, reportage nato dall’ascolto delle udienze ai criminali di guerra al tribunale dell’Aia, e la raccolta di articoli e interventi La guerra è dappertutto. Testi saggistici, quasi sempre scritti in inglese, narrativamente leggeri, che vengono spesso letti come manuali di sopravvivenza da chi si trova in una situazione analoga. Dopo l’invasione russa del 2022, era stata invitata più volte a Kiev.

Intratteneva uno scambio coinvolgente con scrittrici perseguitate e imprigionate, dopo la traduzione in farsi della sua trilogia al femminile le hanno scritto molte donne iraniane. Frida Kahlo, Dora Maar e Mileva Einstein le sono state compagne per anni. Ha esplorato le loro vite pubbliche e private, si è impossessata di ogni traccia – diari, lettere, quadri, fotografie, referti medici – che hanno lasciato. Poi le ha reinventate per cercare di spiegare a sé stessa e al lettore la loro follia, la loro malattia, la loro sottomissione al principio maschile di autorità: a scapito della loro enorme e oggi evidente creatività – Il letto di Frida (trad. di Elvira Mujčić, Elliot 2014); Dora e il Minotauro. La mia vita con Picasso (trad. di Estera Miočić, Bottega Errante, 2012); Mileva Einstein. Teoria del dolore (trad. di Estera Miočić, Bottega Errante, 2019).
Tra pochi giorni uscirà Perché non ho imparato a cucinare (Fraktura), un libro illustrato dove il racconto dei tanti rituali legati al cibo è accompagnato dalle immagini dei messaggi educativi rivolti alle donne ricamati su strofinacci da cucina che, in diverse regioni esteuropee, era tradizione attaccare alle pareti della cucina.
Aveva in mente altri due libri, uno istriano e uno parigino. Non voleva smettere di ricordarci “che noi traduciamo tutti i nostri pensieri, sensazioni e vissuti, dunque tutta la nostra vita, nella lingua, perché solo così possiamo dare al nostro soggiorno terreno, contemporaneamente, un corpo mortale e l’eternità”.
In copertina, Slavenka Drakulić, foto di Iva Perković.