Il nostos africano di Ta-Nehisi Coates

3 Agosto 2026

Inizia a Dakar il viaggio di Ta-Nehisi Coates, per poi proseguire nella Carolina del Sud, fino a terminare in Cisgiordania, in Palestina. Ogni luogo descritto è un punto di partenza per riflettere su temi come la supremazia bianca, il colonialismo e cosa significhi essere uno scrittore nero oggi. Se in Tra me e il mondo (Codice, 2015) lo scrittore afroamericano si rivolgeva al figlio, qui è ai suoi studenti che vuole parlare, invitandoli a non essere passivi ed esortandoli a considerare la scrittura come un potente strumento di cambiamento.

In principio l’Africa, il Senegal lo spiazzano: è la sua prima volta che mette i piedi in quel continente e si trova ad essere in bilico tra lo stupore, la meraviglia e il senso di connessione con una terra, che non conosce, ma a cui appartiene culturalmente, da cui provengono le sue origini. Come accade a molti afroamericani, il viaggio in Africa può contribuire a rafforzare il suo senso di identità, riconnettendolo, anche se simbolicamente, con una patria ancestrale. Per Coates, questo viaggio conduce a riflettere su un messaggio più ampio: in quanto persone di colore, tanto più se scrittori, abbiamo il dovere di onorare il nostro passato e il nostro patrimonio.

Ma la riflessione sull’Africa e sul suo passato non può non portare a riflettere sul colonialismo e sulla conseguente occidentalizzazione di queste terre. Curiosamente però, Coates vede in questo fenomeno un rafforzamento di una forma di solidarietà globale tra coloro che lottano contro la supremazia bianca, una lotta comune che unisce le comunità di colore di tutto il mondo che affrontano sfide simili nonostante la separazione geografica.

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Dal Senegal, l’autore si sposta nella Carolina del Sud, dove incontra Mary Wood, un’insegnante di letteratura, che si batte per mantenere nel suo programma di studio il libro dell’autore stesso Tra me il mondo, che in quello Stato rischia di essere censurato. In un Paese, gli Stati Uniti, in cui il suprematismo bianco si sta sempre più rafforzando, grazie alla retorica e alla politica trumpiana, il gesto della Wood diventa ancora più significativo, una sorta di trincea a difesa della libertà di pensiero. Coates utilizza questo caso per evidenziare il potere della storia e della letteratura nel plasmare le giovani menti, nonché la paura che questo potere incute in coloro che desiderano sopprimerlo. Più volte sottolinea il potere della penna nel contrastare le ingiustizie.

Coates connette così la memoria dei torti subiti dalla popolazione nera negli USA al colonialismo in Africa, suggerendo quanto sia importante onorare il patrimonio afroamericano e proteggere le storie afroamericane dall'oblio. Viene sempre più a galla il filo rosso che percorre l’intero libro, quello dell’oppressione, del colonialismo, qualsiasi forma esso assuma. Non a caso, infatti, la terza parte del racconto conduce in Cisgiordania, dalla cui esperienza l’autore trare molti parallelismi tra il trattamento dei palestinesi sotto l'occupazione israeliana e le esperienze degli afroamericani sotto le leggi di Jim Crow. Coates descrive Israele come una nazione fondata per proteggere coloro che erano stati perseguitati, salvo poi adottare sistemi di controllo che rispecchiano quelli subiti in passato. I suoi racconti di molestie, sorveglianza e violenza subite dai palestinesi dipingono un quadro straziante, evidenziando l'urgenza della lotta palestinese. Durante il suo soggiorno, Coates entra in contatto con scrittori e attivisti palestinesi, rafforzando la sua convinzione che la vera liberazione debba essere universale. Sottolinea che la soppressione delle voci palestinesi rappresenta un ostacolo significativo alla giustizia, poiché le loro storie spesso rimangono inascoltate sulla scena globale. Coates usa questa esperienza per ampliare la linea di solidarietà che ha tracciato da Dakar alla Carolina del Sud fino alla Cisgiordania, dimostrando che la lotta contro l'oppressione è globale e interconnessa.

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Gli insediamenti illegali israeliani vantano country club con piscine, mentre i palestinesi devono ricorrere a cisterne improvvisate sui tetti per raccogliere l'acqua piovana. Si stupisce dunque di vedere che esista ancora: «un luogo sul pianeta – sotto il patrocinio americano – che assomigli al mondo in cui sono nati i miei genitori». La lotta palestinese, la lotta per proteggere le storie dei neri in America e il percorso per riappropriarsi del proprio patrimonio in Africa sono quindi legati da un impegno a combattere i sistemi che opprimono e svalutano la cultura, il patrimonio, la gioia e la vita dei popoli.

Dopo essere tornato dal Senegal, Coates parla con suo padre, che ha appena letto di una ribellione del XVIII secolo guidata da schiavi in ​​Guyana. Con sua grande delusione, i leader della fallita ribellione si rivoltarono l'uno contro l'altro e alla fine collaborarono con i loro padroni.

È questa conversazione che Coates ricorda verso la fine del suo viaggio in Cisgiordania, in un'inquietante conclusione dell'opera. Riconosce l'affinità tra il sionismo e le visioni di liberazione dei neri. «Israele sembrava una storia alternativa, una in cui tutti i nostri... sogni si erano realizzati». Invece, a un posto di blocco, osserva «i soldati che ci rubavano il nostro tempo, il sole che gli si rifletteva sugli occhiali scuri come se fossero sceriffi della Georgia».

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In un altro insediamento ogni dieci metri vede un cane da guardia al guinzaglio che abbaia, «una muraglia di cerberi che sembrava uscita dai miei incubi sulla violenza razzista a Montgomery, Alabama». Per questo sente tradito dai suoi colleghi giornalisti, e li accusa di aver edulcorato la "discriminazione palese" nella loro copertura della Palestina. Rivolgendosi agli scrittori, in un'epoca in cui le piattaforme tradizionali sono in declino, Coates sostiene infatti che la scrittura conserva ancora un potere immenso, crede che la parola scritta ci permetta di preservare la storia, affrontare l'oppressione e ispirare il cambiamento.

In copertina, Author Ta-Nehisi Coates spoke to a packed house at Oregon State University on Feb. 2, 2017, photo: Theresa Hogue.

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