Santarcangelo: quando inizia la festa?

16 Luglio 2026

L’Imbosco è il luogo serale di Santarcangelo Festival. Quello dei concerti nella notte, quello dove ci si incontra, si parla tra amici o con sconosciuti, ci si seduce; il luogo dove si fa festa, per quanto una festa possa esserci in questi giorni oscuri di guerre, violenze, discriminazioni. Un cartello che si trova all’entrata del parco Baden Powell della cittadina romagnola, dove il tendone da circo dell’Imbosco è situato, spiega bene la natura di quella festa e rivela la natura del festival stesso come lo ha disegnato per cinque anni il direttore artistico, Tomasz Kirenczuk, giunto al termine del proprio mandato e pronto a consegnare la creativa responsabilità a Luigi Noah de Angelis: “LA FESTA INIZIA QUANDO razzismo sessismo abilismo grassofobia omofobia transfobia fascismo FINISCONO”.

È un programma politico che ha rappresentato la guida artistica di questi cinque anni del festival, che con coerenza sorda a rilievi di unilateralità d’ispirazione ha mostrato esperienze performativa politicamente orientate in modo forte, militante, provando a disegnare una costellazione di eventi in dialogo con il mondo e fra di loro, per provare a configurare zone di resistenza. Non sempre l’empito politico ha prodotto risultati artistici interessanti, ma in ogni caso ha lanciato sfide al modo di vedere il mondo e di agirvi.

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Sara Sguotti, Rossocrepa, ph. Pietro Bertora.

Mi fermo al festival per due giorni, troppo poco per capirlo e raccontarlo appieno. Ci sarebbero incontri, dibattiti e spettacoli dalla mattina alla sera. Limito le prenotazioni. Inizio in un pomeriggio assolato e soffocante all’Istituto tecnico commerciale, dalle parti della stazione, lontano dal centro del paese, con Rossocrepa della danzatrice e coreografa Sara Sguotti. Un fondale astratto proiettato su due lati del muro di fondo evoca una tappezzeria, o un mondo pietrificato, o un deserto, riprodotto da un più piccolo schermo in primo piano. Sguotti si piega, striscia, si contorce, si sveste, si rovescia piedi in alto, testa in terra. Si ricopre con un abito arabeggiante. Un suono lanciante esce di tanto in tanto dalla sua voce, dal suo corpo, che cambia, in una metamorfosi continua che esprime le crepe dell’interiorità femminile, variamente ferita, straziata, “fessurata” avrebbe detto uno dei suoi maestri, Virgilio Sieni. La danza è avvolgente, coinvolgente, e distanziante, allo stesso tempo, per quel retrogusto di dolore insanabile. Un volto di uomo con la bocca rossa, di rossetto o sangue, appare sullo schermo piccolo, un grande fiore dalla materia carnosa (una pianta cannibale?) sembra voler ingoiare la donna, che scompare dietro lo schermo piccolo, incamerata, assorbita, e ricompare in trasparenza. Grande tecnica al servizio di un’emozione distillata, trattenuta, con aculei di strazio che marchiano a fuoco.

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Lisa Laurent, The wizard is not real, ph. Pietro Bertora.

Comportamenti

Lo spettacolo successivo lo collego a un altro visto il giorno dopo. Uso il termine “spettacolo” anche se qui andiamo, per molti versi, contro la società dello spettacolo, in uno smontaggio delle convenzioni (prima tra tutte quella della trama e della linearità dell’azione), alla ricerca principalmente di una verità dei comportamenti, che poi hanno sempre qualcosa di artefatto, di “inscenato”, e risentono comunque di una costruzione che prova a dislocare dal piano della semplice riproduzione o “recitazione” della realtà.

The wizard is not real di Lisa Laurent, che lavora in Svizzera, è un pianto continuo. L’attrice denuda il busto rimanendo con un collant azzurro trasparente, con scarpe a punta dalle strisce argentate. Piange, si lamenta, si dispera, assumendo varie posizioni, prima intorno a un tavolo, poi negli angoli della sala, quindi in mezzo al pubblico, creando anche qualche imbarazzo, ma soprattutto delineando uno spazio totale del lutto. Gli spettatori un po’ ridono a questo eccesso di esibizione di disperazione, un po’ si fanno intenti. Il dolore si ripete in loop, si cristallizza, ma non è mai uguale, diventa esasperata normalità, raggiunge momenti ridicoli, poi si incista senza salvezza, per virare ancora di nuovo verso tonalità più esibite, come è esibito e denudato il corpo della performer, esposto seminudo alla vista, “pornografico” come il dolore. “Il mago non è reale”, la magia cattura ma non basta, non ricrea mondo: in questa celebrazione (a suo modo) della teatralità si avverte sempre una nota mancante, stonata, un’altra incrinatura, un disagio che nessun preteso alleggerimento può vincere, che nessuna catarsi può purgare.

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Palermo-Petrosino, Stanza (Santarcangelo).

In Stanza (Santarcangelo) assistiamo, soli in una stanza d’albergo, a venti minuti di sonno di un performer, che rimane per tutto il tempo immobile. Autori sono Gaetano Palermo e Michele Petrosino, ideatori concettuali che mettono in discussione la rappresentazione e il nostro mondo come lo rappresentiamo, con apparizioni di spessore alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano, nel progetto Gradus di Parma Reggio Festival (leggi qui) e altrove. La stanza d’albergo all’immobilità del dormiente contrappone un accumulo di ciaffi di ogni tipo: dadi, acqua, tappi per le orecchie, una riproduzione della Resurrezione di Piero della Francesca, un crocifisso, una bottiglia d’acqua, torsoli di frutta, sportine, valigie, sacchi, creme medicinali, una busta di tabacco con cartine, un fornelletto per cucinare e molto altro, tutto affastellato come nel rifugio d’emergenza di un fuggitivo, dove trionfano il sonno e la stanchezza, che niente riesce a scalfire. Dicono che in qualche situazione, quando il letto era matrimoniale, qualcuno si sia sdraiato al fianco del dormiente e l’abbia accarezzato, abbracciato, cercando di consolarlo. Qui – tra scarpe da ginnastica, pantaloncini, magliette, fazzolettini, telecomandi, guanti di plastica e ancora molto altro, il tutto sparso con disordinata arte, in una riproduzione live abbreviata del famoso Sleep (1963) di Andy Wahrol che riprendeva per cinque ore John Giorno mentre dormiva – emerge a poco a poco la pista sonora. Un suono che sembra venire da fuori, all’inizio. Rumori d’ambiente. Un sottile sibilo del dormiente, più che un russare. Poi voce di temporale, che cresce, cresce, nella quale diventa chiaro il distaccarsi cristallino di gocce di pioggia dal bordone di fondo. E infine, quando più assordante diventa, il frastuono a poco a poco scivola in una musica dolcissima O Solitude, My Sweet Choice, di Henry Purcell. Sono passati venti minuti davanti a quel fuggiasco stremato, ridotto all’immobilità di un sonno stremato: a un certo momento il tempo dell’osservazione (dello spettacolo) per noi si è modificato e ci è sembrato di poter entrare, per osmosi, nei suoi sogni sicuramente ansiogeni o nel buio oscuro, pesante, del suo riposo.

Si apre la porta. Avanti un altro.

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Malice, Sorry, This Was Meant to Be Funny, ph. Pietro Bertora.

Di grande forza è la performance di Katerina Andreou e Melissa Guex, pura intensità fisica, ritmica, guidata dall’urgenza di esprimersi dialogando con i corpi. Mentre un esempio di performance che mescola spettacolo e talk è Sorry, This Was Meant to Be Funny di Malice, dove l’interrogazione si sposta dal pianto e dal lamento o dal silenzio alle ragioni della risata, spesso superficiale, dannosa, segno di confusione, di sbalordimento, di complicità, di pregiudizio… Ancora comportamento, qui affogato in un mare di parole.

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Francesca Pennini / Collettivo Cinetico, Abracadabra, ph. F. Segata, courtesy Centrale Fies.

Magia

Devo aspettare la sera per essere incantato. Abracadabra di Francesca Pennini / Collettivo Cinetico è una vera formula magica, che ci porta a specchiarci nelle nostre assenze, a rovistare negli inciampi delle vite, nei mancamenti, nelle ferite, nella necessità di ribadire la presenza, magari distaccandosi alquanto dalla furia del mondo. Una scatola di legno in scena, da prestigiatori. E il buio. La performer danzatrice, Francesa Pennini, non c’è: la sua voce ci racconta di un lungo periodo di sparizione, per rotture di parti del corpo. Elenca tutte le ferite fisiche della sua vita, tantissime, andando indietro negli anni, fino all’infanzia. Racconta – invisibile – di lontananza dalla scena facendosi fiato di vento, evocando l’aiuto di uno dei suoi compagni in acrobatici, in fondo comici, tentativi di ribadire la presenza. Poi diventa, quella voce, fumo, bolle di sapone che si dissolvono in nebbia, la stessa di Ferrara, dove la compagnia vive e agisce… Ci porta in un ospedale, dove troviamo donne ferite, malate, emarginate, staccate dalla società. Scomparse. Cancellate.

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Francesca Pennini / Collettivo Cinetico, Abracadabra, ph. F. Segata, courtesy Centrale Fies.

Poi appare, lei, Francesca. È un lampeggiare, con un costume nero e parti di corpo scoperte, nel buio, sparendo nel fondo, diventando silhouette nera in primo piano, mostrandosi in luce, spegnendosi, di nuovo. Trasformandosi in aria. C’è come un dolore profondo in ogni azione, in ogni parola, un senso di cose che passano, di vite instabili, in uno spettacolo sull’essere nulla, sul nostro essere nulla, sulla malattia che è come uno atto di sparizione, sulla morte, sulla vita che trema e preme.

“Che questo spettacolo sull’essere in verità è sulla morte.
E quindi sulla vita.
Che questo non è nemmeno uno spettacolo.
Che un mago – che poi non era proprio un mago – ci ha insegnato
tante cose che poi non abbiamo fatto.
Che Angelo ha imparato dei trucchi, dei numeri, delle magie… che poi
non avete visto.
Che io non dovevo nemmeno esserci, qui.
Che dovevate esserci solo voi”.

Lo spettatore è lo specchio dello spettacolo e delle sue urgenze, è quello che c’è quando ogni trama si sfarina e si dissolve, sussurra questa danzatrice autrice di un formidabile teatro concettuale, pieno mi sembra, oggi, di passione, di riflessione sulle cose ultime e penultime. Sul corpo, sui suoi limiti, sulla sua gloria.

Arriva l’operazione di magia: la scatola di legno si trasforma in un paesaggio astratto coloratissimo, poi si richiude e anche quei colori, come il fumo, come una sinfonia di azioni e mancamenti, scompaiono. Torna la cassa di legno chiaro, quasi brutalista. Si apre lo sportello: esce Francesca con una gallina sul collo, con la campagna dentro, con la vita, la voglia di fuggire dalla sottrazione, di esserci. Con la coscienza di quanto precaria sia la nostra disperata e allegra umile presenza.

Intanto fuori il festival macina pasti. Il pubblico, principalmente di operatori o di appassionati militanti dell’Altro Teatro, che ha riempito le non molte sale, sciama verso il concerto in piazza e ristoro. Il paese non è più avvolto dal fumo e dagli olezzi delle piadine, come qualche anno fa (ma non è ancora sabato). Mi sembra che sia meno la gente per strada. Forse più interessata e partecipante. Qualcuno si è già diretto verso l’Imbosco, sotto il colle del convento dei Cappuccini, pronto ad essere accolto da quell’impegnativo, necessario cartello: “LA FESTA INIZIA QUANDO razzismo sessismo abilismo grassofobia omofobia transfobia fascismo FINISCONO”.

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