Biennale Teatro 2026: alter NATIVE
L’esplorazione dell’ignoto e il ritorno a casa. Tra i fantasmi della casa. La mia Biennale Teatro inizia in un appartamento. Una piccola stanza, dal soffitto con poveri cassettoni, fitta di una ventina di spettatori. Siamo addossati. Si sentono i respiri. A un tavolo un giovane e una donna in età mangiano. La donna si spoglia nuda. Appare una cantante seducente, nera, ritorna inquadrata, a mezzo busto, su uno sfondo dorato: come un quadro di un Klimt afro. Nella povera cucina la donna si maschera con pasta di pane e sembra un essere mostruoso. Appare una sposa (non sono certo che la sequenza sia precisa: questo è quello che mi resta). Ha lo sguardo fisso. Il trucco, sbavato, si disfa sempre di più. Una pena infinita nei suoi occhi. Lega, con alcune sue code, l’abito bianco alla parete. Poi si stacca: apre una finestra e scende (fugge dalla casa) sul canale, sospesa sull’acqua: da un ponte, di fronte, qualche turista guarda perplesso. Essere guardati e guardare. Rimandare lo sguardo. I suoi occhi, mentre un uovo si cuoce e la donna più anziana è sempre nuda, sono fissi, penetranti. Nessuna parola. Solo suoni, canto ed essenziali azioni, rastremate come sculture viventi. Senso di distanza, di nebbia del tempo, di abbandono, fiori, forchettate. Coltello. Un tappeto. Una sedia vuota. Musica hollywoodiana. La donna, nuda, la più anziana (le tre età della donna?) si chiude in uno sgabuzzino. Fine. Applausi. Mario Banushi e i suoi attori ci portano in un piccolo giardino, mentre l’emozione è ancora densa. Un bicchiere di vino, per brindare a questo viaggio interiore, che porta in qualcosa di molto noto, un interno familiare, e lo dilata a fatto mentale, pittorico, esistenziale. Il giovane autore greco-albanese (non ancora trentenne), Leone d’argento in questa edizione della Biennale Teatro, ripercorre, senza smettere di sorprendere, i propri fantasmi familiari, di una famiglia segnata dall’emigrazione, i morti, la locanda che il padre, scomparso, aprì in Grecia. Lo fa in altri due spettacoli, nel ciclo Romance Familiare. A Trilogy, composta oltre che di questo intenso Ragada (smagliatura, quella che rimane come un marchio nel corpo della madre dopo il parto), di Goodbye, Lindita, la perdita di una persona cara, di Taverna Miresia, tutta giocata su quella sedia vuota del padre, con Mario, anche attore, e alcune donne, ancora una casa, ma questa volta grande, sul palcoscenico, con bagno, con doccia, con una scena finale sulfurea, in cui ciuffi di granaglie sembrano le fiamme dell’inferno, con due ragazze e un uomo che combattono, dietro, si avvinghiano, sembrano “anime pezzentelle” senza pace, le anime del purgatorio napoletane, che elemosinano un qualche passaggio di stato da quella eterna sospensione della memoria.
Leone d’argento Banushi, Leone d’oro Emma Dante, che però, in questa occasione, non tiene troppo fede alla sua fama: presenta come prima nazionale quello che lei stessa chiama “un compendio” delle sue opere ispirate al Cuntu de li cunti di Giovan Battista Basile, estratti, montati in un unico spettacolo antologico, con un prologo narrato: un po’ poco per la prima nazionale del Leone d’oro.
Di fronte a quella (piccola) delusione sta quello che scrive il direttore Willem Dafoe, riconfermato per altri due anni alla guida della rassegna veneziana (ma bastano due anni per guardare, scegliere, organizzare visioni?). Scrive Dafoe: “c’è sempre il rischio che la familiarità ci impedisca di imparare; ma quando ci imbattiamo in qualcosa che non capiamo subito, l’esperienza cambia. Mi è capitato spesso di assistere a spettacoli in lingue che non capivo. E ho cominciato ad ascoltare in modo diverso. Non si tratta di confermare il proprio punto di vista, bensì di scoprirne un altro”. Si tratta di viaggiare attraverso il teatro, e di scoprire: e allora si capisce il titolo alter NATIVE di questa edizione: insieme rivolta all’altro e al nativo, in cerca mi sembra, nei suoi punti più alti, di spettacoli con poche parole e con molti innesti di musica, danza, canto narrativo, con escursioni in altri mondi culturali.
Distante, è in questo senso, un lavoro italiano, Tacet di Silvia Costa, ottima performer, e di Jacopo Giacomoni, drammaturgo con qualche pretesa post-drammatica, uno spettacolo con un bel ritmo e però tanta, troppa filosofia, che affoga il silenzio (e John Cage, suo profeta) in tanti viluppi di parole spandendo noia sesquipedale sui poveri spettatori. Ma non diceva il proverbio: Un bel tacer non fu mai scritto?
Allora dobbiamo andare a trovare il meglio di questo festival nello sguardo rivolto a culture lontane, nelle quali gli impianti drammaturgici sono declinati con il canto, con un’azione vicina alla danza, una musica che scuote i precordi e penetra nel sistema neurovegetativo, con toni profondissimi o viceversa svettanti verso l’altissimo. In Mugen Nō Othello di Satoshi Miyagi appare un altro fantasma, quello di Desdemona, assassinata, che torna a raccontare la sua storia, secondo i canoni di quella forma di teatro giapponese Nō che, se non sbaglio, mancava da tempo dalla Biennale Teatro (la memoria rimanda alla meravigliosa edizione del 1972 dove il Giappone e la sua scena erano uno dei muri portanti e noi eravamo irrimediabilmente giovani). L’azione diventa rievocazione e quindi mito e rito. Come pure la memoria assume un tono particolare ripercorrendo le stragi del Rwanda, in Letter to the Absent di Dorcy Rugamba, una missiva a tutti gli assenti, massacrati dall’odio razziale, “restituendo alle vittime un volto, un nome, una vita, una realtà, affinché non fossero più semplici numeri o anime in pena” scrive l’autore.
In questo viaggio nel passato e nei suoi spettri sempre agenti c’è pure qualche momento che suona lievemente fasullo, turistico, come il saggio di danza Odissi degli allievi della scuola di Sharmila Biswas, Viaggio attraverso il ritmo e lo spirito, espressione della cultura indiana che molto abbiamo amato negli anni passati, e che qui mostra una nota eccessivamente facile, turistica, nel paese dell’overtourism per eccellenza, Venezia. C’è sempre quel pericolo nella discesa nel “nativo”: di vendere l’anima per farsi apprezzare, per farsi conoscere (per vendersi?), e allora la diversità svanisce e benvenuti nel calderone dello spettacolo affluente.
Interrompere il flusso. Rompere il sospetto di misticismo cui possono indurre certi spettacoli di suoni, danza e canto, che possono suggerire certe discese verso “le radici” (già, ma gli esseri umani non sono alberi, sono mobilissimi, problematici, e la parola è uno degli umori che li costituisce e dà loro sostanza). In fondo il sospetto è sempre in agguato verso i flussi troppo avviluppanti: il sospetto, in questa Italia “nuova”, di un lasciarsi bordeggiare verso un facile “tradizionalismo” (tra virgolette e non solo) dell’anima. Interrompere i flussi. Come quando sotto le Procuratie Vecchie si vede un cartello che dice KANTOR, ed entri a vedere una piccola mostra entusiasmante, un’esplosione di mondo. È costituita di opere pittoriche del grande artista polacco e della sua compagna del gruppo Cricot2, Maria Jarema: ombrelli spezzati, rotti, in texture cromatiche, in grumi di vernice, ruote duchampiane, figure rastremate, contorte e poi, commoventi sbilichi di mondi incerti, figurini e fantocci della Classe morta e il video di quello spettacolo memorabile, un mondo tra presente e ricordo, tra storia che travolge e vite sopravvissute alla perdita di un’infanzia che permane in fantocci, in bambolotti, in inerti golem di quello che si fu. Rottura del flusso, memoria, espressionismo, corpi scavati, impacchettamenti (emballage e cricotage) figure e oggetti mescolati. Una mostra, piccola e bellissima, vivissima, della polacca Starak Foundation (www.starakfoundation.org). Fuori dalle Procuratie, i giapponesi si difendono dal sole con ombrelli molto simili a quelli neri di Kantor.
Anime in pena o anime in cerca di un altro mondo, di altri modi di essere. Davide Iodice in Promemoria ha lavorato con gli anziani di una Rsa, ma non sono riuscito a vedere il suo spettacolo con quegli altri “fantasmi” di vite passate. Finisco raccontando due testi che sembrano grandi favole ecologiche, narranti un mondo in esplosione che si cerca di tenere unito. Due spettacoli incentrati su melopee in lingue lontane, pochissimo o affatto tradotte in pessime didascalie. The Tale of Boat della danzatrice balinese Sri Qadariatin (ha lavorato con Bob Wilson) è una favoletta abbastanza scontata, che parte da un diluvio, porta in un viaggio, e alla fine rivela che il vero percorso è quello che si compie dentro di sé. Ma, con la riserva della comprensione, ha un lungo testo narrato da un cantore, con accompagnamento di ritmi di tamburi, di flauti, con un coro e un piccolo gamelan, orchestra indonesiana qui ristretta ma di grande suggestione sonora. Ci si abbandona, mentre alcune performer danzano una danza astratta, non mimetica, in una compagnia che fonde artisti e tecniche di varie parti del grande, poco conosciuto, arcipelago indonesiano.
Poi c’è il rito officiato dal maestro samoano Lemi Ponifasio: anche qui ci troviamo davanti a un viaggio misterico, dal Neanderthal o addirittura dall’uomo scimmia (così l’ho capito) alle stelle e alle astronavi, un mondo liquido dove l’essere umano sembra dissolversi mentre cerca un’identità. La cosa straordinaria, in un ritmo incantatorio, è il canto tutto di testa delle performer-prefiche, un’altra melopea che richiama il pianto rituale, con una sapienza nell’uso della luce che fa baluginare le figure di nero vestite come apparizioni, per dettagli o per definizione intera, dal buio, da una notte profonda, cosmica. Ci perdiamo, varie volte, in quella oscurità, in quella cosmologia che mi pare voglia richiamare, con canti simili a lancinanti lamenti, a riflettere dove stiamo andando, dove vogliamo arrivare. O dove ci stiamo perdendo, dove intendiamo perderci, mentre le voci acute nello stesso tempo ci dicono che un orizzonte forse c’è. Forse esiste un riparo dal diluvio, non con quei begli ombrelli luccicanti sotto il sole giaguaro: piuttosto con quei resti scassati di parapioggia o parasole riportati a nuova, desolata vita, in una tela di pittorica inventiva materialità.
L’ultima fotografia è un’immagine di Star Returning – Venice di Lemi Ponifasio, ph. Andrea Avezzù (da confermare), courtesy Biennale Teatro di Venezia.