Lady Oscar, un manga, uno spettacolo politico
Apparentemente Oscar, testo di Linda Dalisi e regia di Antonio Latella, è il rifacimento teatrale del famoso manga Le rose di Versailles di Riyoko Ikeda (1972-1973). In realtà è un’opera che continua il viaggio politico del regista che ha affrontato, negli ultimi anni, il suicidio di Pinelli con Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo; una scandalosa sentenza a favore degli stupratori in un famoso processo con Wonder Woman di Federico Bellini; la povertà in Zorro, sempre con la scrittura di Bellini; i rapporti in una piccola comunità di nomadi, emarginati, un fratello e una sorella, in Bùbaro dei Bùbari di Carolina Balucani. In Oscar, che ha debuttato al teatro Morlacchi di Perugia, produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, con Sonia Bergamasco nel ruolo principale, la vicenda della ragazza cresciuta dal padre come un maschio e diventata comandante delle guardie reali e guardia del corpo della delfina e poi regina Maria Antonietta si svolge mentre la terra è scossa da un tremore che annuncia il terremoto. Il terremoto della Rivoluzione francese, dove Lady Oscar troverà la morte nell’assalto alla Bastiglia, combattendo per la libertà del popolo, per l’uguaglianza, per l’abolizione dell’orribile privilegio che affama le masse.

Il finale, con tutti quei foglietti gialli che piovono dalla soffitta del teatro, aggiunge un elemento (o forse due, o forse tre): lo spettacolo cui abbiamo assistito (io l’ho visto in una pomeridiana al Piccolo Teatro di Milano, all’inizio di una lunga tournée) è un viaggio nella memoria, in una memoria frammentata, con tutti quei post-it simili a intensa neve ricoprente; ma evoca anche i gilets jaunes che insieme agli studenti occupano le strade di Francia come marea (nel finale appaiono dalla soffitta del teatro alcune grandi gabbie piene di foglietti); e ricordano la blusa gialla simbolo della provocazione del poeta rivoluzionario Majakovskij, che nell’Ordinanza all’esercito dell’arte, nel 1918 voleva portare i pianoforti nelle strade, a scandire la rivolta.
All’inizio dello spettacolo invece c’è il tiro con l’arco giapponese, quella disciplina resa famosa dal libro Lo zen e il tiro con l’arco che postula che chi scaglia la freccia non debba mirare, ma trasformarsi lui stesso nel bersaglio, immedesimarsi nel punto d’arrivo della freccia.
Al centro della scena di Giuseppe Stellato c’è uno specchio grande, tondo, basculante, nel quale mi sembra di vedere stelle e costellazioni: un oggetto dove verificare il volto, l’aspetto, dove truccarsi e dove cercare di scrutare il proprio vero volto. In certi momenti ruota, rivelando un altro personaggio, legato per qualche motivo a quello che vediamo di spalle. Perché di identità si tratta in questo ambizioso lavoro, che prova a contenere in un’ora e quaranta un manga pubblicato in nove volumi, trasmesso in Italia dal 1982 al 1990 e oltre in moltissime puntate, una storia che a volerla riassumere, come per tutte le opere seriali con i loro andirivieni, i loro intrighi, i loro colpi di scena, viene il tremore nelle vene.

Oscar è una donna che sembra un uomo, cui Sonia Bergamasco dona una lunare, piuttosto statuaria androginia. Andrè (Nicola Mastroberardino), il suo amico d’infanzia e confidente, è ferito, forse morto, in un prato bianco invaso dalla nebbia. E forse anche Oscar è morta, e sono tutti fantasmi, quelli che vediamo in scena (non si chiamano anime i manga?). Oppure sono concrezioni di una doppia memoria, storica e mitologica, perché i manga sono pura invenzione mitica, esplorazione immaginaria e immaginosa di passioni umane in personaggi emblematici, spesso proiettati oltre l’umano. Forse tutte le presenze della storia, una Maria Antonietta (Beatrice Verzotti) in realtà molto quotidiana, ridotta quasi a una casalinga; un focoso e a tratti furioso Fersen (Alessandro Bay Rossi), amato dalla regina e dalla sua protettrice e amica Oscar, in preda al conflitto tra devozione alla sovrana e passione; le due ragazze del popolo affamate, pronte a vendersi, che finiscono a corte, Jeanne (Giulia Mazzarino) e Rosalie (Giulia Heathfield Di Renzi); e perfino Robespierre (Massimiliano Speziani), l’altro padre, quello che come il padre carnale provoca Oscar e vorrebbe che fosse diversa da quella che è: tutte sono ‘fantasime’, che appaiono dietro il fondale rosso, fatto di filacci di corda che piovono fitti dal soffitto, pronti a rivelare, con opportune luci (di Simone De Angelis), un altrove. Poi quei personaggi simili a spettri o a ossessioni della memoria entrano in scena, dialogano, intrecciano storie e intrighi.

Oscar, amata da Andrè, che lei non ama, a un ballo in maschera si invaghisce di Fersen, ufficiale fascinoso e coraggioso, pronto a lanciarsi in campagne militari. Anche la regina è innamorata di Fersen. Intanto Oscar continuamente vive quel conflitto con il suo involucro, donna in corpo di uomo, che vorrebbe essere uomo ma è donna, anche nei sentimenti, trattenuti, in una fluidità non priva di sofferenza. L’opera, in omaggio alle sue variazioni in musical e in canzoncine di sigle di serie televisive, si accende anche di canti, non sempre intonati, fino a un rap verso il finale, quando monta il terremoto, la marea rivoluzionaria (la cura del suono e le scelte musicali come sempre in Latella sono di Franco Visioli). È un rap incalzante, che sembra il corrispettivo delle danze scatenate che chiudevano alcuni degli altri spettacoli politici del regista, momento di sfida, di liberazione, di accensione delle polveri del conflitto, di affermazione di chi è in stato di minorità.

I poveri intorno alla corte e ai suoi rituali sono tanti: dice Oscar: “I cittadini ridotti così, le casse dello Stato vuote, giovani che si prostituiscono. E noi vediamo tutto. (A Rosalie) Non puoi stare per strada. Verrai a stare da noi. Per ora mettiamo qualcosa nello stomaco”. Ma le due ragazze a corte si prestano a traffici, quegli stessi che porteranno la delfina, diventata regina, a sperperare, a trasformarsi, a indebitarsi, a dimenticare la sua stessa sofferenza di ragazza destinata in sposa a un futuro sovrano, Luigi XVI, che non conosceva e non amava, specchio, anche lei, dell’espropriazione di identità di Oscar.

Molti sono i fili di questo spettacolo. Troppi, nel tentativo di sintetizzare trame semplici ma articolate nel dispiegarsi delle serie dei manga. Contrariamente ad altre volte il tema politico risulta facile, e il discorso sullo specchiarsi per cercare il vero sé stesso (specchiarsi nel cielo stellato, in un oltremondo, per trovare la vera sé stessa?) non ha la forza che abbiamo rilevato in altri spettacoli di Latella. Le verità degli strati sociali emarginati e quella delle donne e delle nuove generazioni espropriate sono presentate in modo superficiale, a un livello primario di pura enunciazione emotiva, e quindi risultano alquanto retoriche e tautologiche (d’altra parte la storia non è altro che, diremmo in Italia, un cartone animato: e così, alla fine, sembra che la tratti il regista).
I continui salti dello spettacolo, gli shock narrativi che l’autrice e il regista congegnano, con storie che spesso si innestano una nell’altra, saltando, e perfino citando la disciplina zen del tiro con l’arco, creano un labirinto nel quale ti sperdi senza mai scontrarti con il Minotauro, come una corda che si ingarbugli e di cui difficilmente si riesca a trovare il capo per scioglierla, per capire alla fine che al centro del dedalo c’è un animaletto domestico e che il groviglio puoi facilmente scioglierlo con un taglio di coltello.
Gli attori eseguono i loro personaggi con compunta funzionalità: tra tutti spiccano il Fersen sempre sopra le righe di Alessandro Bay Rossi e il corrusco Robespierre in levare di Massimiliano Speziani, ombra tra le ombre, emblema di una rivoluzione di cui sappiamo tutto e di cui troppo in fretta ogni cosa, ogni lezione, abbiamo dimenticato.
E intanto quel giallo che invade la scena è colore del sole, di un sole dell’avvenire che, guardando i nostri spenti giorni, sappiamo essere diventato parecchio opaco.
Al Piccolo Teatro Strehler, nella pomeridiana domenicale, caldi applausi e varie chiamate.
Lunga è la tournée: a Milano fino all’1 novembre, poi a Carrara, Lucca, Firenze, Todi, Modena, Lugano, Rimini, Cuneo, Torino, Napoli, Genova, per chiudersi dal 13 al 17 gennaio a Bari. Date e materiali di sala qui.
Le fotografie sono di Manuela Giusto; l’ultima immagine è tratta dal manga.