Confusioni: due giornate di follia con Arte e Salute

29 Maggio 2026

Quando entravi in un manicomio cinquant’anni fa, prima della legge 180, la sensazione era quella di ritrovarti in un girone dell’inferno. Pensate al ‘matto’ con la testa rasata, tenuta tra le mani, di Morire di classe, libro fotografico dalla realtà manicomiale di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati (Einaudi 1969), o a Matti da slegare, documentario di Marco Bellocchio, Silvano Agoasti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli (1975). Poi arrivò lui, Franco Basaglia, e non solo lui: tanti suoi collaboratori e altri medici, che in diverse situazioni sperimentavano la possibilità di liberare da quel carcere, spesso a vita, da quel luogo di dolore e abbandono che era il manicomio.

Venne un meraviglioso cavallo azzurro come il cielo infinito, creato da alcuni artisti, guidati dal poeta e uomo di teatro Giuliano Scabia e dallo scultore e pittore Vittorio Basaglia, progettato in un laboratorio con i ricoverati dell’Ospedale psichiatrico di Trieste. Fu un totem, un archetipo, capace di interpretare il bisogno di uno spazio libero, fisico e mentale, dei pazienti reclusi, e del desiderio fortemente perseguito di liberazione dai vincoli avvilenti dell’istituzione.

Da allora (correva il 1973) il teatro ha fiancheggiato più volte il lavoro duro dei professionisti che lavoravano per ridare dignità al malato, combattendo la malattia e l’emarginazione del manicomio, ponendo non solo il problema della creazione ma anche quello del lavoro, per un reinserimento civile di persone considerate come paria, se non come cose. Si sono moltiplicate le iniziative di libera creatività impegnate nella creazione teatrale, da Bolzano a Taranto, da Brescia e dalla Toscana all’Emilia alla Milano dell’ex Paolo Pini, dalle creazioni di Antonio Viganò, di laboratorio 19, di Maurizio Lupinelli e di molti altri. Spesso, però, si scopriva che la “libera creatività”, che attingeva anche alla visionarietà dei malati, alla capacità di sguardo ‘oltre’ acuminate dalla “follia”, aveva bisogno di disciplina. E che anzi la disciplina teatrale – ascoltare gli altri, rispondere a tono, improvvisare e fissare, imparare a memoria un copione e la partitura vocale e delle azioni necessaria per trasformarlo in opera di personaggi viventi – poteva costituire una parte di indiretta terapia. Si capiva che il lavoro era salvifico, e che nel lavoro teatrale in particolare i pazienti psichiatrici potevano trovare rigore e fantasia per superare l’emarginazione. Non si trattava di teatroterapia, ma di mettere a confronto con il processo di radicale di proiezione in altre figure e di relativo cambiamento di sé che la creazione artistica implica: non teatro semplicemente funzionale, ma tentativo di far ritrovare attraverso il gioco scenico e la ricerca della bellezza una strada anche per un tipo differente di cura da quella che potevano garantire psichiatri, psicologi, assistenti sociali. Una cura dell’anima offesa.

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La Compagnia Arte e Salute.

Correva il 2001. Nella sala piccola dell’Arena del Sole fummo folgorati da Fantasmi con la regia di Nanni Garella, spettacolo tratto dalla prima versione dei Giganti della montagna di Pirandello, in cui i pazienti psichiatrici davano vita alla multiforme, multicolore compagnia degli Scalognati, mentre alcuni attori professionisti li accompagnavano, li seguivano, ne colmavano i vuoti. Sembravano volerli abbracciare in uno spazio di enorme suggestione, una specie di liquida isola mentale dove ognuno poteva dimostrare quello che era e che valeva, “mascherandosi” dietro personaggi. Fu una festa del teatro.

Allora debuttava alle scene la compagnia Arte e Salute. Da quella volta sono passati venticinque anni e l’anniversario sarà festeggiato il 19 luglio all’Arena del Sole. E sono trascorsi circa venticinque spettacoli, al ritmo di uno all’anno (ma in realtà sono di più). All’inizio erano risultati di un corso di formazione professionale, per far diventare i malati attori di prosa (il lavoro!). Poi i corsi sono stati più di uno. Tra le materie, sotto la guida di Michela Lucenti, sono entrati anche il movimento corporeo e la danza. La compagnia quindi ne ha generato anche una che crea spettacoli per ragazzi e una che sperimenta il teatro di figura. Il lavoro, accompagnato sempre dal Dipartimento di salute mentale di Bologna, ha cercato di creare rete con altri Dipartimenti, innanzitutto in Emilia-Romagna, ma poi anche sul territorio nazionale. Sono stati realizzati festival, incontri, convegni. Tutta la storia di Arte e Salute si può scoprire sul sito www.arteesalute.org, mentre i lavori della rete, su Teatralmente.it - Teatri della salute Emilia-Romagna, che ha anche lanciato un manifesto, To Be, leggibile (e firmabile) qui: https://www.teatralmente.it/news/firma-il-manifesto-to-be/

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Confusioni – Tra un boccone e l’altro.

Gli attori di Arte e Salute hanno attraversato testi di Pinter e di Shakespeare, hanno interpretato una versione della Classe morta di Kantor intitolata La classe, hanno tratteggiato la follia come la raccontava Peter Weiss in La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, guardando anche al film di Peter Brook, hanno interpretato vaudeville e commedie adattate da Eduardo Scarpetta in dialetto bolognese o hanno percorso le impervie strade della visionarietà di Pirandello o quelle dell’impegno anche immaginativo del “teatro di parola” di Pasolini, spesso misurandosi con attori come Virginio Gazzolo, Laura Marinoni, Vito (Stefano Bicocchi). Si sono conquistati un loro pubblico affezionato che sempre di più ha abbandonato l’atteggiamento di chi va “a vedere i matti recitare” e che semplicemente si gusta, con i lavori di questa compagnia che è stata anche in Giappone e in altri paesi stranieri, la meraviglia del gioco del teatro, coltivato con una particolare attenzione alla definizione dei caratteri dei personaggi, dei tempi tragici e di quelli comici. Nanni Garella ha diretto i periodi di formazione e quasi tutti gli spettacoli, segnati da lunghi periodi di preparazione. Nuova Scena prima e Emilia Romagna Teatro Fondazione dopo, titolari dell’Arena del Sole, hanno accolto la compagnia, stipulando convenzioni che garantivano, appunto, almeno uno spettacolo all’anno.

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Confusioni – Tra un boccone e l’altro.

Ora sembra che il testimone della regia stia passando, almeno parzialmente, a un regista più giovane, Nicola Berti, assistente di Garella in buona parte del percorso. Berti ha firmato l’estate sorsa Lazin’ on a sunny afternoon, uno spettacolo che incrociava in vari episodi vite scandite da ritmi jazz e quest’anno Confusioni, una commedia (pensosa e amara) del 1974 dell’inglese Alan Ayckbourn. In realtà dei cinque episodi del testo, tradotto da Masolino D’Amico, Arte e Salute ne ha messi in scena solo due. Si tratta di incroci di vite, di tradimenti, di difficoltà di ascoltare gli altri, di errori, casuali o deliberati, di comunicazione...

Scrive il regista nelle note di sala: “Quando, alcuni anni fa, ho letto per la prima volta Confusioni di Alan Ayckbourn ho pensato che fosse un testo perfetto per gli attori e le attrici della Compagnia Arte e Salute. I due racconti si susseguono apparentemente senza legami nella trama se non la successione temporale. Eppure sotto traccia si muovono diverse corrispondenze che oscillano fra similitudini e contrapposizioni: i protagonisti sono infatti uomini e donne alle prese con i propri desideri, le ambizioni, le frustrazioni, le scelte di vita maldestre, (quasi) tutti accumunati dal bisogno – più o meno espresso – di essere ascoltati, ma incapaci di ascoltare il prossimo perché troppo concentrati su sé stessi. Talmente presi da sé che non sono in grado di cogliere i segnali della catastrofe imminente, che arriverà puntualmente generando una spassosa confusione”.

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Confusioni: La festa di Gosforth.

Nel primo episodio, Tra un boccone e l’altro, siamo in un ristorante. Ci sono due tavoli così distanziati da rendere credibile che i commensali, due coppie, riescano a non vedersi. Un cameriere nell’originale, due in questa versione, fa la spola, senza peraltro essere molto ascoltato da uomini e donne della middle class alle prese con reciproci rimproveri e con il fantasma del tradimento, che a poco a poco prende corpo e consistenza. Le brillanti schermagli verbali si intrecciano con la professionale capacità di incassare il silenzio, il disinteresse, la mancanza di risposte da parte dell’imperturbabile cameriere, in un dialogo tra sordi che sembra scavare invece, in modo sempre brillante, umoristico, nelle incomprensioni, nei desideri di fuga, nella noia delle coppie e nelle subordinazioni gerarchiche, perché il marito di una delle donne è un dipendente di quello dell’altra: il suo capo è stato via, a Roma, per alcune settimane proprio con sua moglie. Questa sarà la rivelazione finale: e l’uomo, l’impiegato, invece di reagire piegherà il capo, appena sarà riconosciuto dal superiore, e questi finirà per offrirgli il pranzo.

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Confusioni: La festa di Gosforth.

Il secondo brano, La festa di Gosforth, si svolge in campagna. C’è una kermesse, ci sono boy scout, la donna della prima pièce, moglie del ricco e potente Mr. Pearce, deve tenere un discorso. Ma niente va come dovrebbe: sta per scatenarsi e poi scoppia un temporale, l’impianto audio sembra impazzito e anche tra i protagonisti di questo atto si discute di tradimenti che devastano le relazioni e le coscienze.

La mano di Berti in queste commedie borghesi è sicura, capace di caratterizzare bene figure e situazioni, affascinata da un teatro che è spigliato, sottile gioco delle parti. Gli attori sono calati nelle situazioni e regalano momenti davvero convincenti in una tela di botte, risposte, assenze, rivelazioni che sembra un virtuosistico ricamo. Sono tutti da nominare: Luca Bandiera, Barbara Esposito, Luca Formica, Pamela Giannasi, Gabriele Giovanelli, Filippo Montorsi, Mirco Nanni, Tiziano Renda, Emma Salomoni, Giulia Sevim Pellacani, con le luci espressive di Luca Diani, il disegno sonoro di Massimo Nardinocchi, i costumi di Elena dal Pozzo e gli elementi scenografici progettati e realizzati da allievi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Le fotografie sono di Matilde Piazzi.

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