Lucia Calamaro: Antartica, la vita nel ghiaccio

14 Maggio 2026

Chiudersi in un luogo isolato per inventare il futuro. Guardandosi indietro, scavando negli strati più lontani della storia biologica del mondo, per proiettarsi avanti, cercando di sconfiggere la morte, che sempre trionfa, che travolge le speranze, gli sforzi umani, le costruzioni, i desideri, i sentimenti. Può avvenire solo in una fiaba, filosofica e carnale. È folgorante il debutto alla regia cinematografica di Lucia Calamaro, con Antartica. Quasi una fiaba, sua sceneggiatura con Marco Pettenello, interpretato da Silvio Orlando e Barbara Ronchi, con una cornice di bravi attori tra i quali spicca Valentina Bellè (una produzione Wildside, Indigo Film e Vision Distribution, in collaborazione con Sky: fare film oggi vuol dire mettere insieme risorse da differenti fonti, ma perché prima del titolo e dei nomi di regista, attori e sceneggiatori devono sfilare, in clip-logo e poi in nome tutti i produttori, spesso parecchi?)

Siamo dentro Sidera (come le stelle), la base della missione italiana nell’Antartide, dispersa tra le molte di altri paesi che coesistono in una convivenza pacifica che ha per solo scopo la ricerca scientifica. La missione è guidata da Fulvio (Silvio Orlando). Arriva Maria, una scienziata, una crio-genetista che studia il ghiaccio in cerca dei tesori di tracce di vite del passato più remoto che può conservare.

In un set abbastanza teatrale, per una regista nota sulle scene per i suoi affondi nell’animo umano, nelle tensioni, nei nodi irrisolti, profondi, freudiani e lacaniani della vita di relazione. Calamaro ha indagato, scorticato sarebbe meglio dire, madri, figlie, nipoti, padri lontani, mariti assenti, anziani soli, conflitti, fissazioni, gioie, lutti, in lavori sempre chirurgici (due titoli significativi dei suoi intrecci familiari, tra tutti: L’origine del mondo e Si nota all’imbrunire). La base antartica è un luogo dove una decina di persone rimangono chiuse per otto mesi. È percorsa da aspirazioni, tensioni, sogni connessi a quella cosa difficile che è la ricerca, quando veramente si spinge verso territori inesplorati. Fulvio vorrebbe costruire un’utopica Città di ghiaccio, luogo in cui le imperfezioni delle relazioni sociali attuali vengano emendate. Maria è spinta dal desiderio di scoprire segreti che possano giovare a migliorare l’esistenza individuale.

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Tra i progetti e la loro realizzazione si frappone la vita, con tutti i suoi inciampi. Il ministero taglia i fondi e la Città di ghiaccio sembra destinata a rimanere un sogno. Maria, con la collega Rita, scopre embrioni pulsanti conservati nel ghiaccio risalenti a migliaia di anni fa e prova a riprodurre le condizioni che li hanno mantenuti in vita per ibernare una tartaruga. Il ghiaccio può conservare e perpetuare tramite l’ibernazione la vita umana? Fa resistenza all’esperimento l’altra scienziata (Valentina Bellè), che si prende cura della bestiola e di due sue sorelle.

L’esperimento fallisce, poi Maria studia ancora, accanitamente, e, vincendo le resistenze di Rita, questa volta sembra riuscire nel suo intento, ma manca sempre qualche dettaglio, e anche la seconda tartaruga diventa una croce sulla neve. La strada, però, è aperta, tanto che una corporazione vorrebbe acquistare i diritti della scoperta per offrire la speranza della vita eterna a facoltosi clienti. Qui il gruppo dei ricercatori, già in crisi per il taglio dei finanziamenti, si divide e va a votare se cedere alla privatizzazione, per poter proseguire la ricerca, o se non accettare la svendita dei risultati raggiunti.

Intanto la vita della base si complica con amori, con un’infausta diagnosi per il male di Fulvio, per l’insofferenza dell’isolamento di uno dei ‘reclusi’. Fulvio si specchia sempre di più in Maria, di cui ha amato la madre: arriverà alla fine a chiedere all’assistente medico di confrontare in segreto il suo DNA e quello della donna, per confermare la paternità intellettuale con quella biologica. Assistiamo a collegamenti con studenti, in cui gli scienziati raccontano il lavoro che fanno e intonano l’inno italiano, a momenti di tensione con i burocrati del ministero (in collegamento), speranze e delusioni, con momenti di sfogo sulla neve – tutti fuori in tute rosseggianti, in salti liberatori, oppure a fumare. Neve, ghiaccio che avvolge il film all’inizio, durante e alla fine, come un inscalfibile manto di mistero.

Calamaro narra, nelle note di regia, di essere stata ispirata da un viaggio in Siberia, dove aveva visto case e palazzi costruiti sul permafrost, “inclinati, cedevoli, impotenti”. E di aver letto del “risveglio di un antico verme nel ghiaccio” e di averlo visto come un freudiano ritorno del perturbante, das Unheimliche. Ecco la fiaba che nutre la potente forza d’immaginazione di una delle nostre più acute autrici e registe.

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La regista è brava a modulare, trascinare, far smarrire e ritrovare. A disseminare tracce tra i desideri di affermazione professionale e le proiezioni utopiche, čechoviane, verso un futuro migliore, contro il quale complottano i rallentamenti opposti da sordi funzionari incapaci di guardare oltre le cifre e i calcoli di convenienza. A tratti il film sembra un apologo sullo stato delle arti: avvilite quanto più sono ricerca senza rete, quanto più vanno in profondità nell’umano, nelle sue possibilità e impossibilità.

Ma così sarebbe troppo semplice e si tratterebbe, come ha scritto qualcuno, di fredda dimostrazione di una tesi.

Il film invece palpita di sentimenti, incarnati da attori capaci di dare corpo e voce a mille sfumature, la rabbia, l’affetto, la pertinace convinzione che tende a superare ogni limite, ad applicarsi fino allo spasimo per ottenere risultati, per spostare il mondo un po’ più avanti, tra la proiezione di un presente sempre più complesso e la science fiction.  Silvio Orlando incarna, sempre con profonda verosimiglianza e spessore infinito, mille maschere, nel ruolo del capo missione ma anche in quelli dell’uomo che ha dedicato una vita alla scienza, al progresso, ora smarrito di fronte all’annuncio della morte e alla coscienza che la sua utopia, nella migliore delle ipotesi, sarà affidata ai posteri; rannicchiato, lui che si è proiettato molto in avanti, in un umanissimo desiderio di paternità.

Sapiente è l’uso dell’inquadratura, che scava le alternanze di sentimenti dell’anziano leader, o che si concentra sugli occhi sgranati delle due scienziate, ripresi dal basso, quasi alla Dreyer, quando sembra che l’ibernazione sia riuscita, per staccare poi sulle croci delle due tartarughe nella neve. Il cinema mette in scena nel buio della sala giganti, scrive Calamaro: manifesta esseri di fiaba, grandi, incombenti, capaci di rovistare negli strati più segreti della nostra psiche. Il cinema lo percorre come un potenziamento del teatro, come un suo ampliamento, e il teatro viene rievocato per l’impianto concentrato, per lo scavo nei personaggi, quasi alla ricerca, lá nella sospensione del bianco assoluto dell’Antartide, delle molteplicità dell’anima, affondate in radici arcaiche, preistoriche, preumane. Raffinatissimo lavoro di ricerca che afferma la necessità di forzare ogni limite, imponendosi limitazioni (il luogo chiuso, concentrato), per arrivare a esplorare a fondo e esaltare le possibilità e le proiezioni dell’umano (e dell’arte).

Il finale contraddice a pieno chi accusa il film di cerebralismo: siamo di fronte allo spegnersi di Fulvio, che si dissolve nella coscienza di avere un messaggio da mandare ai posteri (ancora Čechov), con un monologo che astrae dalla situazione, con la macchina da presa che gli gira intorno, in un’oscurità onirica, come sospeso dal tempo e che fissa il tempo (“Fissare il tempo è forse una delle vocazioni meno esplicite del mezzo cinematografico” scrive la regista). Ma soprattutto alla fine domina quel desiderio di paternità, lo stesso che vedevano negli sforzi di Maria di conservare la specie umana, nonostante ogni fallimento. Sembra di essere nel finale di Zio Vania, con l’incitazione a lavorare, nonostante tutto, nonostante ogni sconfitta, o in quello del Gabbiano o in altri luoghi dello scrittore russo costruiti sulla coscienza e sulla (dolorosa) accettazione del limite.

Il tutto con un piglio “alla Calamaro”, insieme profondo, dolorante e umoristico, capace di raggiungere una visione e qualche forma di fragile verità per senso del contrasto, facendo sgorgare la risata dallo sguardo sull’umana debolezza o sulla vertigine dell’abisso.

Le fotografie sono di Andrea Pirrello.

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