Il dilemma tedesco: nulla si ripete
Il disastro si è avverato – ma non ancora del tutto. L'Alternative für Deutschland (AfD), formazione xenofoba che relativizza sistematicamente il passato nazista, ha celebrato uno storico trionfo elettorale, sfiorando la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt e divenendo il primo partito nel Meclemburgo-Pomerania. La dinamica dei consensi registrata negli ultimi tre anni richiama in modo inquietante l’ascesa democratica dei nazionalsocialisti negli anni Trenta. Sebbene la crescita dell'estrema destra sia ormai una costante in Europa – con partiti radicali che partecipano al governo o lo guidano, come accade in Italia –, il dato tedesco spaventa per le sue proporzioni inedite. Nelle elezioni della Sassonia-Anhalt è stata ampiamente superata la soglia del 40%, un valore a cui non sono mai giunti leader europei dell’estrema destra come Meloni, Le Pen, Farage o Abascal.
Ci troviamo davvero sull’orlo di un nuovo “nazismo” dal volto tatticamente democratico? Una forza che, una volta al potere, potrebbe imporre una svolta etnico-nazionalista alla Germania, reintroducendo discriminazioni basate sull'origine e tradendo quel «mai più» su cui si è fondata la Repubblica Federale del dopoguerra? Il voto ha gettato l'intero paese nel subbuglio, allarmando in particolar modo il mondo dell'arte e della cultura. Il programma dell'AfD prevede infatti il drastico taglio dei fondi alla creatività contemporanea e alla memoria storica del nazionalsocialismo, azzerando i finanziamenti per l’oscura categoria di "arte anti-tedesca". Persino la Fondazione Bauhaus, culla del modernismo e del funzionalismo architettonico, vede minacciate le proprie risorse poiché quel movimento viene liquidato come un “errore della modernità” che va sradicato dal territorio tedesco. Di fronte a questa deriva, il monito di Primo Levi – «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo» – risuona oggi più attuale e necessario che mai.
Eppure, non bisogna fare di tutt’erba un fascismo: per quanto allarmante sia questo scenario, occorre un'accurata analisi della specificità storica per evitare accostamenti superficiali. Il successo dell’AfD va invece anatomizzato nella sua peculiarità tedesca. Sono due gli elementi strutturali che emergono con forza. Il primo è il trauma della riunificazione, vissuta a Est come una colonizzazione economica e culturale da parte della Repubblica Federale. Si tratta di un risentimento profondo che ha trovato nell’AfD — forza sia filorussa che curiosamente vicina a Trump — il catalizzatore perfetto per convertire le ferite post-1989 in chiave anti-occidentale e sovranista. Se l’era Merkel aveva temporaneamente arginato il fenomeno, è perché quella stagione è fiorita prima dell’involuzione economica causata da pandemia e guerre, ma anche perché la Cancelliera, originaria proprio della Germania orientale, offriva a quei territori un forte presidio identitario.

Il secondo fattore è il paradosso del cosiddetto cordone sanitario. Il dogma della "non collaborazione" con l'estrema destra in Germania è un unicum europeo per radicalità, figlio diretto del passato nazista. Questa prassi — la Brandmauer o muro tagliafuoco — si sta però rivelando un boomerang nell'era del populismo: anziché soffocare l'incendio, l'esclusione sistematica finisce per alimentarlo, offrendo al partito l'arma perfetta del vittimismo e della contrapposizione contro l'intero sistema stabilito.
Il partito conservatore tedesco, la CDU, si trova così intrappolato in un dilemma apparentemente insolubile: escludere l’AfD sposta l’asse politico a destra e aliena fette consistenti di elettorato moderato, ma sdoganarla come partner di governo minerebbe la sua stessa identità. Questa seconda opzione potrebbe significare il declino del grande partito popolare sulla falsariga della Democrazia Cristiana italiana — uno spauracchio che tormenta i vertici guidati da Friedrich Merz ogni volta che guardano oltre il Brennero. Il collasso della DC nei primi anni Novanta ha ampiamente dimostrato come i partiti tradizionali, quando perdono il monopolio della rappresentanza o tentano alleanze innaturali per sopravvivere, vengano rapidamente spazzati via dai populismi emergenti. Per la CDU, la Brandmauer non è più solo una scelta morale ereditata dal dopoguerra, ma un istinto di pura autoconservazione: l'abbraccio con l'estrema destra potrebbe rivelarsi, più che un compromesso di governo, un suicidio assistito.
Dal quadro descritto emerge come, in termini di strategia politica, la Germania sia ancora molto lontana dal modello italiano, dove il tabù del coinvolgimento di una destra radicale al governo fu infranto già nel lontano 1994 con i postfascisti di Gianfranco Fini. Sebbene una reale ascesa dell’AfD alla guida dell’intera nazione richieda verosimilmente ancora svariati anni, è evidente che il paradigma della responsabilità etica su cui si fondava la democrazia tedesca viene seriamente messo in discussione. Nel gennaio 2005, davanti alle Nazioni Unite, l'allora ministro degli Esteri dei Verdi, Joschka Fischer, sottolineava come la Germania democratica fosse profondamente plasmata dal dovere storico-morale di fare i conti con Auschwitz, definendolo il fondamento stesso della propria Costituzione. Erano parole che assumevano il valore di un'utopia necessaria e che la Germania ha interpretato in modo esemplare, garantendo asilo politico ai perseguitati di tutto il mondo: fondare, dunque, nella coscienza del tragico l’identità nazionale stessa, disinnescandone la pericolosità. Oggi, al contrario, i leader dell’AfD invocano una «svolta di 180 gradi» nella politica della memoria, arrivando a liquidare l’era hitleriana come una semplice «cacatella d'uccello» in oltre mille anni di gloriosa storia tedesca, puntando sull’orgoglio nazionale a danno di chi non può vantare di appartenere alla patria.
Di fronte a tutto questo, emerge una contraddizione nel dibattito pubblico: se questo partito rappresenta un reale pericolo per la tenuta democratica, perché non viene vietato? La domanda è ancor più legittima da quando l'Ufficio federale per la protezione della Costituzione lo ha classificato come sospetto caso di estrema destra, una motivazione che in Germania potrebbe bastare a adire le vie legali. Si tratta di una questione che conduce dritti al cuore dell’aporia della democrazia moderna, costretta a tollerare e promuovere movimenti che rischiano di corroderla dall’interno, come già avvenuto in Ungheria e negli Stati Uniti.
Tuttavia, la messa al bando del partito – invocata come extrema ratio anche da autorevoli esponenti della CDU, tra cui Hendrik Wüst – viene considerata controproducente dall’attuale governo tedesco. Da un lato, una simile misura giudiziaria apparirebbe illiberale, anche perché nel programma ufficiale della AfD non figurano elementi manifestamente incostituzionali; ciò finirebbe per dare ragione a chi vede nell’esclusione del partito una deriva totalitaria non dissimile da quella comunista vissuta nella ex DDR. Dall'altro, e soprattutto, l'eventuale e probabile fallimento della procedura legale non farebbe che alimentare il vittimismo della AfD, proiettandola con ulteriore slancio verso le successive tornate elettorali.
La Germania si trova quindi di fronte a un’impasse senza precedenti, paralizzata dal peso della sua responsabilità storica. Alcune voci auspicano una demistificazione dell’AfD attraverso l'esperienza di governo, convinte che questa ne rivelerebbe l'inconsistenza del programma, soprattutto in ambito economico. I compromessi intrinseci all’azione politica sgonfierebbero presto la retorica populista e il consenso elettorale, come è già accaduto in Italia a Meloni – co’ tutti li Vannacci sua. Si tratta però di un azzardo che al momento nessun partito si sente di correre. D’altronde, la congiuntura potrebbe mutare a svantaggio dei populisti qualora l’assetto geopolitico internazionale, in seguito al secondo mandato di Trump, evolvesse in modo favorevole per l'Europa.

Il successo maggioritario dell’AfD nella Germania orientale non deve inoltre far dimenticare che in nessun Bundesland occidentale il partito si trova al primo posto. La parabola del verde Cem Özdemir – figlio di immigrati turchi, diventato presidente della potentissima regione del Baden-Württemberg – indica che l’elettorato tende a premiare gli effetti della buona amministrazione ecologista, piuttosto che lasciarsi influenzare da slogan di spicciola ideologia nazionalista. Questa apparente contraddizione tra l'instabilità del voto di protesta e la stabilità del buon governo si risolve proprio qui: la volubilità populista non è un fine, ma il sintomo di una richiesta di protezione insoddisfatta. Quando l'azione amministrativa si dimostra tangibile ed efficace, essa prosciuga il bacino della rabbia sociale, offrendo ai cittadini quella sicurezza reale che la retorica populista promette solo a parole. La battaglia contro la AfD va dunque combattuta sul piano politico ancor prima che su quello ideologico. Emerge infatti con chiarezza la fluidità di un elettorato in perenne cerca di risposte: il partito socialdemocratico, pur in terribile crisi, ha trovato nel volto di Manuela Schwesig chi abbia saputo tenere testa alla AfD nelle elezioni del Meclemburgo-Pomerania, un altro Land orientale.
Mentre la politica si interroga sulle strategie di contenimento, il mondo dell'arte e della letteratura reagisce con sbigottimento all’ascesa della destra radicale. Sin dall’inizio il rifiuto e l’opposizione sono stati e continuano a essere quasi unanimi, con l’eccezione di pochissimi ma rinomati autori quali Monika Maron e Uwe Tellkamp. Entrambi cresciuti ed educati nell’ex DDR, si sono mostrati comprensivi verso le ragioni dell'elettorato della AfD, criticando aspramente la gestione dell’immigrazione di Angela Merkel – con Monika Maron che ha parlato apertamente di “delirio dell’accoglienza” – e denunciando un'asserita egemonia di sinistra che metterebbe il bavaglio alle opinioni discordanti. Si tratta tuttavia di due voci isolate, collocate ormai fuori dal coro del dibattito culturale tedesco.
Se in Italia il partito di governo ha schierato ministri dal profilo pittoresco se non già imbarazzante — come Sangiuliano e Giuli — nel tentativo di promuovere una riforma culturale di destra contro la storica egemonia di sinistra, in Germania la proposta di una “Rivoluzione Conservatrice” è rimasta un fenomeno marginale. A teorizzarla è la Neue Rechte (Nuova Destra), arroccata attorno a Götz Kubitschek e alla casa editrice Antaios, costantemente sorvegliata dall'intelligence interna in quanto considerata estremista. I suoi contatti organici con la AfD destano forti preoccupazioni, dato che i Länder tedeschi godono di totale autonomia nei programmi scolastici: la maggioranza assoluta sfiorata nella Sassonia-Anhalt avrebbe potuto tradursi nella riforma dei curricula per imporre una "politica patriottica". L'obiettivo dichiarato è spostare il fulcro della didattica dalla memoria critica del Novecento incentrata sul nazismo e l'Olocausto a figure storiche nazionaliste come il "Cancelliere di Ferro" Otto von Bismarck.
Eppure, proprio grazie a decenni di flussi migratori e a una politica di scambi istituzionali ben sovvenzionati, la scena artistica e letteraria tedesca è oggi tra le più vivaci e cosmopolite a livello globale. Berlino, in particolare, è una capitale creativa di primo piano dove – un po' come è successo negli Stati Uniti – la cosiddetta Migrationsliteratur fa la parte del leone. Alcuni dei maggiori intellettuali del paese, fra cui lo stimato saggista Navid Kermani, hanno origini straniere. Molto più che in Italia, chi oggi scrive e fa arte riflette un tessuto sociale misto; così la lingua tedesca è diventata, al pari dell'inglese, un veicolo per riscoprire e raccontare sia la complessa integrazione nel paese d'accoglienza, sia le tradizioni d'origine da cui provengono famiglie ormai di seconda o terza generazione. Questa enorme ricchezza è oggi insidiata dalle visioni provinciali della nuova destra, ma è piuttosto improbabile che quest'ultima riesca a imporsi, soprattutto se si considera che oltre un terzo della popolazione residente in Germania ha una storia di immigrazione alle spalle.
L’Europa, e con essa il suo paese leader, la Germania, hanno intrapreso negli ultimi decenni una sfida senza precedenti: scommettere sulla società multiculturale. Una scelta mossa non solo da ragioni filantropiche, ma dettata anche da precise necessità demografiche e di sviluppo economico. La forza della Germania odierna risiede proprio nella straordinaria capacità di accogliere e offrire prospettive a persone provenienti da tutto il mondo. Memore dei milioni di propri cittadini che si salvarono dal nazismo grazie all'emigrazione, il paese è diventato un rifugio in cui ricostruire una vita, proponendosi al contempo come un magnete globale per talenti e intelligenze. Pur avendo sviluppato potenti anticorpi storici, questa nazione risorta dalle ceneri del totalitarismo ci ricorda che nessuna democrazia gode di un’immunità permanente contro le derive illiberali e nazionaliste. Se è vero, per dirla con Pessoa, che «niente si ripete, perché tutto è vivo», la vera sfida della Germania contemporanea — e dell'Europa intera — non si gioca tanto contro i demoni del passato, quanto nella complessa e quotidiana realtà del presente. È lì, nel tessuto vivo della società che affronta cambiamenti vertiginosi, che il monito del «mai più» deve trovare la sua costante e concreta conferma.
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