Alla ricerca del labirinto perduto
Nell’era di Google Maps, in cui ogni centimetro del pianeta viene ridotto a coordinate numeriche e dove sempre più luoghi sono esplorabili con immagini satellitari e panoramiche a 360 gradi, che funzione può ancora avere una delle figurazioni più antiche della nostra civiltà come quella del labirinto, metafora dell’insondabilità della realtà? È l’affascinante quesito che si pone Alessandro Mantovani, filologo, critico e poeta, nel suo saggio Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto (Italo Svevo editore, 2025), dove in poche, ma pregnanti pagine indaga l’archetipo del labirinto nella nostra cultura partendo dal mito sumerico di Gilgameš e passando per i greci e il Rinascimento, arrivare infine ai nostri giorni in “una realtà che va smaterializzandosi sempre di più”.
Sin dalle prime pagine del libro il labirinto emerge nella sua valenza simbolica non solo come un oggetto di studio storico culturale, ma anche come strumento per analizzare la nostra modernità tecnologica uscita “fuor di sesto”, mettendo in evidenza il risvolto oscuro e rimosso di un razionalismo riduttivo che pretende di esaurire il reale. La realtà, tuttavia, constata l’autore, ha una qualità “retrattile”, “più si conosce il reale, più esisterà sempre una parte che a questa conoscenza, a questa illuminazione si sottrae.”
Nella società occidentale, sotto l’egida del razionalismo greco, ha predominato la tendenza all’illuminazione, alla rettificazione e alla trasparenza. Mantovani si sofferma sulla capacità di astrazione del logos in grado di fornire proiezioni spaziali, mappandolo, riducendo così la complessità del mondo fisico. Lo “spazio” così inteso è un prodotto umano, nato dal bisogno di orientamento, che si oppone alla concretezza del “luogo” come dimensione altra, imponderabile, di cui il labirinto è una tipica raffigurazione: “Non essendo né uniforme né reversibile, da esso non è detto che si faccia ritorno, e per questo il luogo cela in sé anche il pericolo della presenza dell’alieno, della mancanza di controllo da parte di chi lo penetra, di ciò che non si può o non si sa interpretare e che viene associato al sacro e al misterico. Lo spazio, al contrario, è un territorio spalancato, dritto, privato di un livello interpretativo, non presenta angoli bui, è innocuo e dominabile.”
Odisseo che con un ramo “reso affilato e dritto, grazie alla tecnica” riesce ad accecare il mostro, appare all’autore come “apoteosi dell’uomo civilizzatore”. Il suo ingegno consiste propriamente nella riduzione della complessità del reale, al fine di non soccombervi. La caverna in cui l’eroe affronta il Ciclope ha le sembianze di un labirinto. “Nel mondo del Ciclope, è impossibile per gli uomini esistere e sopravvivere, troppo di esso è incomprensibile e fatale. Per renderlo accessibile alla dimensione umana, il mondo va accecato, bucato e scomposto. Va appiattito e visto dall’alto, da una condizione superiore.”
Astrarre, dunque, per dimenarsi in una realtà insondabile e minacciosa. La semplificazione razionale del mondo fisico attraverso la sua mappatura giunge a un culmine nel Rinascimento, tanto da guidare Colombo alla scoperta delle Americhe. Eppure, nel famoso Globo di Lenox del 1508 compare ancora l’iscrizione, Hic sunt dracones, a rammentare la persistenza di una zona oscura, paragonabile a un labirinto, popolata da mostri, la quale nondimeno nei secoli successivi sarà spazzata via dai progressi della scienza. “Tutta la storia del progresso umano, la storia dei miti arcaici, delle scienze matematico-geometriche, della cartografia e delle esplorazioni geografiche è allora riassumibile nel tentativo ultimo di tradurre i luoghi in spazi, di vincere il mistero del mondo per controllare la realtà, riducendola a unità di misura e rappresentandola sulle carte geografiche per renderla innocua.”
L’utopia progressista, che procede di pari passo con la trasformazione scientifico-tecnologica della vita, si è proposta di rimuovere la zona d’ombra della realtà, di cui fanno parte l’irrazionale e l’inconscio umano. Inseguendo un ideale di trasparenza e illuminazione, ha tuttavia rivelato a varie riprese nella storia anche recente una dialettica perturbante e distruttiva, e questa utopia sembra oggi più che mai volgersi in un prospetto distopico che neppure i suoi più fervidi sostenitori negherebbero. Ecco che mostri, non meno minacciosi del Minotauro, riemergono, sebbene sotto altra, imprevedibile veste. In questo collegamento fra l’arcaico e il modernissimo, alla ricerca del labirinto perduto ancora in grado di divinare il nostro futuro, risiede il merito maggiore del saggio di Mantovani.
Il labirinto ci parla ancora oggi, non in quanto retaggio archeologico di culture defunte, ma nella sua funzione di archetipo mitologico, un pensiero che affonda nell’inconscio e “denuncia un’associazione mentale alla base dell’antropologia occidentale: il nesso fra morte e caos”. Mantovani compie un viaggio a ritroso per indagare la relazione del labirinto con la morte nella nostra storia culturale. Una testimonianza iniziale emerge dal Gilgameš, il poema sumerico di quattromila anni fa, il cui eroe si avventura in una foresta di cedri, un territorio immenso e inaccessibile agli umani, dimora degli dèi, luogo altro “presidiato da forze oscure e rovesciato rispetto al mondo dei vivi”. È fra le prime rappresentazioni di uno spazio labirintico, abitato dalla figura mostruosa di Humbaba, “il cui viso è composto da un intreccio di viscere”. Il riferimento alle interiora, secondo Mantovani, non è un caso; su tavolette d’argilla di origine mesopotamica, infatti, sono state rinvenute raffigurazioni delle viscere spiraliforme di animali sacrificati per la divinazione. Ecco svelato un “aspetto cruciale del silenzioso retroterra antropologico pregreco e preoccidentale del labirinto: l’atteggiamento tutto arcaico che vede nel rapporto fra vita e morte una condizione necessaria per la vita stessa.”
Meno organica appare la relazione fra vita e morte nella cultura greca, che nella sua “ansia razionalizzatrice” tende a marcare più nettamente i confini delle due dimensioni. Nel labirinto più famoso, quello di Creta, l’iniziazione al mistero della morte pare sia stato mediato dalla danza: Omero paragona il movimento coreografico del coro danzante sullo scudo di Achille a quello che Dedalo fabbricò un tempo per Arianna. Un percorso a spirale che “come per Teseo, simboleggiava il percorso da svolgere per entrare nella morte e per poi uscirne, superandola e rinascendo.” Il gomitolo che Arianna regge nell’iconografia arcaica non sarebbe, secondo la tesi di Mantovani, solo il classico filo che consente di uscire dal labirinto, ma richiamerebbe “l’intrico del mostro Humbaba”, sottolineando “la persistenza fluida del rapporto tra vita e morte” nel segno della “Signora-del-Labirinto”.

Nell’Eneide di Virgilio si trova un riferimento al labirinto cretese la cui struttura spiraliforme è paragonata ai movimenti delle danze eseguite dai troiani durante i giochi funebri indetti da Enea in onore del padre defunto. Il rapporto fra labirinto e morte in questo caso non è mediato dalla figura femminile, bensì dall’immagine della città di Troia con il suo tragico destino. Prevale qui “l’idea di un inevitabile deperimento imposto con una forza superiore, di una disgregazione inesorabile e predestinata di tutto ciò che in un tempo migliore è stato stabilito e fondato.” Mentre il labirinto di Arianna offre un’uscita, quello associato a Troia appare mortifero: nonostante la sua funzione apotropaica, “esso si manifesta in maniera recondita e incontrollata nelle rovine delle città, nel tracciato contorto che rimane di ciò che prima era fondato e stabilito: nel tracollo dei confini umani, lì sta il labirinto.”
Mantovani approfondisce questa associazione fra città e labirinto mortifero per la sua rilevanza in epoche più moderne, dove proliferano le raffigurazioni di città senza confini, moloch che fagocitano gli individui. In realtà, dall’epoca classica, fino a Rinascimento, passando per il Medioevo, la costante della figurazione del labirinto è la duplicità, l’oscillare fra rivelazione e disfacimento, fra ordine e caos, rinascita e morte. Non a caso il labirinto appare frequentemente come simbolo del viaggio iniziatico: “La confusione generata dal labirinto diverrà allora allegoria di un processo conoscitivo del mondo e della realtà, in un modello di passaggio dall’ignoranza alla comprensione”. Nell’interpretazione ecclesiastica medievale, poi, “assume su di sé un carico morale, ma diventa anche figura teleologica che, attraverso una serie di tortuosità educative, è in grado di condurre gli uomini verso la salvezza.” Alla fine della sua disanima storico culturale l’autore, riprendendo le considerazioni di Umberto Eco, definisce il labirinto come “uno degli strumenti più antichi per rapportarci con la forma del mondo”.
Resta da chiedersi, come si manifesta nella cultura contemporanea dominata dalla hybris tecnologica una figura che confronta l’uomo con la sua caducità e impotenza. È nelle odierne megalopoli senza centro che Mantovani vede riemergere le forme del labirinto, per descrivere le quali riprende il concetto di rizoma elaborato da Guattari e Deleuze, come espansione non gerarchica e non lineare: “il progresso urbano basato sulle moderne aspettative di linearità e progresso viene meno, perché in contrasto con una dimensione spaziale – quella della metropoli contemporanea – che rifiuta proprio quelle strutture che ne avevano determinato lo sviluppo. La crisi di questi elementi ermeneutici della modernità apre così la strada all’emersione del labirinto”.
Dalle visioni di Metropolis alle atmosfere di Blade Runner, l’immaginario del Novecento ha eletto la distopia a specchio della metropoli: un legame indissolubile dove l’ipertrofia urbana diviene il riflesso plastico di un’espansione capitalistica incontrollata. La visione del progresso, della crescita razionale si rovescia nell’opposto, proiettandosi in uno spazio senza limiti, minaccioso e distruttivo. La città diviene emblema di una contemporaneità priva di punti di riferimento, agglomerazione senza centro in cui affiora l’assurdo. La perdita del centro significa anche la perdita del senso, e l’esperienza che l’uomo moderno orfano della Verità fa delle città è paragonabile allo smarrimento prodotto dal labirinto, dove tuttavia manca un’uscita e il filo di Arianna finisce per ingarbugliarsi come lo “gnommero” di Gadda. Mantovani annovera alcuni autori che hanno riflettuto sulle possibilità di dimenarsi in questa realtà annichilente: per Calvino la sfida al labirinto consiste nello sforzo di comprendere e razionalizzare il caos; Benjamin, invece, suggerisce la strategia del flâneur che si fa narratore urbano alternativo; mentre il sociologo Michel de Certeau propone pratiche anonime che si oppongano alla funzionalizzazione degli spazi cittadini.
Permane, ci ricorda l’autore con questi esempi, l’associazione fra labirinto e dimensione “altra”, minacciosa e potenzialmente letale, la quale, tuttavia, nel corso degli ultimi secoli è stata prodotta dall’uomo stesso, incapace di frenare la propria inarrestabile dinamica razionalizzatrice: “Lo spazio del capitalismo, oltre che della rapidità, è dunque anche uno spazio del controllo, e chi lo attraversa si perde in questo nuovo labirinto privo di segni, privo di centro, privo di significati, ma oppressivo e normalizzante.” In questo labirinto moderno – l’autore menziona al proposito il romanzo Blocchi di Ferdinand Bordewijk (Bompiani, 2002), che tratta di un futuro stato totalitario distopico, dove l'architettura cubista e l'ossessione per l'ordine geometrico annullano l'individualità umana – sembra, a differenza di quello classico, mancare una via di uscita. Se ciò vale per la città distopica, che per quanto alienante resta una realtà fisica, tanto più grave appare la confusione nell’era digitale, in cui in cui l’uomo si ritrova irretito fino in una rete labirintica senza centro, una condizione di smarrimento totale riassunta dal titolo del saggio: “qui non c’è niente”.
Che la cultura razionalistica, nel tentativo di liberarsi del labirinto – in quanto metafora dell’inscrutabilità della realtà – possa diventare a sua volta labirinto, è illustrato dalla ben nota dialettica dell’illuminismo. La sfida che questa nuova minacciosità prodotta dall’uomo stesso implica, riafferma il valore atemporale dell’archetipo labirinto che continua a provocare la domanda su cosa sia umano, mettendo in questione la nostra millenaria tradizione antropocentrica. Il labirinto in quanto “figura che elimina la nostra centralità e ridà forza al mondo, marginalizzando l’umano” funge ancora oggi come presa di coscienza della nostra mortalità e si prospetta come una rivelazione fondamentale per affrontare la realtà in modo più comprensivo e visionario.
Qui non c’è niente è un saggio ricco di suggestioni e riflessioni brillanti che spazia con disinvoltura fra storia dell’arte e letteratura, sociologia e urbanistica, passando da Omero a Kafka, da Sant’Agostino a Italo Calvino, da Paul Auster a Mark Fisher. Sul tema della permanente insondabilità della realtà, ci viene da ricordare anche il romanzo Una separazione dell’autrice americana Katie Kitamura (Bollati Boringhieri, 2025), dove la protagonista riflette sulla misteriosa scomparsa del marito in relazione alla sparizione dell'aereo MH370 della Malaysia Airlines nell'Oceano Indiano avvenuta nel 2014. Un enigma tuttora insoluto, nonostante le tecnologie satellitari sempre più avanzate, che conferma la tesi dell’autore: la letteratura indaga le zone d'ombra poiché esse sono destinate a persistere, come labirinti insolubili, anche nelle future ere tecnologiche.