Andrea Emo: solitari paesaggi
“Io sono nato in ottobre e amo tutti gli autunni. Sono affine alle epoche in cui nelle porpore, negli ori, nei diademi e nelle filosofie, riluce il mistico dissolvimento e il crepuscolo magico e purpureo delle forze millenarie. Amo Alessandro, Epicuro, amo Diocleziano e Plotino, amo Bisanzio e l’Oriente, amo perfino il Cristianesimo. E in ultimo, argomento ad hominem, i miei pensieri sono intimi alla sera, e il mattino mi estranea a me stesso. E sono diventato un filosofo forse per questo: non è il crepuscolo l’ora chimerica degli enigmi? O il volo vespertino delle nottole, o quegli occhi inumani?”
Questo passaggio è tratto da Paesaggi dell’anima (Inschibboleth, 2026), la più recente raccolta di aforismi di Andrea Emo (1901-1983) a cura di Massimo Donà e Raffaella Toffolo. Le poche righe riprese in esergo sono sufficienti a restituire una prima visione di quanto il volume è in grado di offrire al lettore: non solo la profondità che ha sempre contraddistinto la meditazione filosofica emiana, ma anche una non meno apprezzabile prosa.
La presentazione di un testo emiano, tuttavia, ci pone immediatamente di fronte a un problema: Andrea Emo non ha mai pubblicato nessuno dei suoi scritti. Appartenente a una famiglia di nobili origini, Emo si è iscritto alla facoltà di Lettere dell’Università di Roma nel 1918, senza tuttavia mai portare a termine questo percorso. È sempre il 1918 l’anno in cui Emo segue le lezioni di Giovanni Gentile e, inoltre, comincia la stesura dei Quaderni, un’opera che il filosofo veneto prosegue pressoché ininterrottamente fino al 1981. Per tutta la sua vita, dunque, Emo non cessa mai di leggere, pensare e annotare fittamente quasi quattrocento – 398, per la precisione – quadernoni a righe, oggi conservati presso il Fondo Emo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Se li si sfoglia, si apre una finestra sulla molteplicità degli interessi del filosofo veneto: riflessioni di natura strettamente filosofica accompagnano pagine dedicate a tematiche religiose, oltre che artistiche e politiche. Come anticipato, tuttavia, nemmeno una riga di questi 398 quaderni è mai stata pubblicata dall’autore stesso. I Quaderni restano infatti sconosciuti al pubblico sino alla morte di Emo, quando la moglie, Giuseppina Pignatelli, farà leggere il materiale a Massimo Cacciari che, convinto della caratura filosofica e non solo del loro contenuto, affiderà poi a Massimo Donà e Romano Gasparotti il compito di una prima indagine del fitto corpus emiano. Proprio questa operazione rappresenta la base della pubblicazione dei Quaderni, ancora in fieri. Ed è sempre nel contesto di questa pubblicazione che oggi al pubblico è offerto anche il volume Paesaggi dell’anima.
Il destino dell’opera emiana sembra quindi segnato quasi da una certa ironia: la morte di Andrea Emo coincide, paradossalmente, con la vita del suo pensiero, con il farsi pubblico dei suoi scritti. Ma forse in questa coincidenza di morte e vita si potrebbe rileggere proprio uno degli elementi che più caratterizza il pensiero filosofico di Emo: la contraddittorietà del reale. Secondo Emo, se a ogni cosa fosse concesso il dono della parola, questa – come ricorda Massimo Donà nell’Intervista condotta da Giovanni Sessa a chiusura del volume – intonerebbe il canto dello Jago shakespeariano, dicendo di non esser quel che è. L’attenzione alla paradossalità e alla contraddittorietà dell’essere è ciò che più contraddistingue la visione emiana del reale, sin da Il dio negativo, la prima raccolta apparsa dell’autore. Ogni cosa, essendo quel che è, non è quel che è: in Paesaggi dell’anima quest’intuizione fondamentale assume le tonalità più diverse. Si presenta prima come una tesi dal sapore ontologico, e che cioè viene a caratterizzare la natura più propria del reale, per cui “non vi è un evento puro; ogni evento ha una duplice faccia, un paradiso e un inferno. Ogni evento è attualmente e simultaneamente un’aurora e un tramonto, e noi siamo attualmente i nostri antipodi” (p. 28). La medesima paradossalità viene però a esprimere la natura stessa dell’amore, che per Emo non si palesa tanto in ciò che di una persona possiamo dire e sapere, nelle identità in cui pensiamo di poter incasellare qualcuno o qualcosa. Piuttosto, l’amore si manifesta proprio nella contraddittorietà dell’altro, per l’attrito che questo offre rispetto alle immagini nelle quali penseremmo di aver colto la sua realtà: “ciò che amiamo in una persona, più che la sua realtà, è la sua irrealtà […]. Noi amiamo le cose e le persone per ciò che vi è in esse di irreale; quando cerchiamo l’identità di una persona o di una cosa, scopriamo la sua diversità da se stessa. Ogni realtà è animata dalla sua irrealtà; l’irrealtà che è la sua gloria, il suo pensiero” (p. 130). La coincidenza della morte dell’individuo Andrea Emo con la nascita della sua opera, allora, può essere pensata come un’ulteriore esemplificazione di quella negatività che per il pensatore veneto costituisce la natura più propria del reale. In altre parole ancora, prese in prestito questa volta dalla preziosa Prefazione di Massimo Donà che apre il volume, a palesarsi è nientemeno che quell’“ambiguità della verità, che non vive se non nell’erranza infinita, cioè in un alienarsi continuo. In un continuo farsi altra da sé” (p. 17).
Ma nell’isolamento della scrittura emiana, refrattaria alla dimensione pubblica, si può cogliere pure un’altra tematica che, in modalità particolarmente icastica, restituisce la figura del nostro autore: la solitudine. Senza particolari esitazioni, Andrea Emo può infatti essere definito una personalità solitaria: circondato da poche amicizie – tra le quali, menzioniamo la poetessa e scrittrice Cristina Campo, oltre che Alberto Savinio – e da una famiglia cui era profondamente legato. La medesima solitudine è testimoniata pure dall’amico Ernesto Rubin de Cervin, musicista e scrittore, il quale ricorda come, per Emo, “rivolgersi verso l’esterno, verso gli altri, ‘parlare’ era spesso null’altro che un atto di buona educazione o di rispetto o di affetto, ma mai una necessità”. In questo ripiegamento su di sé si può allora cogliere, quasi da una diversa angolatura, il mancato interesse alla diffusione pubblica delle tante pagine così fittamente annotate nel corso di una vita.
E non è allora casuale che il tema della solitudine rappresenti il centro pure di Paesaggi dell’anima, volume aperto da un Prologo sulla vita e che si articola in cinque capitoli intramezzati da fotografie di Andrea Emo e delle sue dimore. Le questioni affrontate sono molteplici, e spesso rappresentano problemi ai quali la storia del pensiero – filosofico e non – non si è affatto sottratta.
Il primo capitolo affronta l’argomento della genialità, da Emo felicemente definita come una “follia a lieto fine” (p. 31). In questi aforismi, Emo discute il genio rivolgendo particolare attenzione all’avventura della sua creazione. L’opera che nasce dall’atto creativo del genio assume vita propria, e l’autore finisce quasi con l’essere distrutto o assorbito in essa. Segue quindi il secondo capitolo, dedicato alla fantasia. Dapprima, la fantasia è ciò che problematizza il tradizionale, il cliché e l’abitudine sino alla loro corrosione: essa è un’entità “di liberi costumi, che ama fare le corna alla realtà, al reale che tenta” di legarla a sé “con le sue attrazioni gravitazionali” (p. 46). Ma la fantasia è ciò che, proprio decostruendo l’abituale e facendo piazza pulita dei clichés, consente di fare emergere una nuova visione della realtà. Fantasia è addirittura, prosegue Emo, l’“anima mundi, la folle, arbitraria, geniale creatrice dell’ordine” (p. 48). Da molteplici sfaccettature è caratterizzata anche Venezia, cuore del terzo capitolo di Paesaggi dell’anima: sospesa tra Oriente e Occidente, quasi onirica nella sua costituzione, Venezia “è nata ambigua e rimase ambigua, duplice e plurale” (p. 58). Seguono poi un capitolo eponimo, che è anche il più fitto della raccolta, e l’ultimo, che chiude il volume tornando sulla vita, tematica già oggetto degli aforismi del Prologo.
Gli aforismi emiani di Paesaggi dell’anima pongono quindi il lettore innanzi a una pluralità di tematiche. Vuoi con affondi più filosofici, vuoi con figure e paragoni penetranti e significativi, il confronto che Emo ingaggia con tali questioni restituisce l’immagine di un pensatore che, pur lontano dal dibattito pubblico, non è mai mancato all’appuntamento con l’interrogazione critica.
In questa sede non possiamo che affidare al lettore la totalità e la ricchezza degli aforismi emiani di Paesaggi dell’anima. Quel che ci è possibile in questa recensione, tuttavia, è un ritorno sulla solitudine, figura che abbiamo visto caratterizzare il profilo emiano, e che non a caso pervade anche il presente volume. All’interno del quarto capitolo, la solitudine si ripresenta costantemente e secondo le guise più eterogenee. Nella forma dell’incomprensione, è accennata in un aforisma datato 1929: “Per un uomo è molto più importante essere compreso che essere amato. Io non dubito che molte persone mi amino, ma temo che nessuno mi abbia compreso” (p. 69). Ancora, la solitudine emerge in un passaggio che sembra quasi essere riferito alla scrittura, inesausta e appunto isolata, che ha accompagnato continuamente la vita di Emo: “La nostra vita è un lungo monologo senza risposta. Siamo un autore senza pubblico: e come ogni autore, cioè come Dio, dobbiamo crearci il nostro pubblico” (p. 102). Ma la solitudine ritorna pur laddove è paragonata all’esistenza della luce: “la sola essenza che somiglia alla solitudine è la luce. La luce trasparente e senza alcun punto di appoggio, senza oggetto e senza scopo” (p. 126). E, infine, al sole: “Il sole nel cielo è unico e solo; e la sua apparizione distrugge il firmamento infinitamente plurale, la moltitudine degli altri. Ma la solitudine del sole, lucida come una coscienza, abolisce ogni solitudine. La pluralità degli astri è la pluralità delle solitudini; sotto la solitudine lucida del sole la solitudine è una tenebra che si dissolve. Non vi è solitudine per una trasparente coscienza – che è sempre sola” (p. 95).
Non bisogna però pensare che la solitudine emiana equivalga a una condizione statica e quasi claustrofobica per il singolo. Al contrario, essa è apertura al nuovo e alla differenza. È proprio quanto si descrive in un aforisma del 1934, nel quale Emo presenta l’incontro tra due anime. Laddove due individualità interagiscono sino al vivere ciascuna nell’altra, l’antica solitudine è perduta, e anzi essa è “felice di scomparire, di distruggersi”. E perché mai? Perché, addirittura, “la distruzione della nostra solitudine […] è sentita come un nostro dovere” (p. 76)? Perché l’individuo particolare, cosa finita e perennemente in rapporto ad altro, non è appunto mai davvero solo. Esso giace sempre accanto ad altro. Vera solitudine è allora quella del noi, dell’anima che si annulla e vive in un’altra anima – quella propria dell’amore, che perciò Emo definisce come la ricerca “della nostra universalità” (p. 76). Il singolo io nega la propria solitudine nel rapporto con l’altro; così facendo, perviene alla vera solitudine: quella dell’assoluto che, sciolto da tutto, si fa espressione del più radicale isolamento. Paradosso? Contraddizione? Può darsi, ma il genere è indubbiamente di quelli che il pensiero di Andrea Emo ci ha insegnato ad apprezzare.