Jan Brokken geografo delle emozioni

28 Luglio 2026

La malinconia del viaggiatore di Jan Brokken (Iperborea, Milano 2026) è un libro composto da quattordici racconti che ruotano intorno al tema del viaggio: un viaggio dentro vite antiche e attuali di artisti, colte in attimi illuminanti dove il lettore non riesce a separare la realtà storica dalla visione del narratore e da questa intrigante ambiguità ricava inquietudine e turbamento. Questi i titoli dei racconti: La casetta delle lettere nel cimitero; Addio a Budapest; Verso il Nuovo Mondo; Non una fiaccola, ma una spada; “Dream a Little Dream of Me”; L’amore è una voce che sussurra; Il Servais; Il pittore e la suora; Il “lamento di Arianna”; Ah, Napoli!; Il motociclista di Rovereto; La Casa di Goethe; Vivere attraverso i sensi; “Io la invidio”.

Partiamo dalla fine del libro, dall’ultimo racconto “Io la invidio” e dal suo incipit: «Come sarò a ottantasette anni?». Il racconto è la descrizione dell’incontro dell’autore con il poeta armeno Ismail Kadare, che morrà poco più di un anno dopo: al centro della conversazione due poeti russi, Osip Mandel’stam e Boris Pasternàk, evocati dall’autore nel libro Quando il dittatore chiama. In un punto del racconto Kadare trascrive la celebre poesia satirica di Mandel’stam (quella in cui mette alla berlina Stalin, “l’osseta dalle grandi spalle” e che provocherà il suo arresto), e commenta: «Conoscevo quella poesia satirica, ne avevo scritto in “Quattro poeti e la rivoluzione”, un articolo pubblicato nel 1982 sul settimanale Haagse Post. Mandel’stam l’aveva recitata sottovoce a Pasternak durante una passeggiata serale lungo il viale Tverskoj a Mosca, un fatto che Kadare, stranamente, non menziona. Dopo gli ultimi versi, Pasternak guardò Mandel’satm e balbettò sconvolto: “Io non l’ho mai sentita e tu non me l’hai mai recitata”. Era dinamite pura, ma Mandel’stam, provocatore nato, la lesse almeno altre diciotto volte e... presumibilmente un giornalista la riferì ai servizi segreti»

È abitudine di Jan Brokken mettersi in viaggio verso luoghi da cui trarrà la necessaria ispirazione per un “racconto d’artista”. Il titolo del libro, La malinconia del viaggiatore, riflette solo in parte lo spirito del viaggiante: uno spirito pervasivo, ardente, entusiasta, che descrive tristezza e gioia senza esserne travolto, trasformandole effettivamente in malinconia. Nel 2008 l’autore scrisse Nella casa del pianista, un romanzo storico-biografico sulla figura del pianista russo Jouri Egorov, di cui fu amico, emblema di un genio sregolato, esule dall’Unione Sovietica per diventare famoso in Occidente, stroncato dall’Aids a trentatré anni.

In La malinconia del viaggiatore sono quattro i musicisti evocati da Brokke: Bela Bartòk, Anner Bylsma, Antonin Dvoràk, Claudio Monteverdi. Ogni volta che lo scrittore si avvicina a queste vite, il lettore non si trova tanto incantato dalla densità linguistica quanto sedotto dalla trasparenza della narrazione, con la quale si cala nel tempo dei compositori e degli interpreti da osservatore minuzioso e attento, da vero geografo delle emozioni artistiche.

Se esaminiamo il racconto Servais dedicato ad Anner Bylsma siamo commossi da come l’autore, identificandosi nel violoncellista olandese, ci cala nel mistero non tanto e non solo delle esecuzioni ma degli strumenti con i quali realizzarle, da uno Stradivari a un Servais. Il pensiero corre naturalmente alle fobie e alle ossessioni di un Glenn Gould e di un Benedetti Michelangeli, che adoravano un certo strumento e solo quello, e si rifiutavano di poggiare le loro dita su pianoforti che non rispondevano alla loro idea di suono.

Brokken ci mostra come la realtà storica, appena modificata dai poteri della finzione, sia luogo fecondo di immaginazioni e di fantasie almeno quanto la fiction pura. Un esempio fra i più intensi è il racconto Il lamento di Arianna. L’opera di Monteverdi, Arianna, fu rappresentata con grande successo, per la prima volta, a Mantova, l’8 maggio 1608. «L’opera – che allora si chiamava ancora dramma per musica – venne rappresentata per l’ultima volta sotto la direzione dello stesso compositore a Venezia, in occasione dell’inaugurazione del Teatro San Moisè, nel 1640, trentadue anni dopo la prima. Anche quella esecuzione fu un successo. Monteverdì morì tre anni dopo, nel 1643, e la partitura andò perduta. Sia la versione mantovana sia quella veneziana, fatto singolare». Su questa doppia perdita dell’Arianna il racconto gioca le sue carte. Il protagonista, uno scrittore invitato a Mantova per l’annuale Festival della scrittura, incontra uno strano personaggio, una sorta di Visconte, che gli confida di possedere la versione originale del capolavoro monteverdiano e di volerlo affidare proprio a lui. La diffidenza dello scrittore e l’insistenza del possibile venditore fanno sì che, da quell’incontro, non arrivi nulla di concreto.

Nel racconto Il pittore e la suora, ispirato a Henri Matisse, Brokken scrive: «Se Dio esista, non lo so ancora nemmeno io. Per chi dubita, Matisse ha comunque creato uno spazio in cui raccogliersi. “Quando lavoro, credo in Dio”. Nella Cappella del Rosario a Vence ho cominciato a comprendere sempre meglio quelle parole. Tra fede e creazione artistica esiste un legame sacrale che diventa visibile, anche solo per un istante, nella luce colorata che Matisse è riuscito ad afferrare con le vetrate della sua cappella. Una luce come un fiore nel deserto, come una pianta grassa dai fiori gialli e carnosi, contro un cielo d’un blu intenso». Nelle sequenze del racconto Matisse si lega spiritualmente con un’infermiera, sua ex modella, che diventerà suora e a cui confiderà le sue ultime idee intorno alla bellezza, simboleggiate proprio dalla Cappella di Vence. Piace, a Brokken, inoltrarsi nelle pieghe della storia attraverso i filtri della visione artistica ed esporre i suoi nodi con pacata semplicità, senza concedersi tentazioni critiche o narrazioni spettacolari. Si adagia negli eventi o li crea, lasciando che scorrano. Prende la parola per modellare alcuni nessi e inventarne altri, diventando narratore di un passato che avvicina il passato al presente, rendendolo vivo non come un ricordo ma come l’imminenza di qualcosa di ancora attuale.

k

In La cassetta delle lettere nel cimitero l’ispirazione del racconto viene proprio dal poeta Antonio Machado, che ebbe l’idea di collocare una cassetta delle lettere vicino alla sua tomba, nel cimitero di Collioure. Scrive Brokken, di Don Antonio: «Più volte aveva dichiarato che non gli interessava la gloria, che detestava onorificenze, titoli e monumenti, e non sentiva affatto il bisogno che qualcosa portasse il suo nome. L’unico suo desiderio era che “le mie parole continuino a vivere”. E il suo desiderio si è avverato: lo dimostrano tutti quei messaggi depositati nella cassetta delle lettere, inviati da persone per cui le sue parole sono state e continuano ad essere importanti, tanto da affrontare un pellegrinaggio fino a Collioure. Sul foglio che ho fatto scivolare nella cassetta c’era scritto: “da viaggiatore a viaggiatore,/ nonostante il tempo,/cambiano le strade,/ resta il tuo faro”».

“La malinconia del viaggiatore”, qui evidente nel diretto rapporto con la morte, in altri casi trova forme nuove e sorprendenti, che formano una realtà trasfigurata, come quando Brokken descrive, in Verso il Nuovo Mondo, la passione di Antonin Dvorak per la velocità dei treni e la bellezza dei vapori emanati dalle locomotive, per i viadotti ferroviari della Boemia, per i diecimila chilometri di binari che percorrevano tutta la regione: «La sua passione per i treni, per quanto fosse innocua, gli sarebbe tuttavia risultata fatale. Nella primavera del 1904, sul marciapiede della stazione Franz-Josef, nel quartiere di Vinohrady, prese un raffreddore che si trasformò rapidamente in polmonite. Il primo maggio del 1904, domenica, dopo pranzo disse che si sentiva un po’ stordito, e che doveva andare a sdraiarsi un momento. Non si sarebbe più rialzato. Mi immagino che l’ultima cosa che udì fosse il fischio della locomotiva a vapore in partenza per Nelahozeves. O forse invece il “Dies irae” del suo Requiem. Personalmente, sceglierei questo per dare alla morte, inesorabile com’è, un che di glorioso. Ma forse non udì altro che il silenzio, accordo finale di una vita piena di musica».

Ed è sorprendente e ironico come in un altro racconto, Non una fiaccola ma una spada, Brokken descriva, parlando di Kafka, proprio l’atteggiamento opposto: «Kafka detestava i treni. Per lui erano decisamente troppo efficienti. Non conoscevano deviazioni, andavano dritti verso la loro destinazione, senza la minima esitazione. Riducevano l’uomo a un ingranaggio di una macchina ben oliata; gli sottraevano il libero arbitrio, ridimensionavano la sua fantasia alla misura di un orario ferroviario».

Lo scrittore ha un solo desiderio: pedinare i pensieri dell’artista, aderire alla sua realtà storica come un impossibile testimone, fedele al dovere della coerenza e alla felicità della narrazione. Nel racconto viene alla luce non un Kafka sprofondato nei suoi incubi ma un essere umano assetato di libertà, “praghese fino al midollo”, che vuole fuggire da “questa Praga odiosa”, dagli artigli della città e della famiglia, e può farlo solo con le armi della scrittura: “Un libro deve essere una scure per il mare ghiacciato dentro di noi”. Il Kafka immaginato da Brokke è un personaggio letterario, è il protagonista di America, è Karl, “un codardo che nel Nuovo Mondo spera soltanto di cavarsela il meglio possibile. L’America si apre davanti a lui. Ma la dea della Statua della Libertà ha qualcosa di strano: alla luce improvvisamente più intensa del sole, Karl vede che non tiene alzata una fiaccola ma una spada”.

Nel racconto La Casa di Goethe così Goethe descrive il suo arrivo a Venezia in Viaggio in Italia: «Era dunque scritto nel libro del destino, alla pagina mia, che l’anno 1786, la sera del 28 settembre, alle cinque secondo il nostro orologio, avrei visto per la prima volta Venezia entrando dalla Brenta nelle Lagune, e che poco dopo avrei toccato questo suolo e visitata questa meravigliosa città di isole, questa repubblica di castori. Così, Venezia non è più, per me, grazie agli dèi, una semplice parola, un nome vano, come quelli che così spesso hanno tormentato proprio me, nemico mortale delle parole vuote». Leggendo questa citazione goethiana, nel libro di Brokken, quasi sorrido, essendo nato io stesso, più di duecento anni dopo, il 28 settembre, il giorno in cui Venezia venne scoperta da Goethe per la prima volta. Mi viene da pensare che i libri dello scrittore olandese colpiscano la fantasia del lettore proprio per essere una felice mescolanza di analogie biografiche, fantasie storiche e divagazioni artistiche, e questa mescolanza fluisce, grazie alla semplicità della narrazione, in un racconto verosimile, attuale ma fantastico. Non è solo un caso se a exergo del libro venga apposto un frammento del Diario 1941-1943 di Etty Hillesum: «Forse ogni vita ha il proprio senso, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo».

Chiuderò questa breve nota critica tornando a Il Servais, il racconto dedicato al violoncellista Anner Bylsma, e al momento in cui una malattia muscolare impedirà al musicista di continuare a suonare. Brokken coglie quella che per lui è l’essenza dell’arte: non l’opera finita o realizzata, ma la tendenza all’arte come “modo di essere” che, nel rapporto con le emozioni vitali, rende la vita armoniosa e piacevole, trasformando la “malinconia del viaggio” in elegia per la gioia eterna dell’arte: «Poteva continuare a far musica ascoltando gli altri. Poteva insegnare, riflettere e suonare mentalmente con i giovani violoncellisti. Poteva studiare ancora una volta a fondo le più antiche delle Suites per violoncello solo di Bach, e scrivere un libro con indicazioni e suggerimenti. La vita è bella quando si riesce a creare musica da ogni cosa, anche se non si riesce più a trarre una sola nota dal proprio strumento. Più ancora che un piacere, la musica è un modo di essere».

Ma non si parla solo della musica in sé: più intimamente, della musica di essere viaggiatori: «È questa l’essenza del viaggio: staccarsi da se stessi, dimenticarsi di sé, di essere qualcuno che ha un nome, un passato, una storia, una reputazione, per cominciare una nuova esistenza». L’autore ci indica le molteplicità di questa resurrezione del proprio io in persone diverse, per le quali non conta l’epoca o l’età ma solo l’impulso, comune, a scoccare una freccia nelle regioni e nelle storie dell’arte, sempre simili e sempre diverse. In Nella casa del pianista Jan Brokken scrive: «Gogol poco prima di morire chiese una scala. Aveva cinquantasette anni quando capì che era giunta la sua ora. Per tutta la vita si era beffato di tutto e tutti. Negli ultimi minuti di vita tracciò un’ultima caricatura, stavolta del desiderio umano di salire al cielo e gridò: “Portatemi una scala! Presto, una scala!”»

Leggi anche:
Alessandro Mezzena Lona, Un viaggiatore in cerca delle anime della città 

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).