Como, stadio vista lago

17 Settembre 2026

Nel momento in cui la città di Como è diventata il Como, ovvero la meravigliosa squadra di calcio costruita dall’allenatore catalano Cesc Fàbregas, sono tanti i comaschi che abbatterebbero volentieri tutti gli edifici attorno al piccolo e ormai sghembo stadio “Giuseppe Sinigaglia” per lasciare spazio a un impianto adeguato ai tempi e al nuovo rango del club. Via tutto, senza discussioni. La rapidità con cui, durante l’estate, è stata prima demolita la struttura tubolare che costituiva la curva destinata alla tifoseria locale e poi ricostruita la versione in cemento richiesta dall’Uefa per poter ospitare i match di Champions League, è la dimostrazione di quello che la potente macchina della società indonesiana proprietaria del Como 1907 potrebbe realizzare in un futuro che molti si augurano prossimo. Su quello che potrà nascere circola dallo scorso anno un modello di rendering di raffinata e postmoderna fattura, e anche i meno attenti sanno qualcosa del contenuto di un progetto che dovrebbe comprendere spazi riservati ad attività commerciali, ristoranti, servizi destinati alla cittadinanza. Il tutto incastonato nella cartolina in movimento del primo bacino del lago, con le ville neoclassiche a fare da sfondo. Insomma, ogni elemento sembra aderire perfettamente all’altro grazie al potente mastice della Grande Bellezza: il movimento armonioso e geometrico della squadra sul campo, l’emozionante e cinematografico profilo paesaggistico, la struttura di un impianto che non dovrà essere monumentale, la previsione è di ospitare 15 mila spettatori, ma compatto, comodo, e, va da sé, spettacolare. 

Tutto perfetto, se non fosse per un particolare: lo stadio ancora non c’è. O meglio, c’è ma non è quello che il presidente del club, Mirwan Suwarso, ha promesso al suo pubblico. Lo stadio attuale è una summa disarmonica di quattro frammenti: la nuova curva in cemento; i gradoni dei distinti su cui il recente restyling non ha potuto cancellare i segni del tempo; la curva ospiti, anch’essa frutto di un maquillage di superficie come il settore che le è adiacente, la porzione di curva occupata dai tifosi del Como che godono dell’umbratile fama di “occasionali”; ed infine la tribuna, unico punto coperto e in gran parte conforme al progetto realizzato nel 1927 dall’architetto Giovanni Greppi, prima opera pubblica edificata dal regime fascista, nonché uno degli aurorali esempi di architettura razionalista. Ma dello stadio che sarà, per ora non c’è nessuna traccia, e la costruzione è rimandata all’anno che verrà, con ipotetica conclusione nel 2028, se tutto andrà come previsto dal cronoprogramma. Nell’immediato, l’effetto che questa assenza produce sul tifoso, corrispondente ormai a gran parte dell’ammaliata e composta popolazione locale, è quello noto ai bambini: una antipatica frustrazione che innervosisce, un sentirsi vicini a qualcosa di unico, certi che esista e che non appartenga al mondo delle fiabe, ma che inspiegabilmente viene negato e relegato, per ora, nella sfumata dimensione del sogno. È come se qualcuno, un adulto protervo, di continuo gli ripetesse, al piccolo incaponito: “No, non è ancora il momento, non hai l’età giusta, adesso non puoi ancora capire ma quando sarai in grado di farlo…”. 

Se per i pedagogisti potrebbe essere un delusivo no che però aiuta a crescere, per i pragmatici sostenitori del Como si tratta soltanto dell’ennesima dimostrazione della volontà di non cambiare che fa camminare appaiate due categorie sociali: i benpensanti e i burocrati. Eccoli gli orchi, i lupi cattivi, i lemuri che rovinano tutto. Sono quelli che hanno paura del bello e del nuovo, che vogliono procedere sulla strada di sempre, che non hanno altra intenzione se non quella di difendere il proprio interesse e il proprio stile di vita alla camomilla, e per giustificarsi intralciano il progetto tirando in ballo l’altezza del futuro stadio, il danno al paesaggio, l’alterazione degli equilibri degli edifici del Razionalismo (Novocomum, progettato da Giuseppe Terragni, sta proprio lì, di fronte alla tribuna), l’oscuramento del Monumento ai caduti (basato su un disegno di Antonio Sant’Elia), le ombre lunghe sul Tempio Voltiano; o ancora, il traffico congestionato, le chiusure delle strade in occasione delle partite; o anche, su un altro piano, il disprezzo delle regole, l’infischiarsene delle leggi, perfino il voltare le spalle alla democrazia. Una sintesi, stando alla lettura dei social, di elitismo refrattario a qualsiasi alterazione dell’esistente e progressismo di facciata: detto altrimenti, l’espressione di quello spirito radical chic salottiero che, indirizzato da un malcelato senso di superiorità, si nutre di disprezzo verso le sanguigne (anche se mai eccessive a queste latitudini) manifestazioni dei seguaci del pallone. 

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Un bersaglio che non è invisibile, ma che si è incarnato nel cosiddetto Comitato Civico per la difesa della zona stadio, che puntualmente muove gli avvocati per fare le pulci ad ogni iniziativa volta a dare compimento all’impresa. E, per sapere chi faccia parte di questa roccaforte, è sufficiente una scorsa ai post degli stessi social: lì, frammisto a maledizioni e vituperi, si scopre tutto sull’organico del Comitato, perfino nome e cognome e relativo indirizzo di casa di ogni suo componente. A cui bisogna aggiungere la lunga lista di architetti che si sono pronunciati contro un progetto ritenuto eccessivamente impattante in un quartiere di alto interesse storico. I successi calcistici hanno insomma diviso la città secondo confini che hanno l’aria di essere geo-sociali, riguardano chi popola un’area a rischio stravolgimento e anche chi proprio non sopporta la sua trasformazione in direzione del parco a tema di ispirazione disneyana, stando a quanto letteralmente ha affermato lo stesso presidente del Como. Un gioco delle parti che per ora, però, confonde. 

Perché se molte argomentazioni del Comitato sono ispirate da ragioni sacrosante, come non ammettere che dietro di loro non ci sia anche la tradizionale chiusura a riccio della classe dirigente comasca, che di fatto considera estranei gli abitanti dei quartieri periferici e semibarbari coloro che non hanno la residenza nel capoluogo? E come non osservare che tutta l’area dei cosiddetti giardini a lago, che sta a ridosso dello stadio e verso cui si indirizzano anche i progetti di ristrutturazione promessi dal club, per decenni è rimasta nelle condizioni di un’appendice dimenticata, una terra di nessuno destinata a incauti turisti e ai peones, schifiltosamente esclusa dagli itinerari dei comaschi? E come, soprattutto, non mettere in evidenza che il risveglio della città, dopo anni di latenza in cui gli stessi “buchi neri” ne segnavano imperterriti i confini – l’enorme area dismessa dell’ex azienda Ticosa, proprio all’ingresso del centro urbano, ne è il simbolo ancora eloquente – sia coinciso con l’iniziativa dei fratelli indonesiani Hartono, padroni di un impero fondato sulla produzione di sigarette kretek, e con la rinascita di una società calcistica che, fino al 2019, galleggiava faticosamente nelle categorie minori? Ma per complicare il quadro mancano due elementi, che, come qualcuno potrebbe ipotizzare, sono degni di una vera e propria trama da feuilleton. 

Poco distante dallo stadio, che, come si sarà capito, se ne sta nel bel mezzo di un’area densamente popolata, strade strette, rari parcheggi, c’è un edificio che ospita la scuola primaria “Corridoni”. Ebbene? Stando a quanto sostenuto dal sindaco di Como – è lui il secondo elemento della storia, secondo solo in ordine di esposizione però, perché in tutta la faccenda ha un ruolo chiave – la scuola non ha un numero sufficiente di alunni per continuare a rimanere aperta. Il sindaco ha più volte ribadito che la decisione non è sua, ma spetta all’Ufficio scolastico regionale, che già nel 2022 – ha affermato recentemente – aveva segnalato lo stato di degrado dell’edificio. In ottemperanza, avrebbe provveduto ad allestire delle aule in altri edifici scolastici del quartiere e della città. Dove sta il problema? Il Consiglio di Istituto della “Corridoni” lo ha espresso con chiarezza: non c’è motivo di chiudere la scuola, gli alunni ci sono. E, in sovrappiù, ha sottolineato come nelle sedi indicate quali alternative non ci siano, o non siano stati allestiti, gli spazi necessari per accogliere gli studenti. 

Dopo una lunga battaglia, che è ancora in pieno corso, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e il Consiglio di Stato hanno bloccato il trasferimento degli alunni e l’anno scolastico è iniziato regolarmente nelle aule della scuola. E qui torniamo al sindaco, il più che romanzesco Alessandro Rapinese, battitore libero estraneo ai partiti, tutto linguaggio schietto e diretto, uomo aerodinamico, insofferente di ogni lentezza, dei giochini e delle manfrine, capace di suscitare contrasti con chiunque e ovunque, da chi difende i ciliegi che aveva deciso di sradicare dalla pubblica via a chi non accetta di scendere dalla bicicletta nel centro storico dove ha imposto il divieto di transito, a detta dei più maliziosi come reazione all’investimento subito alcuni mesi fa. Ebbene il sindaco in questa storia entra di continuo: è lui a rappresentare la controparte con cui dialoga la società Como 1907, in quanto lo stadio è di proprietà del Comune; è lui che si è fatto riprendere soddisfatto di fronte alla curva costruita in pochissimi giorni; è lui che sbertuccia in pubblico le iniziative del Comitato sostenendo la causa dei tifosi; è lui che interviene per ordinare la chiusura della “Corridoni” e ne sostiene i motivi nel suo blog personale, l’ineffabile “RapiNews24”; è lui che viene ripreso in un video mentre va a svuotare le aule della scuola destinata ad ospitare gli alunni della “Corridoni”. Conclusioni? Nessuna, mi limito ai fatti. Una sola precisazione. Se la scuola chiuderà i battenti, l’edificio dovrebbe essere abbattuto e al suo posto potrebbe sorgere un parcheggio multipiano, destinato, come ha affermato lo stesso sindaco, a risolvere il problema del traffico posto dal nuovo stadio. La società Como 1907, ufficialmente, ha preso le distanze: nel suo progetto il parcheggio sta altrove.

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