La vera storia di tutti noi creduloni
Già con il titolo, La vera storia di Raja il Credulone, (traduzione di Licia Vighi, La Nave di Teseo) l'autore, Rabih Alameddine, nato in Giordania da genitori libanesi, ci invita a mettere in dubbio la credibilità di quello che stiamo per leggere. Il classico espediente letterario da satira picaresca, quello della verità dei fatti rispetto alla storia con la "s" maiuscola, viene calato nella tradizione orale medio-orientale del "Hakawati" (il cantore di storie: ed è questo, non a caso, il titolo del primo romanzo di Alameddine): il candide protagonista di questo libro, vive tra disavventure, inganni, reclutamenti forzati, nella Beirut dilaniata dalla guerra, prima e dopo, tra il 1960 e il 2023, la grande epidemia del Covid. Così il lettore può abbandonarsi senza difese all'eccezionale capacità narrativa di Alameddine, che lo tiene inchiodato architettando una storia in tre tempi, suddivisa in sette capitoli, e farsi travolgere. L'inizio è subito sfrenatamente camp: "Stamattina la mamma si è seduta di fronte a me avvolta fino ai piedi in una tovaglia di tela cerata a quadri rossi e strisce nere che da qualche anno usiamo come mantella per parrucchiere – fissata con una clip fermacarte, ovviamente". Incaricato di tingerle i capelli, il protagonista è costretto a compiere l'operazione con fatica, lui bambino, con la madre che si rifiuta di accoccolarsi, perché "diceva che dovevo soffrire per la sua eleganza".
Cercando in rete notizie per inquadrare questo autore, per me nuovo, mi imbatto in un video in cui Rabih Alameddine – che, a prima vista, sarà sulla settantina – appare vestito con un completo formale chiaro sopra una polo blu ma sfoggia unghie corte perfettamente dipinte di smalto rosso scuro. Il narratore inaffidabile, iper consapevole di sé, teatrale ma profondamente "umano" esprime, in questa intervista, una sottile e acuminata ironia, soprattutto su sua madre, che nel libro delinea nei tratti fondamentali di archetipo di madre di tutti i gay, in un legame intessuto di ambivalenza spinta all'estremo, dove la tentazione matricida è così radicata nel figlio da tradursi in un paradosso comico e struggente: l'impulso ricorrente di ucciderla, ma "senza arrecarle disturbo" come dice, sornione, Rabih nell'intervista.
Nella prima parte, tra bombardamenti di Israele su Beirut, crisi bancaria del 2019, pandemia e periodo 1975 pre-guerra civile impariamo a conoscere Raja, le sue inclinazioni femminili dell'infanzia, tra le quali il desiderio di giocare con una Barbie che qualcuno gli farà sparire dall'armadio nel quale la nascondeva, e il suo desiderio di solitudine e di privacy nell'età adulta, quando è un professore di filosofia sessantenne e autore di un libro, Una passeggiata con gli spettri giapponesi di Beirut, che a lui personalmente farebbe schifo – "Ogni volta che ne parlai in toni di biasimo, venni accusato di ostentare un'umiltà perversamente finta e di segno opposto, una presunzione in cerca di elogi e di consensi" – se non fosse che un critico tedesco lo paragona alle opere di W.G. Sebald, in particolare a Gli anelli di Saturno e "Dio mio, ad Austerlitz... Ancora oggi sogno di andare sulla tomba di Winfried nel cimitero accanto alla chiesa di St. Andrews, implorando in ginocchio il suo perdono". Ma è proprio questo insignificante libro a fargli recapitare un invito per recarsi negli Stati Uniti, in Virginia, come "scrittore residente", tre mesi lontano da sua madre, dalla sua invadente amica Madame Taweel, dalla zia Yasmine e da sua cugina Nahed.
Comincia qui, da pagina 149 a pagina 254, il vero nucleo di questo romanzo che va avanti e indietro nel tempo, quello per il quale sembra essere stato scritto: a Beirut scoppia la guerra civile e il protagonista, adolescente, si ritrova ad essere fermato con due suoi amici, mentre sfrecciano sulla BMW del padre di uno dei due. I due amici vengono uccisi, lui è risparmiato da uno dei guerriglieri che lo conosce. Si ritrova in un piccolo appartamento senza finestre, "una stanza orribile e sudicia... e un'altra stanza, con un sofà, una piccola televisione e un angolo cottura ancora più piccolo. Il bagno era a sinistra". Forse solo Manuel Puig è riuscito, nel suo Il bacio della donna ragno (1976), a raccontare come uno spazio claustrofobico – nel suo caso la cella di prigione che ospita il rivoluzionario marxista Valentin e l'omosessuale Molina – possa trasformarsi nel teatro di una metamorfosi umana straordinaria, dimostrando come l'intimità tra due persone che più diverse non potrebbero essere, possa nascere proprio là dove qualsiasi libertà viene negata.
In Puig erano i racconti dei film hollywoodiani che Molina faceva al rivoluzionario, nel romanzo di Alameddine è il giovane protagonista, Raja, che insegna a ballare il cha cha cha al guerrigliero Boodie. In tutti e due i libri, due poli opposti si trasformano a vicenda, attraverso gesti fisici essenziali espletati nello spazio limitato che si trovano a condividere: pulire, dividere il cibo, prendersi cura dell'altro. Sia Puig che Alameddine riscrivono il reale attraverso l'immaginazione, dove la fantasia e il kitsch offrono un rifugio alla brutalità del mondo. L'artificio camp nei due romanzi diventa un atto di resistenza sotterraneo e rivendicare il diritto alla frivolezza è un modo per rifiutare il linguaggio del potere che annichilisce, in modi diversi, il gay bullizzato e il rivoluzionario rifiutato che spera, imparando a ballare, di portarsi a letto Micheline, la ragazza di cui è innamorato. Sia in Puig che in Alameddine il camp cessa di essere superficiale e diventa il canale attraverso il quale la sensibilità incontra la politica, dimostrando che l'artificio della letteratura può generare la più autentica delle verità umane. Il terzo blocco del romanzo inizia con "Allora, dov'è che ero rimasto?". Alameddine si appresta a sciogliere il nodo dello strano invito rivolto a Raja, dopo molti anni dall'uscita del suo libro, a passare tre mesi in Virginia, per lavorare, come "scrittore residente", al suo nuovo romanzo. E la spiegazione, che ovviamente non anticipiamo, mostra che la durezza della natura umana non aspetta altro che un pretesto per trasformarsi, mentre il cinismo di chi è sempre stato ai margini, sbeffeggiato, parìa, sopravvissuto al dolore patito fin da quando era bambino, resta intatto e vittorioso: nemmeno l'amore dichiarato più ossessivo può scalfirlo.