La psicoanalisi, la gioia e il dolore
“C’è spazio per la gioia e la bellezza in psicoanalisi?” Questa domanda, che alcuni potrebbero considerare provocatoria, inspira e guida l’ultimo libro di Domenico Chianese, (Abitando la gioia e il dolore. Psicoanalisi della gioia, della bellezza e della morte, Mimesis/Philo pratiche filosofiche, 2026) una delle voci più autorevoli e interessanti del mondo della psicoanalisi, che ha rappresentato anche istituzionalmente ai massimi livelli, essendo stato dal 2001 al 2005, Presidente della Società psicoanalitica italiana, per la quale svolge tuttora una funzione di training.
Le ragioni della presunta provocatorietà di queste questioni sono sostanzialmente di tre tipi: in primo luogo, nella stanza d’analisi, il più delle volte, si arriva spinti da un disagio che può assumere forme di acutezza e problematicità anche tragiche e, ad ogni modo, prima o poi, costringe chi intraprende questa esperienza a confrontarsi, anche dolorosamente, con gli aspetti d’Ombra, non solo della propria personalità, ma della propria storia familiare e, più in generale della vita, a fare i conti con i fantasmi che si aggirano nella psiche, ad affrontare il peso di ferite subite e provocate, non di rado si rivela lo spazio cui si prova ad elaborare un lutto, un trauma, un’angoscia paralizzante, o in cui ci si confronta con un sempre più diffuso senso di inadeguatezza; parlare di gioia e bellezza potrebbe sembrare, in questo contesto, fuori luogo. E le cose non vanno certo meglio se si prova ad allargare lo sguardo dalla propria vicenda personale per provare a fare un buon esame di realtà: il mondo che ci circonda è caratterizzato da tragedie umanitarie, climatiche e politiche inscritte in scenari di violenza e prepotenza sempre più smaccati, che causano veri e propri traumi massivi non solo in chi li subisce ma, sebbene in forma meno intensa e certamente diversa, anche per chi vi assiste impotente perché abbattono la fiducia nel genere umano e nelle sue capacità di riparare le ingiustizie, di esprimere solidarietà e vicinanze concrete. Ci sarebbe poi un ultimo motivo d’imbarazzo: per poter aiutare l’analizzante a trascendere il dolore o ad abbassare le difese che nell’intento di proteggerlo rischiano di alienarlo dalla vita, l’analista deve essere in grado, non solo di sintonizzarsi emotivamente con la sofferenza di chi ha di fronte ma anche di testimoniare la possibilità di non lasciarle l’ultima parola, sperimentando e incarnando personalmente la gioia e il godimento per la bellezza della vita e nella vita, nonostante tutti i suoi aspetti spiacevoli, dolorosi e persino tragici, qualcosa che l’autore, citando Pontalis che a sua volta riprendeva Cézanne, chiama “una certa cordialità verso il reale”, che naturalmente non passi per la negazione dei suoi aspetti problematici. Apprendiamo da Jung la lezione per la quale nessun analista può condurre il proprio analizzante più in là di dove si è spinto egli stesso, ragione per la quale, sostiene Freud, sarebbe bene che ogni analista tornasse in analisi almeno ogni cinque anni.
Sappiamo quale fosse la posizione di Freud riguardo alla felicità: in Il disagio della civiltà Freud si spinge a sostenere che “nel piano della creazione non è incluso l’intento che l’uomo sia felice”; tuttavia, nello stesso testo si spinge a scrivere che la via della gioia, che definisce una forma “più fine e più elevata” di godimento, seppure meno duratura, possa e anzi debba essere coltivata, specie grazie all’arte e alla bellezza della natura, tanto da spingere Chianese a proporre un lungo confronto con il Kant della Critica del giudizio. Naturalmente, nella prospettiva di Freud una funzione economica nella complessità della gioia assolve a una funzione economica per la psiche perfettamente descritta nel saggio Al di là del principio di piacere:
“la rappresentazione e l’imitazione artistica degli adulti, (…) pur non risparmiandoci le impressioni più dolorose, come nella tragedia per esempio, possono tuttavia suscitare un godimento elevatissimo. Ciò è una prova sufficiente del fatto che anche sotto il dominio del principio di piacere esistono mezzi e vie a sufficienza per trasformare ciò che è in sé spiacevole in qualcosa che può essere ricordato e psichicamente elaborato. Questi casi e situazioni, che alla fine si concludono con l’ottenimento di un piacere, potrebbero essere studiati da un’estetica orientata secondo un punto di vista economico” (p. 96).
Meglio di Freud, lo aveva capito e scritto Lou Andreas Salomé che, nella sua celebre lettera di ringraziamento al fondatore della psicoanalisi scrittagli in occasione del suo sessantacinquesimo compleanno, spiega come la gioia che si prova in seduta allorché si scopre di essere capaci di esprimere e liberare, anche creativamente, le proprie potenzialità esistenziali in discontinuità con i pattern introiettati e con l’idea che ci si era fatti di noi, getta una nuova luce non solo su se stessi ma anche sulla vita, una luce che definisce poetica.
Ebbene, proprio portando l’attenzione sulle potenzialità trasformative dell’umano, che l’esperienza psicoanalitica testimonia ed esalta, il libro di Chianese introduce, senza forse svilupparlo fino in fondo, il concetto foucaultiano di “estetica dell’esistenza”, con il quale il filosofo francese intende sottolineare la capacità creativa dell’individuo che, partendo da ciò che è e che la vita ha fatto di lui, può lavorare la sua personalità, la sua storia e la sua stessa vita, sino a liberarle, diremmo noi, dalle secche della coazione a ripetere. Questo in virtù di una potenzialità poietica congenita a ogni essere umano, che certamente, sostiene Chianese, l’analisi può risvegliare, coltivare, insegnare a esercitare. Citando Bion l’autore invita a considerare le interpretazioni in seduta “simili ad alcuni tratti della composizione pittorica, plastica e musicale”, il linguaggio dei sogni, intrinsecamente creativo e simbolico, come naturalmente artistico, le metafore e le similitudini come espressioni poetiche (questa volta sulla scia di Bollas) e le rêverie come espressione di un giocoso linguaggio immaginale proprio della creatività del bambino che, passando per Vico e Handke, riconosce poetica.
Insomma, non solo la psicoanalisi è un’arte più che una scienza, ma, ciò che più conta, l’estetica che coltiva non costituisce un orpello accessorio, un mero ornamento dell’esistenza ma, piuttosto, una risorsa “fondativa della nascita e del suo sviluppo” della vita umana, che è una vita simbolica e culturale almeno quanto è biologica. Partendo da Darwin, che la considerava funzionale all’evoluzione delle specie per la sua funzione erotizzante – in maniera in fondo non difforme da Freud (Tre saggi sulla teoria sessuale, citati alle pp. 42-43) – Chianese si sofferma a lungo anche su scoperte archeologiche che esaltano la funzione estetica di alcuni manufatti quali le cosiddette Veneri del paleolitico (22-24 mila anni fa) o addirittura le veneri di Nerekhat Ram, che risalirebbero a 230 mila anni fa, per dimostrare la centralità della dimensione estetica per l’esistenza della nostra specie ma non solo. Per evidenti questioni di spazio non posso qui dilungarmi sui molti e apprezzabili esempi, mi limito a sottolineare come, anche sulla base di studi di antropologia e archeologia, Chianese sostenga che la dimensione estetica si trovi da sempre in un rapporto di co-evoluzione con l’acquisizione della dimensione simbolica grazie al quale, anche in virtù dell’evoluzione dell’architettura cerebrale della specie umana, “senza saperlo, l’uomo creò se stesso” (Clifforf Geertz, Interpretazioni di culture, Il Mulino, 1988, cit. a pagina 45).
Convinto, con Francois Cheng, che i due più grandi misteri dell’universo su cui è urgente concentrare la nostra attenzione siano la bellezza e il male, l’autore prova a spiegare come sia impossibile e controproducente scinderli tanto da concludere, con Pontalis, che
“un analista che ignori il proprio dolore psichico non ha alcuna speranza di essere un analista, come colui che ignori il piacere psichico e fisico, non ha alcuna speranza di continuare a esserlo”.
Il libro di Chianese aiuta a coltivare questa speranza, alla quale dedica un intero capitolo: la speranza di poter coltivare “una gioia vestita di dolore”, fondata, non solo su una vastissima letteratura, professionale e non, ma anche sulla testimonianza di una vita che si confronta con la morte, con il male, con il dolore ma per provare a trascenderli riconoscendoli come parte del tutto, senza confonderli, come i vissuti talvolta indurrebbero a fare, con l’intero (e qui la lezione è naturalmente mutuata da Hegel). Una prospettiva olistica nella quale l’individuo si sente carne del mondo (Merleau-Ponty) espressione di una più vasta metamorfosi della natura in cui nulla ci è estraneo e tutto contribuisce a farci essere ciò che siamo.
Tra le pagine più belle vi sono, infine, quelle che riguardano la gratitudine che l’analista prova per i suoi analizzanti che gli consentono, talvolta costringendolo, a rivedere costantemente la propria autoanalisi e a sperimentare in prima persona la possibilità di quell’estetica dell’esistenza dalla quale avevamo preso le mosse. Citando Klauher, l’autore scrive:
“un analista ha bisogno del paziente per fissare e comunicare i propri pensieri, compresi quelli più riposti riguardanti problemi intimamente umani che solo nel contesto di tale relazione emergono in modo organico (...) Da questa mutua partecipazione nella comprensione analitica il paziente trae la parte essenziale della cura e l’analista la più profonda fiducia e soddisfazione”.
In questo passo si coglie la base di quella gioia al centro del testo: la bellezza commovente di una comune sintonizzazione intellettuale e emotiva, nella quale analista e analizzante sperimentano una partecipazione profonda alla sorte dell’altro e alla possibilità di una fioritura di aspetti di sé e della propria vita che, senza questo confronto, avrebbero potuto restare inibiti. Vederli affacciarsi al mondo con fiducia e rinnovata speranza è talmente bello da convincere di come, a un certo livello, estetica ed etica possano coincidere: quando entrambe com-muovono.