Harry Gruyaert, frame e colore
Abbiamo sempre in mente il colore come una conquista tardiva della fotografia, applicato specialmente all’ambito pubblicitario, alla pop art, alla sperimentazione, al mondo del consumo e dell’informazione di massa. Il colore è invece una meta raggiunta già in epoca tardo ottocentesca, affermatasi successivamente soprattutto grazie all’autocromia (nata dal genio dai Fratelli Lumière, e che rese la fecola di patate uno dei materiali più richiesti dall’industria fotografica di allora). Nota, ancora, la pratica della pittura sulle stampe (si possono ricordare le immagini di Felice Beato) o ancora i viraggi che davano una dominante precisa all’opera finale, largamente usati dai pittorialisti.
La grande svolta avvenne però indubbiamente con la nascita di Kodachrome, nel 1935, che diede avvio a una storia lunga più di sette decenni e che permise una diffusione capillare della visione fotografica a colori.
Quando si parla di autori che sono stati in grado di dare al colore un significato in più, in fotografia, rivoluzionandone la portata espressiva, si può quindi pensare a un’amplificazione semantica di qualcosa di già inserito all’interno del discorso fotografico.
Harry Gruyaert (Anversa, 1941) è considerato uno dei primi autori europei ad aver effettuato questo tipo di ampliamento dell’uso del colore in fotografia, sulla scia di nomi illustri quali William Eggleston o Saul Leiter, entrambi statunitensi, o Ernst Haas, sempre in ambito europeo.
Fotografo membro dell’agenzia Magnum dal 1982, Gruyaert possiamo dire che veda il mondo come un grande insieme di superfici riflettenti, persone comprese. Nella mostra “Retrospettiva” che Camera, a Torino, dedica fino al 4 ottobre al fotografo inaugurando la prima stagione espositiva sotto la direzione artistica di François Hébel, il percorso cronologico ci porta dentro la consapevolezza dell’esteriorità, prima ancora degli eventi che possono accadere entro la sua cornice: il mondo che ci mostra Gruyaert è frutto davvero dell’incontro del sole con la materia, le varie disposizioni dell’immanenza, nel senso del suo comporsi in forme sempre nuove e del suo concedersi all’occhio come diversificazione di cromie e ombre nette.
Il primo approccio all’immagine dell’autore belga è avvenuto attraverso il cinema, sia attraverso gli studi (presso la School of Film and Photography di Bruxelles), sia grazie ai primi impieghi da direttore della fotografia su alcuni set nel suo paese d’origine.
La visione di Gruyaert si articola per “frame”, per attimi in cui non la trama, il contenuto narrativo, il soggetto contano, bensì il tempo e lo spazio entro cui, se esistono, si trovano inseriti. Un modo di pensare la fotografia non tanto come strumento di avvicinamento alle cose del mondo, ma proprio come un modo di guardarle, farle vivere entro i loro stessi canoni, ma più leggere (come entità divise tra il pensiero e il sogno, è stato detto riferendosi alle immagini del fotografo belga). Alleviate, apparentemente, dal peso specifico della Storia e delle storie, le fotografie di Gruyaert registrano e guardano, constatano e, allo stesso tempo, quasi colgono di sorpresa il mondo anche quando visto nelle sue pose più abituali.
Entrando più nello specifico delle serie dell’autore, possiamo dire che la fotografia di Gruyaert molto deve alla dimensione del viaggio. Ha fotografato gli angoli più diversi e distanti del mondo, su cui pure si articolano le diverse sezioni della mostra: da “Francia-Belgio”, a “Sud”, in cui il grande amore per il Marocco ha condotto il fotografo a esplorare la Spagna, la Turchia, l’Egitto, l’India; e ancora “Est incontra Ovest” in cui il colore, adesso sì, è strumento per la scoperta antropologica, vedendo nelle diverse cromie degli Stati Uniti e della Russia post sovietica una differenza riverberata anche nella tavolozza con cui i due Paesi avevano disegnato il proprio volto.
Le identità delle nazioni, configurate attraverso il dato specifico che ne contraddistingue fisionomie, architetture e ambienti, si plasmano nell’obiettivo di Gruyaert secondo un unico modo di leggere quelli che in fondo sono dappertutto declinazioni degli stessi elementi – persone, case, strade – ma inseguendo il dato variabile che rende davvero un luogo un altro luogo rispetto a questo, e cioè la luce, e quindi il colore.
Nel momento dello scatto, sappiamo con una certa sicurezza che Gruyaert da ciò che vede è attraversato, secondo quanto Merleau-Ponty scriveva circa la creazione dell’opera d’arte e della consapevolezza stessa dell’uomo nel sistema delle cose, da cui non è mai per nulla separato. La fotografia, che è in verità un mezzo che della separazione si nutre, permette il paradosso, mettendo in continuità il corpo del fotografo con ciò che lo circonda, e testimoniandone la fusione avvenuta. Di Gruyaert viene infatti ricordata la frase: “Scattare una fotografia significa al contempo cercare il contatto e rifiutarlo, essere al massimo e al minimo della propria presenza nello stesso istante... È in questa lotta che do il meglio di me." Il fotografo belga si muove nel mondo come ricevitore, un’antenna che restituisce sul proprio dispositivo ottico quanto coglie dei segnali luminosi con cui interagisce.
TV Shots, primo lavoro esposto in mostra e risalente al 1972, poggia su questa metafora incarnandola: durante un soggiorno londinese, Gruyaert nota che muovendo l’antenna del suo televisore i colori sullo schermo si alterano mirabilmente, dando nuove visioni degli eventi trasmessi. La cronaca dei fatti più importanti di quel periodo – dalle Olimpiadi ai primi passi sulla Luna – resi nella piattezza televisiva, si animano e trasfigurano, esagerando i toni, cancellando dettagli, rivestendo di vernice nuova ciò che sarebbe unicamente preposto a restituire frammenti di Storia.
L’idea di luogo, in Gruyaert, si fa dunque stratificata: può essere quello virtuale dello schermo, quello di un ambiente urbano o naturale, o quello di una nazione specifica; ciò che l’autore vi cerca resta la sorpresa dell’intreccio dei toni, il modo esatto in cui poterlo far restare sulla stampa.
Alle sezioni segnate più marcatamente dalla connotazione geografica in cui sono state realizzate, esistono quegli spazi astratti che possono vivere anche al di là della propria appartenenza territoriale. Sono i litorali, gli aeroporti, le industrie, luoghi di transito e di lavoro. Viene difficile non pensare che per Gruyaert, che nelle proprie riflessioni torna sempre sulla propria fascinazione degli effetti luministici delle cose che incontra – le trasparenze, i riflessi, le ombre che rende profondissime – la stessa presenza umana, non sia che un modo di vedere altre porzioni di colore tutte insieme in un unico spazio. Il volto dell’uomo finlandese girato quel tanto mentre beve al tavolo non ci indica per forza quella che può essere la sua emozione, né ci racconta la sua storia – sebbene sia pronto a farlo in qualsiasi momento – bensì può fermarsi a rappresentare ciò che è nella sua essenza primaria: una macchiolina rosa-gialla immersa nel suo mondo serale, azzurro, oltre i vetri riflettenti.
La storia della fotografia a colori ha subito una svolta epocale tra il 2009 e il 2011, che investì anche Gruyaert. Come riporta un testo esplicativo in mostra, nel 2011 Ilford smise di produrre i materiali per la stampa Cibachrome, mentre Kodak nel 2009 interruppe la realizzazione di pellicole Kodachrome dopo 74 anni dalla loro invenzione. Questo creò un vero e proprio scisma, o comunque un lento rassegnarsi – o, come vediamo nel caso di Gruyaert, un’entusiastica esultanza – all’avvento del digitale e alle sue nuove rese sulla stampa.
Gli occhi di Harry Gruyaert devono trovare insostenibile la notte, momento in cui ai coni subentra l’uso dei bastoncelli, nell’occhio, e la visione si trasforma in bianco e nero: molto più del buio, che entra nel mondo del fotografo come ombra, come nero fondo, pare proprio la perdita di ciò che può brillare al sole, vedersi chiaramente, a essere ciò che più va allontanato. Il senso del visibile può allora essere proprio dentro il visibile stesso; la superficie un luogo in cui l’esercizio all’esistenza può farsi molto più profondo di quanto sembri.
Harry Gruyaert. Retrospettiva, a cura di François Hébel
CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia, Torino
18 giugno – 4 ottobre 2026
In collaborazione con Magnum Photos
CAMERA propone la Masterclass La geometria del colore con Harry Gruyaert per i fotografi e le fotografe che desiderano far evolvere il proprio linguaggio visivo e rafforzare la propria identità autoriale, in programma dal 30 settembre al 4 ottobre (iscrizioni fino al 10 settembre, con tariffa early bird entro il 30 luglio). Cinque giorni per immergersi nell’universo visivo di uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea e pioniere indiscusso del colore. Sotto la sua guida diretta, ciascun partecipante lavorerà allo sviluppo e alla realizzazione di un progetto fotografico personale, affinando la propria visione autoriale e trasformando radicalmente il modo di guardare la realtà. Un’opportunità rara per confrontarsi con lo sguardo di una figura chiave della fotografia a colori.
In copertina, Aeroporti © Harry Gruyaert, Magnum Photos.