Italo Zannier o della fotografia

31 Ottobre 2026

Dietro il suo biglietto da visita, che sul fronte riporta lo stemma di famiglia con tanto di elmo e leone incoronato, sotto al nome, al cognome, ai titoli, ai recapiti, si legge: “In futuro (?) nel sacello di Bonaventura a Pradis di Sopra, Clauzetto (PN)”.

Italo Zannier, nato a Spilimbergo nel 1932, ci lascia all’età di 94 anni lo scorso 27 ottobre, dopo una vita di militanza intellettuale a difesa, e in onore, della fotografia.

È normale guardare oggi quel biglietto con un velo di tristezza, sapendo che ad andarsene è stato il padrino del riconoscimento dello statuto culturale di una disciplina che ancora oggi fa fatica ad applicare le intuizioni del professore friulano, e a radicarsi nel tessuto sociale con la dovuta attenzione e consapevolezza storica.

Proprio questa fu infatti una delle sue grandi battaglie, vedere concessi ai fotografi l’importanza che meritano non soltanto nella firma sui giornali sotto le loro immagini, ma anche il ruolo di intellettuali a pieno titolo. Questo aspetto mi viene ribadito spesso da chi l’ha conosciuto quando, nel 1989, Zannier era ancora l’unico docente in Italia di un corso universitario di Storia della Fotografia, all’Università di Venezia, cattedra ottenuta nel 1971 quando la fotografia era ancora in mano ai circoli, ai gruppi, alle associazioni, all’attività giornalistica, alle scarse pubblicazioni che si producevano e che arrivavano dall’estero, alle poche persone che se ne occupavano con metodo. Zannier, che da ragazzo dipingeva e sperimentava con la macchina da presa, è stato fotografo di impronta neorealista in un Friuli-Venezia Giulia che negli anni Cinquanta stava lasciando le vesti della realtà contadina e rurale per affrontare la modernità del boom economico, e abile lettore dell’architettura grazie alle importanti collaborazioni con nomi autorevoli del settore, come Bruno Zevi. Fu studioso e storico attento, precisissimo (l’erede, se vogliamo, di Giuseppe Turroni, tra i primi a sistematizzare una storia della fotografia in Italia) nel ricostruire l’evoluzione del medium e nel proporre metodi efficaci per tramandarla alle generazioni future. Tra i suoi allievi nacquero infatti i grandi autori che ancora oggi ammiriamo (Guido Guidi e Mario Cresci, per citarne solo un paio), mentre non si contano i contributi bibliografici in saggi, cataloghi e riviste di settore (oltre cinquecento, stando alle sue stesse stime).

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Ancora nel 2019, nella bella conversazione pubblicata da Mimesis Edizioni tra Italo Zannier e Silvia Paoli (Italo Zannier. La fotografia, soprattutto) il professore ribadiva l’urgenza di scavare a fondo nel linguaggio fotografico, al di là del soggetto, per scoprire quello che definiva lo specifico della fotografia: un mistero che ci accompagna ancora oggi e su cui siamo in grado di elaborare numerose ipotesi a fronte di scarse certezze. L’immagine vive in un’ambiguità strutturale; è capace di segnalare il passaggio di qualcosa di reale, ma apre alle possibilità interpretative nate dallo stupore di fronte a ciò che si vede. Zannier, coniando il termine “fotofania”, diede un nome alla mutata veste di fotografie capaci di apparire e scomparire su schermi in balia dei movimenti delle dita che lo impugnano, o della stessa batteria che li tiene in vita: capendo che il fissaggio che aveva reso fruibile al mondo la fotografia stava radicalmente cambiando ruolo nella definizione della sua natura.

Se si guardano le fotografie realizzate negli ultimi anni da Zannier, il suo sguardo è attratto tanto dalla documentazione con cui mosse i primi passi da fotografo (come in occasione del libro Palcoda, pubblicato da Editrice Quinlan nel 2022), ma anche dai segni più effimeri e astratti del quotidiano: ombre, riflessi, i disegni delle superfici.

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Tra i suoi incarichi accademici, oltre a Venezia insegnò al DAMS di Bologna, alla facoltà di Beni Culturali di Ravenna, alla Cattolica di Milano. Collaborò a più edizioni della Biennale di Venezia curando la sezione fotografica, fondò riviste di settore come Fotologia, che John Szarkowski, direttore del Dipartimento di Fotografia del MoMA (dal 1962 al 1991) considerava la più bella del mondo.

Nel 1994 lavorò anche al capitolo sulla fotografia della rassegna Metamorfosi italiane, organizzata da Germano Celant al Guggenheim di New York.

Zannier si definiva un archivista, e non collezionista: tutto il materiale che raccolse negli anni è stato vissuto, guardato e riguardato, studiato e analizzato, mai semplicemente accumulato passivamente. Fondando il CRAF a Spilimbergo (1993-94), ovvero il Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia, sancì il proprio attivismo nella conservazione, valorizzazione e divulgazione del patrimonio fotografico del territorio.

Conobbi la sua voce al telefono in occasione dell’uscita del libro Palcoda, in cui Zannier percorse le varie ore di sentiero per fotografare l’antico borgo di pietra ormai disabitato che accompagnò la sua infanzia: da un uomo così lucido, realista (e un po’ cinico, per sua stessa ammissione), mi sentii spiegare che l’uomo ha iniziato a fotografare le montagne perché la Luna era troppo lontana.

Negli Archivi Alinari sono conservate centinaia di sue fotografie, mentre il Fondo Italo Zannier è frutto dell’acquisto dell’importante archivio di lavoro del professore (1.700 fotografie e più di 12.000 titoli) da parte della Fondazione di Venezia nel 2007.

Adesso lontanissimo è chi ha reso alla fotografia una dignità intellettuale che la renderebbe necessaria in tutti i percorsi scolastici e accademici, oltre che una prosecuzione logica e fisica del pensiero stesso – “quando si fotografa si trova anche la propria identità esistenziale”, diceva: Italo Zannier oggi non va cercato soltanto nelle indicazioni scritte dietro un biglietto, ma nelle numerosissime tracce di un percorso che la fotografia, e chi se ne occupa, non può smettere di imparare a percorrere.

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