Pinocchio e il monumento che non c'è
Un uomo in abiti contadini, pesanti, di panno, si allontana, col pane in mano, lasciando dietro di sé una donna e un bambino, presumibilmente la moglie e il figlio, distesi a terra, a braccia tese verso di lui. Tutte le figure sono allungate, in stile un po’ nabis, un po’ cubista, un po’ Modigliani, ma lo snodo emotivo è tutto nel distacco, che segna la frattura familiare: il padre non porterà più il pane a casa e la famiglia abbandonata soffrirà materialmente oltre che sentimentalmente. Fu considerato rivoluzionario e spaventoso, il Monumento ai Caduti per la Patria di Viareggio, al punto che la piazza fu per un po’ ribattezzata Piazza della Paura dai borghesi viareggini infastiditi. È probabilmente la vetta espressiva di Lorenzo Viani, che il monumento lo ideò, ma non eseguì, affidandolo allo scultore Domenico Rambelli. Era il 3 luglio 1927, con una cerimonia ufficiale alla presenza del segretario del P.N.F. Augusto Turati, il giorno in cui il monumento venne inaugurato: da artista bohémien, solitario e polemico, Viani stava entrando a grandi passi nell’universo degli artisti del regime. Di fascista, però, il monumento aveva davvero poco: solo il realismo, forse, che in quel momento storico non si connotava ideologicamente – potendo essere, in effetti, piuttosto anarco-socialista che fascista.
Sarebbe stato così il monumento a Pinocchio da lui proposto? Possiamo solo immaginarlo, visto che il progetto del monumento non si è realizzato e non ce n’è pervenuta alcuna traccia, ma nulla ci vieta di immaginarlo, appunto. Un Pinocchio povero, in abiti contadini, da realismo socialista, perennemente affamato e sempre in fuga, come lo si leggeva soprattutto in Toscana. La terra del suo inventore non poteva farsi sfuggire un approccio sanguigno, materialista, al burattino che avrebbe dovuto rappresentare un destino collettivo e un sogno nazionale.
Tutto comincia sulla spiaggia di Torre del Lago, dove i figli degli operai e degli artigiani affascinati da un sogno di riscatto artistico e intellettuale si riunivano a bere e a fumare avvolti da ruvide coperte nelle fredde notti invernali di una Toscana sempre umida prima dell’invenzione dell’elettricità e stesi su teli di stoffa improvvisati nelle notti estive dal cielo tappezzato di stelle di quella stessa Toscana senza luci artificiali. Un’arida distesa di sabbia dove il tempo sembrava solo ritmare il ritorno dell’uguale, con giornate senza stagioni, nelle quali tutto, cielo e terra, sopra, sotto e d’intorno, era perennemente umido, grigio, basso, ristretto, indeterminato, penoso.
Si chiamavano il Moro di Lecernino, Tatorino, Nocciòlo, Peritucco, Naso a Pesetto, Domè, Carnot, Beppe il pelato: avvinazzati, pronti a mangiare solo per poter bere, laureati all’università della vita, reduci di guerra, di caserma e di prigione. Fra i loro ci sarebbero stati benissimo soprannomi come Geppetto, Pinocchio, Mangiafoco o Lucignolo. Si creavano personaggi all’interno del loro stesso giro, per avere qualcosa di cui parlare e potersi raccontare storie a vicenda. Si vedevano al Prometeo, una taverna, ricettacolo di tutti i trasandati, di tutti gli audaci, di tutti i pazzi, dei morsicati dall’inquietudine, degli arsi dal delirio, degli assetati di tempeste, dei vagabondi senza destino. Le lettere nere, cubitali, drammatiche, dell’insegna, scritte sopra un tavolone: – Prometeo – erano come la calamita per tutta la mitraglia della strada. Mettevano in scena il dramma del socialismo, diviso tra anarco-individualismo e comunitario-collettivismo, condendolo con un po’ di psicologia, di neurologia, di economia e di fatalismo. Anarco-fatalismo, in effetti, era lo spirito di queste discussioni tra ubriachi, che si risolvevano quasi sempre in un sospiro collettivo e nel ritorno alla bottiglia. Si facevano progetti, tanto ambiziosi quanto insensati, come la rivoluzione, un furto in banca, l’apertura di un quotidiano...
Tra questi progetti ci fu quello di un monumento a Pinocchio. Lo propose Viani, l’omone che sa, risà, trisà, l’Antitutto e l’Antitutti, malridotto a causa di una ferita di guerra, della povertà e del digiuno. “Mangio domani l’altro: – ripeteva – per ora bevo, ribevo, tribevo!”. Bohème era il suo stile di vita, la sua cifra stilistica, la sua dimensione esistenziale: altro che fascista! Era finito in carcere il 10 marzo 1901, a diciannove anni, per aver protestato come rappresentante del circolo anarchico Delenda Carthago in occasione della commemorazione di Giuseppe Verdi. La scheda della prefettura lo dipingeva così:
Domiciliato a Viareggio via Bottini n. 13, già barbiere, ora studente di pittura, celibe, anarchico, riscuote mediocre fama, ma è anche ritenuto poco serio. Di carattere leggero, vivace, di mediocre educazione ed intelligenza. Di poca cultura. Piuttosto assiduo al lavoro. Frequenta la compagnia d’individui notoriamente conosciuti quali anarchici e socialisti. Verso i genitori si comporta piuttosto bene. Uno dei più fanatici del gruppo Delenda Carthago. Non ha influenza di sorta. Non mantiene corrispondenza epistolare con altri del partito. Non collabora a redazione di giornali. Riceve clandestinamente stampe sovversive. Non risulta che le spedisca, ma è capace di diffonderle. Non fa per ora propaganda, ma ne è capace. Non è capace di tenere pubbliche conferenze. Tiene contegno poco riservato, facendo pubblica professione dei suoi principi; verso le Autorità si mostra indifferente. Non ha preso parte a pubbliche manifestazioni, né ha firmato manifesti o programmi, ma ne è capace.
È a questo personaggio sospetto alla polizia e inviso ai borghesi che si deve, all’alba del Ventennio, il progetto di un monumento a Pinocchio, in un’Italia sovraccarica di monumenti, che servivano a costruire quello spirito nazionale che il Risorgimento aveva suggerito e istillato senza realizzare. I più ambiziosi del gruppo avevano coltivato il sogno della gloria poetica, riunendosi attorno al poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, cui Viani dedicava il suo primo libro di narrativa, tra memoriale generazionale e celebrazione biografica. Ma fin dalla pagina d’apertura il libro, prefato da Ardengo Soffici, rivela il segno di una sconfitta, perché nasce dal sogno perduto della Grande Guerra. Nutriti di miti romantici, educati al culto di Shelley e Leopardi, imbevuti di Carducci, Pascoli e D’Annunzio, i ceccardiani univano radicamento sul territorio, la patria Toscana, ah la patria toscana!, e ambizioni universalistiche, la gloria l’amore la poesia, senza nessuna mediazione, né letteraria né politica, come se tra l’individuo e le astrazioni non ci fosse in mezzo l’esperienza e tra la regione e la nazione l’identità fosse acquisita.

Chi non moriva, non resisteva al freddo, al digiuno, agli acciacchi dell’età, e si rifugiava in una moglie, nella famiglia, in una casa. L’imborghesimento veniva con l’età. Ai sogni abbandonati e alle speranze deluse seguiva l’adesione al fascismo, che prometteva stabilità, sicurezza, soldi per la famiglia e futuro per i bambini. Questa fu la parabola di Viani, che a quarant’anni compiuti prendeva atto della confluenza del suo anarchismo nell’alveo protettivo del partito che tutto controllava, tutto organizzava e tutto prometteva. L’interventismo e la guerra avevano già segnato, del resto, il passaggio dall’anarchismo al sindacalismo, da cui la mossa verso il fascismo risultava più facile.
Proporre monumenti era del resto irresistibile marchio fascista, visto che il regime, in continuità con la retorica post-unitaria, aveva disseminato il territorio nazionale di statue, busti, epigrafi, colonne, mausolei e memoriali. Sulla rivista umoristica L’attaccabottoni, dal sottotitolo «Scocciatore settimanale», arrivava subito una replica demolitoria nei confronti della proposta, a firma Old Nick:
Illustre burattino, meritavi
d’essere, pure tu, commemorato.
Mio buon Pinocchio, solo tu mancavi
ed anche tu sarai monumentato.
Il Geppetto ti fece d’umil legno,
del bronzo oppur del marmo ora sei degno!
Se non rispetterai la gerarchia,
se azzarderai la minima ironia,
folleggiando secondo la tua vena;
di punto in bianco cambierà la scena:
e invece avrai, per questi tuoi criterii,
un monumento d’urla e vituperii.
Io credo che il gioviale Lorenzini
dentro l’avello fremerà seccato:
il papà di Pinocchio, che a’ bambini
tanti palpiti e gioie ha dispensato,
pensa che monumento assai migliore
è il ricordo che tutti abbiam nel cuore!
Non era certo un buon viatico, la satira al vetriolo di una rivista non troppo allineata, tanto che sarebbe stata chiusa nel giro di cinque mesi, con l’allusione alla riduzione del burattino collodiano a santino nazionale anziché modello di libertà e creatività: dotato d’inconfondibile distintivo e trasformato in ubbidiente soldatino, Pinocchio sarebbe stato deprivato di ogni potenziale eversivo a favore di un allineamento ai valori dominanti dell’egemonia di regime.

Era fascista, Viani, nel momento in cui ideava il monumento a Pinocchio? La sua parabola esistenziale (da anarco-socialista, artista ribelle e dannunziano, a piccolo borghese, sposato, con due figlie, alla ricerca di visibilità e stabilità) si stava compiendo, ma a dirgli di no fu un senatore del Regno, che l’anno dopo avrebbe firmato il manifesto degli intellettuali fascisti, quel Ferdinando Martini che a sua volta era stato collaboratore del Fanfulla, dove si firmava con lo pseudonimo di Fantasio, fondatore del Fanfulla della domenica e della Domenica letteraria, ma soprattutto direttore di quel Giornale dei bambini su cui era apparso il Pinocchio di Collodi, vero e proprio custode della memoria del burattino per quasi cinquant’anni. Si confrontavano due generazioni nella disputa tra Viani e Martini: i nati nell’ultimo ventennio del secolo, cresciuti nell’anarchismo, approdati all’interventismo e delusi dalla storia, e i nati quarant’anni prima, coetanei di Carducci e Verga, convinti di aver fatto la storia e pronti a ergersi a monumenti di riferimento essi stessi. Si passavano quarantun’anni, i due, ma tra il quarantaduenne ancora alla ricerca di un posto nella vita e l’ottantatreenne già professore alla Scuola Normale, ministro della pubblica istruzione nel primo governo Giolitti, governatore dell’Eritrea e ministro delle colonie del Regno d’Italia nel governo Salandra sembrava che passassero, più che gli anni, due diverse visioni della storia: l’eversione e l’istituzione, i sogni un po’ appassiti e la boria mai sopita.


La loro relazione racconta due secoli di storia italiana, dalla generazione del Risorgimento realizzato a quella del Risorgimento tradito e rilanciato, fino a quella successiva, del Risorgimento idealizzato. Quella disputa sarebbe sparita dalla memoria storica se il monumento a Pinocchio non fosse stato riproposto dopo la nascita della Repubblica, quando al burattino di Collodi fu chiesto d’interpretare finalmente l’unità nazionale, con una serie di dibattiti televisivi, spettacoli teatrali, emissioni filateliche e concorsi scolastici attorno alla proposta del sindaco di Pescia, il democristiano Roberto Anzillotti, di istituire un parco da dedicare a Pinocchio, con un monumento al centro. Il parco e il monumento oggi ci sono, proprio a Collodi, dove nacque lo scrittore che al burattino ha dato vita, ma allora, nell’Italia puritana e democristiana degli anni Cinquanta, si gridò allo scandalo, perché le tette della fatina erano troppo provocanti e l’arte filiforme di Emilio Greco non rappresentava a sufficienza la tradizione italiana.

Eccesso di realismo ed eccesso di astrazione, anziché risultare in antinomia, neutralizzandosi, convergevano nella critica a tutto ciò che non rispettasse la mediocrità ideologica dell’Italia del boom: purché non ci fossero scandali e oltranze, il carattere nazionale poteva essere interpretato da chiunque, meglio se privo di concretezza storica, in quanto facilmente adattabile e assimilabile a qualunque manipolazione. «Sono proprio un discolo d’accordo, sì, però, posso versare lacrime per il mio papà fino a che non guarirà: poi la Fata apparirà e il miracolo avverrà», come cantava, ahinoi, senza un briciolo d’ironia, Renato Rascel.
Il paradosso del monumento a Pinocchio si completa e realizza, allora, dopo i tantissimi monumenti sorti in seguito, da Viù a Salerno, da Pescopennataro a Varese, nella versione double-face dell’esempio più recente: quello di Colle Val d’Elsa, dotato originariamente di una protuberanza parallela al naso che è stata tagliata a seguito delle proteste delle mamme dei bambini che frequentavano l’adiacente scuola elementare.

Ora il Pinocchio di Colle Val d’Elsa campeggia in una versione più rassicurante accanto alla scuola, ma chi vuole può andare nel museo locale per fare una visita alla vittima dell’evirazione, esposta sotto teca: Pinocchio inafferrabile, proprio perché la sua monumentalizzazione è sempre stata un problema. Povero Viani, che avrebbe potuto fornirci quel monumento che allora non ci fu e forse mai ci sarà.