Route 66, l'America va in scena
La Route 66 è americana come la torta di mele, il baseball e Johnny Cash. È la Mother Road di Steinbeck, l'orizzonte di Easy Rider, la favola allegra di Cars. Nel 2026, mentre l'America festeggia 250 anni, la strada più famosa del mondo compie un secolo e si conferma un simbolo capace di mettere tutti d'accordo. È un monumento al passato, alla libertà e ai sogni. Soprattutto, è un palcoscenico dove da cent'anni l'America mette in scena se stessa. Scrittore, giornalista e a lungo corrispondente dagli Stati Uniti per Rizzoli, Claudio Castellacci racconta quest'immaginario in Route 66. Cent'anni on the road (Odoya, 264 pp.) in un viaggio fra motel, diner e deserti che intreccia passato, presente, aneddoti e cultura. A completare il libro, i saggi di Anna Re, Patrizia Sanvitale e B.E. Hind esplorano la dimensione della wilderness nella tradizione del road trip, la valenza estetica e i sapori legati a questo percorso.
La Route 66 corre da Chicago a Los Angeles per un totale di 3 mila 940 chilometri – una distanza pari a quella fra Mosca e Lisbona. Scavalca tre fusi orari e otto stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California. Negli anni Trenta, milioni di americani in fuga dalle tempeste di sabbia della Dust Bowl la imboccano diretti a Ovest. John Steinbeck, che a quella disperata migrazione dedica pagine indimenticabili in Furore, ne parlerà come della "Mother Road", la Madre di tutte le strade. La 66 è la strada della salvezza e della speranza. L'arteria che dalle grandi pianure del Midwest devastate dalla carestia conduce ai frutteti della West Coast. È la Main Street d'America.
Prima di assumere le qualità del mito, è però il progetto di un Paese che immagina il suo futuro e si sogna in grande. Quando viene alla luce, la viabilità degli Stati Uniti sta muovendo i primi passi. Il treno è il mezzo di trasporto dominante e nessuno immagina ancora un'alternativa. L'arrivo sul mercato della Ford Model T, nel 1908, ribalta la situazione. "Tin Lizzie", la lucertolina di latta, è alla portata della classe media. Promette mobilità, libertà dagli orari e dai percorsi fissi e gli americani se ne innamorano. È l'alba di una nuova mentalità. "In pochi decenni, la diffusione dell’auto rivoluzionò il concetto stesso di viaggio, trasformandolo da semplice spostamento a esperienza culturale", scrive Castellacci.
È un modo diverso di vedere il mondo. "Il viaggio lungo la strada – spiega Anna Re – produce una particolare modalità di percezione del paesaggio: una visione sequenziale e cinematografica, in cui ambienti naturali, spazi urbani e infrastrutture si susseguono come una serie di quadri in movimento". La wilderness, l'immensità della natura, smarrisce la sua fisicità e diventa una successione d'immagini.
In risposta alle nuove esigenze, il panorama a bordo strada intanto si trasforma. "Lungo le polverose strade americane cominciarono a moltiplicarsi i primi servizi dedicati agli automobilisti: motel, diner e le cosiddette 'roadside attractions' (negozi di souvenir, attrazioni stradali, sculture bizzarre) progettate per catturare lo sguardo dei viaggiatori e invogliarli a fermarsi", racconta Castellacci. Il viaggio diventa "un’avventura fatta di soste, deviazioni e incontri imprevisti".
La Route 66 nasce insieme al sistema delle U.S. Highways (se ne parla meno ma anche quest'ultimo nel 2026 compie cent'anni). Le highway, le autostrade a due corsie, avvolgono l'intero territorio nazionale in una rete – quelle indicate dai numeri dispari vanno da nord a sud, quelle pari da est a ovest. La 66 è invece un capitolo a sé. Non ha un autore nè un tracciato prestabilito e taglia una diagonale nel cuore del paese passando su altri percorsi, strade, sentieri, linee ferroviarie. È il corridoio che unisce l'industria del Midwest ai mercati in espansione della West Coast e durante la seconda guerra mondiale si rivela un asse strategico per convogliare truppe, armi, rifornimenti. La sua posizione nel cuore del paese la rende preziosa ma resta un'arteria commerciale – un'infrastruttura di collegamento.
La metamorfosi inizia nel dopoguerra. Sono gli anni del boom economico. Il numero delle auto in circolazione s'impenna, il turismo esplode e la 66 cambia pelle. Get your kicks on Route 66, canta Nat King Cole nel 1946 elencando le tappe del percorso. È un inno all'ottimismo e alla speranza di quegli anni ed è un successo strepitoso. Da via di comunicazione, la Mother Road diventa una destinazione. Per il turista è una fonte inesauribile di meraviglia e sorprese. Pianure, montagne, deserti. E poi cittadine dove il tempo sembra essersi fermato, negozietti, personaggi eccentrici, bistecche gigantesche e pollo fritto. La strada si affolla di famiglie in gita, automobili dal design futuristico, roulotte Airstream con le corazze in alluminio che riflettono il cielo e il paesaggio.
Lo scenario cambia e una nuova "grammatica della strada" rimodella il viaggio e le aspettative. A scandirla sono insegne d'ispirazione spaziale, stazioni di servizio, ristoranti tipici. Ci sono diner aperti 24 ore, motel stravaganti, mappe colorate, cartoline ricordo, souvenir di ogni tipo. La strada diventa una "galassia di luci al neon sospese nel buio del deserto, insegne che trasformano la notte in spettacolo".
È il trionfo del kitsch e dell'eccesso: una macchina perfetta per i consumi. "La Route 66 – scrive Castellacci – appartiene alla generazione che ha attraversato la Grande Depressione e combattuto la Seconda guerra mondiale: è la strada della ricostruzione, del ritorno alla normalità, del boom economico. Per chi ha conosciuto la privazione, quella strada rappresenta la promessa mantenuta dell’America: mobilità sociale e progresso materiale."
L'America però va di corsa e la Route 66 non fa eccezione. Ha appena trent'anni quando è istituito l'Interstate Highway System. Le interstatali hanno quattro corsie. Sono comode, veloci, aggirano le città: una boccata d'ossigeno rispetto agli ingorghi perenni, gli incidenti e le strettoie della Bloody 66, come ormai è soprannominata. La Mother Road sembra avere fatto il suo tempo ma una rinascita imprevedibile è già alle porte. Proprio mentre i bulldozer spianano la via alle nuove autostrade, Jack Kerouac pubblica On the Road (1957). È il manifesto della Beat Generation e della controcultura degli anni Sessanta e la Route 66 ne diventa l'icona: un simbolo di libertà e ribellione esistenziale.
Il viaggio diventa ribellione, ricerca d'identità, risveglio artistico e spirituale. "Nothing behind me, everything ahead of me, as is ever so on the road," scrive Kerouac. ("Niente dietro di me, tutto davanti a me, come sempre sulla strada"). In questa chiave, "il paesaggio americano diventa scenario di epifanie" scrive Castellacci, stato di coscienza, illuminazione. È il nastro di cemento che corre verso il nulla, il silenzio del deserto, i cieli smaltati di blu. È sfiorare la frontiera – perdersi per potersi ritrovare.
Il cinema racconterà questo snodo in film che iscrivono nell'immaginario collettivo i fondali mozzafiato del West: The Wild One (1953) con Marlon Brando, Easy Rider (1969), Starman (1984) di John Carpenter. Il mito ha cambiato di segno ma la Route 66 ritrova il suo alone leggendario.
Quando nel 1991 Ridley Scott riscrive il viaggio on the road in chiave femminile/femminista in Thelma & Louise, la strada è però in pieno declino. Il traffico è ormai concentrato sulle interstatali. E lungo la Route 66 le stazioni di servizio chiudono, i motel sono in affanno, le cittadine si svuotano. Nel 1985 la strada è ufficialmente dismessa. A sottrarla all'oblio sono i titolari di esercizi come Angel Delgadillo, il barbiere di Seligman in Arizona, che si battono per salvarne la tradizione. Nascono le Historic Route 66 Association e ancora una volta la strada si reinventa, questa volta in chiave di eredità storica e nostalgia. A imprimere il definitivo suggello pop è il film animato Cars (2006) che racconta l'epica della Mother Road a una nuova generazione. I turisti tornano e la strada ritrova la sua vitalità.
Oggi la Route 66 è ufficialmente riconosciuta come un "paesaggio culturale" e il National Trust for Historic Preservation ha lanciato una campagna per la sua tutela e valorizzazione. Ogni anno milioni di visitatori la attraversano inseguendo gli anni Cinquanta, la Beat Generation e un'America che non è mai esistita. "Chi viaggia oggi su quei tratti rimasti in vita dopo la costruzione di nuove e più agevoli autostrade non ne cerca l'autenticità ma insegue una propria verità 'soggettiva', al punto che la Sessantasei da infrastruttura diventa immaginario popolare", scrive Patrizia Sanvitale. "Quelle icone – i diner, le stazioni di servizio, i motel – sono fantasmi carichi di romanticismo che il sognatore odierno interpreta come promesse di vita improntate alla libertà".
Il centenario ha portato con sè una raffica di iniziative. Lungo il percorso si restaurano insegne, cartelli, murales. Si rinnovano negozi, diner e stazioni di servizio. Si organizzano eventi, mostre, festival. L'eredità storica ha un peso ma il turista non cerca la realtà. Quel che conta è la visione dello stereotipo: lo storytelling, l'immagine, la suggestione. È lo spettacolo dell'America.
La Route 66 è il fondale perfetto. Un paesaggio della memoria in cui storia, mito e narrazioni s'incontrano sullo sfondo di una natura di bellezza abbagliante. E forse la risposta è proprio lì. Viaggiare lungo la Route 66 è anche imboccare le sue deviazioni, inoltrarsi lungo gli sterrati e le strade secondarie, scendere dalla macchina e mettersi in cammino. L'America che amo l'ho incontrata nelle pieghe, nelle periferie, nella sua gente. La pensionata in viaggio in camper con i suoi due gatti incontrata in Texas. La cassiera appassionata di musica country in Arizona. Il tessitore di tappeti Navajo in New Mexico in crisi di vendite. Quando mi guardo indietro ritrovo volti, parole, sorrisi – il mosaico vivo di un paese.
Tutte le fotografie sono di Daniela Gross.