La grande estate delle aròmie

28 Luglio 2026

Nel pomeriggio d’inizio luglio del 2020 un uomo di quarantatré anni vide volare un Cerambice. L’insetto levitava tremolando sul sentiero lungo il lago di Porta, in Versilia. Veleggiò a mezz’aria tra le fronde di pioppi e salici. Aveva le ali aperte e le antenne arricciate in avanti. Stava sospeso a tre metri dal suolo, quasi fosse un ex-voto nel chiarore celestiale del cielo senza nuvole. Il silenzio era reso uniforme dal suo brusio quasi impercettibile. Si trattava di un’Aromia moschata

Nei giorni seguenti il caldo s’intensificò. Dal mare non spirava alito di vento. Tra il fango e le canne gli uccelli palustri emettevano ilari giaculatorie. Volle così dare corpo a quell’epifania. Con forbici e spago costruì apposite trappole aeree: bottiglie di plastica segate all’altezza dal collo rovesciato poi a formare un imbuto e issate sui rami dei salici. Le innescava con birra chiara, vino e pesche scartate dall’ortolano. Avrebbero attratto qualche esemplare, altrimenti elusivo, per studiarlo nel dettaglio.

Rinverdì certi suoi trascorsi naturalistici adolescenziali. Dopo il bagno, steso sul lettino di tela, ricordava l’usanza che avevano i contadini del secolo scorso di chiudere le Aròmie in un contenitore per aromatizzare il trinciato grosso da pipa messo ad essiccare. Il nome dato da Linneo nel 1758 si riferisce infatti a tale usanza: sui salici da vimini, usati un tempo per fare i legacci per la vite coltivata in filari, l’insetto era comune durante la fienagione. I contadini apprezzavano il profumo intenso di muschio e rose dovuto alle sostanze chimiche che il Cerambice rilascia dalle ghiandole quando si sente minacciato.

Si perse nelle etimologie: l’Aròmia era conosciuta anche come “moscardina” o “mosca del tabacco”, mentre in Veneto il “capricorno odoroso” veniva chiamato “Nanin”, altrove “Nanino” o “Nanetto”, ma anche “Bao da tabaco”, “Tabacchino”, “Diavolo”, “Bao-Bao”, “Moschina” o “Macuba”, un tabacco da fiuto della Martinica. Finì a esaminare le trappole ogni giorno, in apprensione. Dopo averle calate dalle fronde traeva auspici dal brulicare di antenne e zampe, il vibrare delle ali dei calabroni che avrebbe liberato. Percepiva l’aroma di fiori diffondersi nel silenzio. Scrutava cosa fosse caduto dentro, ricevendo generose sorprese. Vita che chiamava altra vita, senza un senso, senza un perché.

Talvolta, aguzzando la vista, gli capitò di vedere le Aròmie rampicanti sui rami attigui assieme a un gran numero di piccoli crisomelidi blu scuro, le Altiche. I Cerambici cadevano a frotte negli imbuti olezzanti di frutta fermentata che pendevano da un monumentale salice bianco tarlato nella parte di tronco coperta da un cespuglio di rovi. Lungo il canale volavano anche cetonie smeraldine, Protatetia speciosissima, e alcuni Cerambyx scopoli, neri e lunghi come rametti abbrustoliti, provenienti dai vicini alberi di ontano. 

Pensò: “L’aroma dell’Aròmia sa di menta, come tutto il verde delle Cetonie e delle Potosie, sa di erba, di prato, di frescura, acqua che scorre e cielo chiaro. Ai margini del canale, oltre la selva di salici, tra le lame stagnanti, vira in gradazioni violette, fino al marrone della melma e delle foglie morte, al bruno delle radici dove s’aggirano i Carabus granulatus dalle elitre bronzee bordate di cordonature metalliche”.

Solo era con le cetonie verdi: ricordò il verso di Giovanni Pascoli liberando una Cetonia aurata cadute in trappola. Allestì a terra qualcosa di simile ad un’aviosuperficie. Ammucchiate in grumi s’agitavano sul dorso per ritrovare, con una rapida apertura delle elitre, la posizione prona. Dopo l’assestamento, riprese le coordinate spaziali, lisciate le zampe e pulite le antenne, facevano spuntare da sotto le lucide chitine due vibranti e rumorose ali, spiccando il volo verso il disco del sole. Strofinandosi le tempie ripensò alle “disperate cetonie capovolte” del poeta Guido Gozzano, alla citazione che ne fa Primo Levi in Ranocchi sulla luna e altri animali.

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Tommaso Lisa, Studi di Aròmie, matita e acquerello su carta, 2020.

Sentiva un’attesa sottile, una sospensione indefinita. La visitava le trappole a torso nudo, zaino in spalla e pantaloni corti. Ai piedi un paio di scarpe nere da trail. Sognava la possibilità di trovare qualche variante cromatica viola o addirittura blu. Intanto odorava il profumo del salice, rovistando tra le fronde ondulate che restavano impigliate tra i suoi capelli ricci. Una ghiandaia marina, con le ali azzurre e il dorso arancione, sorvegliava le operazioni dall’alto di un albero secco. Sprovvisto di pinze cavava con l’indice gli esemplari dalla graveolente poltiglia senza curarsi delle vespe. Il bottino, in poco più di dieci giorni, fu di sei Aròmie morte e una dozzina vive. Alcune annegavano, ingorde, giacendo con le zampe rattrappite. Le superstiti le riponeva con cura in un grande terrario trasparente acquistato al pet shop.

Era accorto nel maneggiare i cerambici. Dentro aveva sistemato quattro ciocchi di salice e sei rami secchi. Ogni giorno inseriva nuovi ramoscelli freschi e flessuosi, togliendo i vecchi. Dava loro da mangiare un quarto di albicocca, un torsolo di pera o una fetta di pesca, serviti su un tappo da conserva rovesciato a far da vassoio. Anche gli scarti dovevano essere sostituiti prima che muffissero e le pareti di plexiglass pulite dagli escrementi lutei con un panno di scottex. Ogni sera prima di cena, dopo aver cucinato un branzino o dei grandi gamberi arancioni, andava in terrazza a osservare le Aròmie. Dalle griglie del terrario spuntavano le esitanti antenne che quelle ieratiche creature protendevano.

Il terrario stava su un tavolo rotondo di plastica bianca, in un angolo del balcone vista mare. Il luogo era illuminato ma non dalla luce diretta. All’occorrenza una tenda a strisce bianche e blu faceva ombra al pavimento in cotto. Un vaso di petunie, variegate dal bianco al rosa, dal violetto al fucsia a sfumature lilla, incorniciava il quadro. 

L’uomo guardava i Cerambici muoversi o restare immobili, accoppiarsi, mangiare. Assisteva allo spettacolo, un film fatto di movimenti talvolta lenti, talaltra frenetici, un teatro kabuki, una commedia entomologica. Notò come due maschi ingaggiassero combattimenti in un rituale stereotipato simile ad una giostra medievale. Si sarebbero potuti confondere, simili per forma, peso e colore, se non ché uno dei due risultò mutilato alle zampe, troncate dalle mandibole dell’avversario. Divenne evidente che esisteva una gerarchia, un esemplare dominante al termine di brevi battaglie.

Dietro le smeraldine armature combattevano pur non mancando loro né il cibo né le femmine. Le zuffe, seguite da un frusciare tra le foglie di salice e da sonore e stridulazioni, si ripetevano in schemi variabili. Stridevano anche quando venivano prese in mano tra pollice e indice, per via di un apparato di membrane situato sotto il pronoto. Era allora che sprigionavano l’inconfondibile profumo. Per ragioni territoriali il maschio dominante difendeva una porzione di tronco rialzato attorno al quale non tollerava la presenza d’altri. Ciascun’Aròmia teneva, in maniera stabile, una sua posizione. Un giorno prese da un angolo due esemplari che parevano morti, mezzi sepolti tra la rosura; li spostò al lato opposto della scatola, ma dopo pochi minuti parvero rianimarsi, tornando nella posizione in cui li aveva trovati. Solo il maschio dominante sembrava potersi allontanare a piacimento per braccare gli intrusi. 

Assistette a inseguimenti che avevano il solo scopo della supremazia. Il maschio più forte afferrava con le mandibole l’antenna del sottoposto, scuotendolo in una sorta di wrestling. Sul fondo del terrario trovò frammenti di tarsi e zampe. Provò a isolare il maschio alfa in una scatola a parte il quale s’acquietò subito. A quel punto, la tranquillità si ristabiliva, salvo poi veder riprendere le zuffe tra il vicario e i superstiti per guadagnare la palma del più forte. Ponendo tutti i maschi dominanti di volta in volta emersi per selezione in una scatola comune, ma in assenza di femmine, essi mantenevano tra loro un reciproco rispetto, senza più ledersi, quasi che l’assenza di feromoni inibisse lo spirito guerriero. 

Il maschio mutilato pareva affetto dalla sindrome dell’arto fantasma. Si lisciava antenne tronche e zampe zoppe, pulendo le appendici che non aveva più. Invece un maschio di taglia minima, il più piccolo di tutti, se la spassava, godendosi le femmine disponibili più di qualunque altro dedito alle battaglie. S’accoppiò senza rimanere coinvolto in combattimenti, avvicinandosi furtivo, senza essere visto. Tale comportamento, in cui i maschi minori vengono risparmiati dall’aggressività dei dominanti perché non riconosciuti come avversari, era noto in molte specie animali.

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Tommaso Lisa, Studi di Aròmie, matita e acquerello su carta, 2020.

Quella densità d’esemplari sarebbe stata impossibile in natura. Sopra una sezione di tronco osservò ogni giorno due coppie in copula. Il resto della popolazione viveva per lo più in pace, dedita a nutrirsi e riprodursi. Azioni che potevano essere anche svolte simultaneamente: gli capitò di scorgere una femmina mangiare con gusto, indifferente al maschio che iniziava a stimolarla con le zampe mediane, strusciando tarsi e antenne, prima di iniziare la danza ritmata. Si sentì un po’indiscreto nell’osservare l’estroflessione del sacco interno dell’endofallo che, come un organo tattile, riusciva a protendersi verso l’addome della femmina arrivando a insinuarsi diversi millimetri sotto le elitre.

Verso il mezzogiorno delle giornate di sole il terrario ferveva d’un brulicante ronzio, un brusio di ali vibranti e di elitre spalancate. Dopo il bagno mattutino, se non trovava niente nelle trappole, gli saliva il malumore, un groppo alla gola. Rincasava cercando di pensare ad altro, che non valeva la pena crucciarsi per il fatto d’essere tornato a mani vuote. Cercava di dormire o faceva lunghi giri bicicletta al termine dei quali crollava dalla stanchezza e non pensava più a niente. Ma il malumore ritornava e col trascorrere del tempo tale stato d’animo poteva trasformarsi in ansia, finché non avesse trovato un coleottero lucente.

Successe poi che a forza di scrutare i flessuosi rami da sotto in su in cerca dell’Aròmia, scrocchiando le vertebre del collo, s’innamorò anche del salice, loro pianta nutrice. Foglie ed elitre avevano colori e forme affini, ellittiche, lanceolate. Rametti e antenne si mimetizzavano, s’arricciavano alla stessa maniera sullo sfondo azzurro del cielo. Scoprì che ne esistevano oltre trecento varietà. Alcune volle elencarle nel taccuino d’appunti, trascrivendone i nomi: il salice alba, o perticone, il più comune; la variante purpurea, ornamentale, dai rami rossastri; il babylonica, conosciuto come “piangente”, originario della Cina; il viminale, coltivato per produzione di cesti, piccolo e tondeggiante; il cinerino, con le foglie ovali che non sembrano neppure d’un salice; il caprea, di montagna, più piccolo; infine quelli di ridottissime dimensioni, a cespuglio, come il retusa, dai rami contorti, prostrati, che cresce solo in alta quota.

Pensò tra sé e sé che quei coleotteri avessero una loro cultura scambiandosi, a loro modo, informazioni. Usi e costumi specifici plasmati a seconda delle circostanze, dei modi di essere che si tramandano di stagione in stagione in cicli che il suo osservare stava di certo turbando.  Incarnavano comunque la magia. Erano foglie e tronchi animati, forme mimetiche sospese tra l’inanimato e l’animato. Lì stava il loro fascino. Pietra, foglia e insetto erano tutti parte dello stesso discorso.

L’ecosistema del bosco palustre legava in narrazioni non solo le Aròmie ma anche altri insetti. L’uomo inserì nel terrario tre Cerambyx scopoli catturati nelle medesime trappole aeree. Mise la terra sul fondo ed allestì un ambiente adatto per la riproduzione di Cetonie e Potosie. Erano gli unici insetti che per stazza spodestavano i maschi dominanti di Aròmia dai tronchi, resistendo ai loro assalti. Quando tutte queste specie si riunivano poi brulicando sullo stesso banchetto di albicocche color arancio acceso, che brillavano ancora più intensamente. Il terrario s’accendeva di riverberi cangianti, d’ilari antenne.

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Tommaso Lisa, Studi di Aròmie, matita e acquerello su carta, 2020.

L’uomo rimase colpito dall’incedere coordinato degli esapodi, il passo alternato in cui il peso è distribuito sulle zampe per ridurre il carico. In particolare quando si sincronizzavano senza inciampare con l’ondeggiamento delle lunghe appendici simili a fuscelli. Nel muoversi era personificato il proteiforme senso dell’esistenza. Piuttosto che i bagnanti tatuati in riviera preferiva osservare, fondo del terrario, simili a piccoli dinosauri, sei tozzi lucanidi della specie Dorcus parallelipipedus trovati sotto un tronco cariato.

Passandosi un dito tra i capelli avvitati intorno all’indice osservava le Aròmie per giornate intere. Dietro sopracciglia folte e arcuate meditò sui loro comportamenti. Ricordò, serrando le labbra sottili, d’aver visto da bambino la rosura alla base di salici e i fori d’uscita degli adulti anche nel parcheggio condominiale di Firenze, tra autovetture in sosta, ma di non aver trovato un esemplare vivo prima di quell’estate, trascorrendo tali coleotteri la maggior parte della vita sulla cima delle piante, lontano dagli occhi di chi resta a terra.

Molti anni prima, quando era poco più che ragazzo, trascorse le vacanze su una spiaggia jonica. Mentre l’automobile si faceva largo tra gli stabilimenti balneari un riflesso verde chiazzato di rosso gli mozzò il respiro: sulla linea che divide il blu dall’azzurro, comparve la sagoma del cerambice in volo. Le tempie iniziarono a pulsare e scese un silenzio ovattato. Fu come venir sommersi dall’emozione. 

Il gesto fu fulmineo: suo padre, appassionato d’insetti come lui, frenò e mise in folle, staccando le mani dal volante. Aprirono all’unisono gli sportelli e scesero armati di retini, agitando i manici come matti. Dovette sembrare un’azione poliziesca e certi sguardi da ‘ndrangheta si fecero torvi. La vettura rimase incustodita a porte aperte in un carosello di clacson. Corsero col naso per aria, finché l’epifania non smorzò. Le gemmee elitre librarono oltre l’orizzonte, controluce, tra i rami d’un salice nel giardino d’una villetta. Sentì il cuore pulsare sulle tempie. L’occhio vedeva l’azzurro ma l’Aròmia era scomparsa. Il tempo cristallizzato tornò a sciogliersi nella calura e l’armonia si ricompose al tonfo degli sportelli richiusi.

La rara sottospecie sfuggita allora, l’A. moschata ambrosiaca, descritta nel 1809 dall’entomologo Steven, è un endemismo meridionale che al pigmento verde azzurro delle elitre aggiunge, sul pronoto, due pomelli rossi, guance rubizze che armonizzano, simmetriche, il nero delle estremità apicali di tarsi e antenne. Trascorsi pochi giorni da quel fatto ne avvistò un’altra in un lavabo colmo d’acqua a bordo strada. Col retino riuscì a schiumare oltre la staccionata, pescando dalla matassa algosa i resti ancora intatti d’uno splendido maschio annegato lì da poco.

La vecchiaia si palesava in quei ricordi. A fine mese i movimenti delle Aròmie nel terrario iniziarono a farsi lenti, tremanti, meno vigorosi. Perdevano la mobilità delle zampe posteriori, come i cani lupo.

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Tommaso Lisa, Studi di Aròmie, matita e acquerello su carta, 2020.

In copertina, Tommaso Lisa, Studi di Aròmie, matita e acquerello su carta, 2020.

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